Antonio Bruno- il mondo non è davanti a noi, accade anche attraverso di noi

 


Antonio Bruno- il mondo non è davanti a noi, accade anche attraverso di noi

Interlocutore: Antonio, il testo che hai letto parte da una parola ormai ricorrente: policrisi. Che cosa significa davvero?

Antonio Bruno: Significa, innanzitutto, smettere di separare ciò che nella vita è intrecciato. La crisi economica, quella ambientale, le guerre, il cambiamento climatico, le diseguaglianze, le migrazioni, la sicurezza alimentare non sono fenomeni semplicemente affiancati. Il testo sostiene che siamo davanti a una crisi multidimensionale, una vera «crisi di civiltà nell’età planetaria».

Ma io aggiungerei una domanda che ormai mi accompagna: come facciamo quello che facciamo quando diciamo che il mondo è in crisi?

Interlocutore: Cioè?

Antonio Bruno: Noi parliamo normalmente come se il mondo fosse là fuori, già fatto, e noi dovessimo soltanto descriverlo correttamente. Maturana e Varela mi hanno insegnato a sospettare di questa evidenza.

L’osservatore è dentro ciò che osserva.

Perciò, quando diciamo policrisi, non stiamo semplicemente fotografando un oggetto esterno. Stiamo distinguendo alcune relazioni, collegando alcuni fenomeni, costruendo una configurazione dotata di senso.

Questo non significa che guerre, siccità o diseguaglianze non esistano. Significa che il mondo che abitiamo emerge anche nelle distinzioni attraverso le quali lo osserviamo.

Interlocutore: Eppure il testo sostiene che l’umanità sia diventata materialmente un unico grande corpo planetario.

Antonio Bruno: Questo passaggio mi interessa moltissimo. L’autore descrive un’umanità nella quale scambi, comunicazioni e interdipendenze hanno prodotto qualcosa che assomiglia a un grande organismo planetario.

Ma qui introdurrei una distinzione.

Essere interconnessi non significa necessariamente essere insieme.

Possiamo dipendere gli uni dagli altri economicamente, energeticamente, climaticamente e tecnologicamente e contemporaneamente considerarci nemici.

È questo il paradosso: il pianeta si unifica materialmente mentre gli esseri umani possono frammentarsi nelle loro conversazioni.

Interlocutore: Il testo parla infatti di nazionalismi, xenofobie, fondamentalismi e ripiegamenti identitari.

Antonio Bruno: E io proverei a guardarli senza partire immediatamente dalla condanna.

Mi chiederei: quale mondo fa emergere una comunità quando conserva continuamente la distinzione noi/loro?

Per Bateson la relazione viene prima degli oggetti che crediamo separati. Se continuo a descrivere l’altro come minaccia, quella descrizione entra nella relazione. L’altro reagisce alla mia diffidenza, io interpreto la sua reazione come conferma della sua pericolosità e così produciamo ricorsivamente proprio il mondo che temevamo.

È un circuito.

A → teme B.
B → percepisce la minaccia di A.
B → reagisce.
A → interpreta la reazione come prova che aveva ragione.

Ed eccoci dentro un mondo nel quale ciascuno trova nell’altro la conferma della propria paura.

Interlocutore: Quindi la frammentazione non sarebbe soltanto un fatto politico?

Antonio Bruno: È anche una modalità relazionale.

Il testo osserva qualcosa di apparentemente contraddittorio: più aumentano le interdipendenze planetarie, più possono emergere fenomeni di chiusura e balcanizzazione.

Ma forse la contraddizione scompare se guardiamo il processo.

Più dipendo da qualcuno, più posso percepire di perdere autonomia. E quanto più temo questa perdita, tanto più posso irrigidire il confine della mia identità.

E allora la domanda diventa:

che cosa sto cercando di conservare quando innalzo il confine?

Interlocutore: È una domanda molto maturaniana.

Antonio Bruno: Sì. Perché invece di chiedere soltanto chi ha ragione?, provo a chiedermi che cosa conserva ciascuno mentre fa quello che fa?

Un popolo può conservare sicurezza.

Un governo può conservare potere.

Una comunità può conservare identità.

Una persona può conservare appartenenza.

E proprio perché ciascuno conserva qualcosa, il sistema continua a riprodursi.

Interlocutore: Il capitolo propone però una risposta: un’«etica della Terra».

Antonio Bruno: Ed è forse il punto che sento più vicino.

Il testo individua tre movimenti: riconoscerci contemporaneamente membri dell’umanità e della biosfera; superare l’opposizione semplicistica fra globale e locale; costruire una sorta di co-immunità, cioè una protezione che non sia degli uni contro gli altri ma degli uni con e per gli altri.

Quest’ultima formulazione è straordinaria.

Per secoli abbiamo pensato la sicurezza così:

io sono sicuro se mi proteggo da te.

Adesso la struttura delle interdipendenze planetarie ci costringe almeno a prendere in considerazione un’altra possibilità:

io posso essere sicuro soltanto se anche tu sei sufficientemente sicuro.

Interlocutore: Vale per il clima?

Antonio Bruno: Certamente.

Ma vale anche per l’acqua, per le epidemie, per l’alimentazione, per l’energia, per le migrazioni e perfino per l’economia.

Io, da agronomo, questo lo vedo immediatamente.

Prendiamo un terreno.

Se considero la mia particella come un oggetto isolato posso dire: questa è casa mia, faccio ciò che voglio.

Ma l’acqua non conosce il confine catastale.

Il suolo non conosce il confine catastale.

Gli insetti non conoscono il confine catastale.

Una fitopatia non conosce il confine catastale.

L’ecosistema se ne infischia del foglio e della particella.

Interlocutore: Quindi il confine esiste oppure no?

Antonio Bruno: Esiste nella relazione umana che lo istituisce.

Ed è utilissimo.

Ma diventa pericoloso quando dimentichiamo di averlo istituito noi e incominciamo a comportarci come se fosse una proprietà naturale del mondo.

Qui sento von Foerster che mi sussurra all’orecchio: Antonio, guarda anche colui che traccia il confine.

Interlocutore: Nel capitolo compare poi un altro elemento: le passioni.

Antonio Bruno: Ed è fondamentale.

Per molto tempo abbiamo immaginato che la politica internazionale fosse soprattutto calcolo razionale: interessi economici, rapporti di forza, trattati, convenienze.

Il testo sostiene invece che paura, umiliazione, risentimento, collera, vendetta, disperazione entrino pienamente nella dinamica politica.

Maturana probabilmente direbbe qualcosa di ancora più radicale: non esiste azione umana che non sorga da un’emozione.

Non decidiamo prima razionalmente e poi proviamo emozioni.

È il dominio emozionale nel quale ci troviamo che rende possibili alcune azioni e impossibili altre.

Interlocutore: Puoi fare un esempio?

Antonio Bruno: Se considero qualcuno un nemico, alcune azioni diventano immediatamente possibili: controllarlo, respingerlo, disarmarlo, sconfiggerlo.

Se quello stesso essere umano entra nel mio dominio relazionale come legittimo altro, diventano possibili conversazione, cooperazione, negoziazione.

Non è cambiata necessariamente la persona.

È cambiato il mondo relazionale nel quale quella persona appare.

Interlocutore: E allora arriviamo alla parola più impegnativa del capitolo: cosmopolitica.

Antonio Bruno: Il testo la descrive come una politica fondata sulla reciprocità, sulla solidarietà terrestre e sul riconoscimento di un destino comune dell’umanità.

Ma io starei attento a trasformarla in un nuovo dover essere.

Perché potremmo dire:

Dobbiamo essere cosmopoliti.

Dobbiamo sentirci fratelli.

Dobbiamo cooperare.

E immediatamente ricostruiremmo una cultura normativa nella quale qualcuno stabilisce come gli altri devono vivere.

Preferisco una domanda.

Interlocutore: Quale?

Antonio Bruno: Che cosa accade se riconosco che il mondo dell’altro è legittimo quanto il mio, pur non essendo il mio?

Questa domanda non mi obbliga ad essere d’accordo.

Posso dissentire radicalmente.

Posso dire di no.

Posso difendere ciò che desidero conservare.

Ma non ho bisogno di negare l’esistenza dell’altro per farlo.

Interlocutore: È quella che Maturana chiamava accettazione dell’altro come legittimo altro nella convivenza.

Antonio Bruno: Esattamente.

Ed è qui che, per me, il capitolo incontra qualcosa che sto imparando anche nella mia vita.

Il problema non è costruire un mondo senza differenze.

Un mondo del genere sarebbe terribile.

Il problema è vedere se possiamo costruire mondi nei quali le differenze non richiedano necessariamente l’eliminazione reciproca.

Il testo parla infatti di unità nella diversità e di diversità nell’unità.

Interlocutore: Ma davanti alle guerre tutto questo non rischia di sembrare ingenuo?

Antonio Bruno: Dipende.

Sarebbe ingenuo pensare che basti volersi bene perché scompaiano i conflitti.

Ma sarebbe altrettanto ingenuo pensare che i conflitti siano oggetti inevitabili della natura.

Sono configurazioni relazionali prodotte e conservate nel tempo.

Ed è proprio perché vengono conservate che possono, almeno in linea di principio, essere trasformate.

Interlocutore: Quindi torniamo alla tua domanda: come facciamo quello che facciamo?

Antonio Bruno: Sì.

E aggiungo:

Che cosa percepisco?

Che cosa sto facendo mentre dico di voler cambiare il mondo?

Quale storia del passato sto ricostruendo?

Quale futuro sto anticipando?

Che cosa sto conservando facendo quello che faccio?

E infine:

desidero continuare a conservarlo?

Interlocutore: Applicato all’umanità intera sembra enorme.

Antonio Bruno: Certamente.

Ma forse commettiamo un errore quando pensiamo che «l’umanità» sia un soggetto seduto da qualche parte che deve prendere una decisione.

L’umanità accade nelle nostre relazioni.

Accade quando due Stati negoziano.

Quando due persone discutono.

Quando un agricoltore utilizza l’acqua.

Quando un consumatore compra qualcosa.

Quando un insegnante parla con un ragazzo.

Quando io parlo con te.

Interlocutore: Allora l’etica planetaria comincia molto vicino?

Antonio Bruno: Vicinissimo.

E qui trovo una cosa bellissima.

Non devo salvare il mondo.

Non devo caricarmi sulle spalle otto miliardi di esseri umani.

Posso semplicemente accorgermi del mondo che contribuisco a far emergere mentre vivo.

Interlocutore: E Antigone, che dà il titolo al capitolo?

Antonio Bruno: Nel testo Antigone rimane la possibilità del grido che si leva contro un’autorità quando questa viola qualcosa che riconosciamo come profondamente umano.

Io però la vedrei anche come l’osservatore che interrompe l’automatismo.

Tutti dicono: si fa così.

Antigone domanda: perché?

Tutti dicono: non c’è alternativa.

Antigone rende visibile un’alternativa.

Ed ecco von Foerster.

Aumentare il numero delle possibilità.

Interlocutore: Alla fine, Antonio, che cosa ti rimane dopo questa lettura?

Antonio Bruno: Una cosa molto semplice.

Per tanto tempo abbiamo pensato:

il mondo è fatto così e noi dobbiamo imparare a viverci.

Oggi provo a rovesciare la frase:

noi viviamo in un certo modo e, vivendo così, facciamo emergere un certo mondo.

Allora posso accorgermi.

Posso osservare ciò che percepisco.

Posso vedere ciò che sto facendo.

Posso ricostruire il passato senza esserne prigioniero.

Posso immaginare scenari differenti.

Posso vedere ciò che desidero conservare.

E poi posso scegliere.

Non perché sappia quale sia il mondo giusto.

Ma perché finalmente mi accorgo che, insieme agli altri, partecipo al mondo che nasce mentre viviamo.

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