C’era un tempo in cui, d’estate, le case avevano una stanza in più. Non era dentro: era fuori.
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C’era un tempo in cui, d’estate, le case avevano una stanza in più. Non era dentro: era fuori.
Cominciava sulla soglia e finiva nella strada.
La fotografia racconta proprio questo. Quattro donne raccolte davanti a una casa, un bambino tra loro, le sedie semplici con i cueschi di legno e il sedile impagliato, un tavolino improvvisato. Più in là la strada continua quasi senza traffico, con qualche figura lontana. Non sembra accadere niente. Ed è proprio questo il punto: stava accadendo la vita.
Quando arrivava la sera e il caldo finalmente allentava la presa, le donne uscivano e si sedevano ddhra fore, a nnanti casa. I bambini conquistavano il marciapiede, il limbitare, il timmitale. Nessuno aveva organizzato l’incontro. Nessuno aveva mandato un messaggio per chiedere: «Ci vediamo alle nove?». Bastava una sedia portata fuori dalla porta perché, poco dopo, ne comparisse un’altra.
E cominciavano i racconti.
Fatti veri, fatterelli, storie di vivi e di morti, matrimoni riusciti e soprattutto matrimoni degli altri, partenze, ritorni, disgrazie scampate per miracolo e miracoli che, a raccontarli bene, diventavano quasi disgrazie. Poi arrivavano le storie di paura, quelle capaci di far stringere i bambini gli uni agli altri pur di non ammettere che avevano paura.
Era un teatro senza biglietto e senza sipario. Le attrici non sapevano di esserlo. Recitavano con le mani, con gli occhi, con le pause. Una smorfia valeva una pagina, un silenzio preparava il colpo di scena, una parola detta più forte faceva voltare persino la vicina che fino a un momento prima aveva giurato di non stare ascoltando.
Noi bambini stavamo lì, apparentemente occupati nelle nostre cose, ma con le ricchie perte e l’uecchi spalancati. Imparavamo la vita senza sapere che quella fosse una scuola.
Imparavamo che gli adulti potevano litigare e tornare a parlarsi. Che una disgrazia, raccontata insieme, pesava un po’ meno. Che i morti continuavano ad abitare le conversazioni dei vivi. Che una storia appartiene a chi l’ha vissuta, ma quando viene raccontata davanti a una porta diventa patrimonio di tutta la strada.
Poi, quando i grandi si stancavano di parlare, arrivava il nostro turno. Filastrocche, canzoncine, giochi, piru piraru cu sette piri... E anche le monellerie: aspettare che qualcuno rientrasse per cena e passare di corsa facendo cadere le sedie. Perché l’infanzia, per fortuna, non è mai stata nostalgica mentre accadeva.
Le porte rimanevano aperte o appena accostate. Oggi abbiamo porte blindate, allarmi, videocitofoni e telefoni capaci di mostrarci in un istante qualcuno dall’altra parte del mondo. Eppure qualche volta non sappiamo più chi abita dall’altra parte del muro.
È facile dire che allora eravamo più felici. Forse non è vero. Ogni epoca conserva gelosamente le proprie fatiche e tende a consegnare ai posteri soltanto le fotografie migliori.
Ma una cosa l’abbiamo certamente perduta: la soglia.
Quel territorio minuscolo in cui la casa privata diventava comunità senza smettere di essere casa. Dove bastava spostare una sedia di un metro per passare dall’«io» al «noi».
Forse è per questo che fotografie come questa ci commuovono. Non perché desideriamo davvero tornare in un mondo senza aria condizionata, senza comodità e senza tutte le conquiste venute dopo.
Ci commuovono perché quelle donne sedute davanti alla porta ci ricordano qualcosa di molto più semplice.
Che per stare insieme non occorreva avere qualcosa da fare.
Bastava esserci.

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