Antonio Bruno conversa con Heinz von Foerster- la scuola delle domande legittime
Antonio Bruno conversa con Heinz
von Foerster- la scuola delle domande legittime
Antonio Bruno: Professor von Foerster, leggendo queste pagine mi sono fermato
subito davanti a una sua frase: gran parte dell’educazione istituzionalizzata
avrebbe come scopo quello di “trivializzare” i bambini. È un’affermazione
enorme.
Heinz von Foerster: Lo diventa meno se osserviamo che cosa intendiamo per macchina
triviale. Una macchina triviale riceve un input e produce sempre l’output
previsto. Se premo questo pulsante, accade questo. Se pongo questa domanda,
ottengo quella risposta.
Antonio: E
invece un essere umano?
von Foerster: È una macchina non triviale. La sua risposta dipende anche dalla
sua storia, dal suo stato interno, dalle relazioni, da ciò che è accaduto
prima. Non posso sapere con certezza quale risposta produrrà.
Antonio:
Allora educare qualcuno per renderlo prevedibile significa, in qualche modo,
ridurne le possibilità.
von Foerster: Esattamente. Nel testo racconto del bambino al quale la maestra
domanda quanto fa 2 × 3. Il bambino risponde 3 × 2. La maestra considera la
risposta insolente e lo punisce. Eppure quel bambino aveva intuito, e poi
dimostrato graficamente, la proprietà commutativa della moltiplicazione.
Antonio: È
straordinario. La maestra aspettava “sei”. Il bambino le ha dato qualcosa di
più interessante.
von Foerster: Ma non era l’output previsto.
Antonio:
Quindi il problema non era la correttezza della risposta. Era la sua
imprevedibilità.
von Foerster: Proprio così.
Antonio:
Questo mi porta a una domanda che per me è diventata importante: come faccio
quello che faccio? La maestra crede di verificare una moltiplicazione. Ma
come fa ciò che fa? Ha già stabilito la risposta, formula una domanda e
verifica se il bambino riproduce ciò che lei si aspetta.
von Foerster: Ed è proprio qui che comincia l’osservazione dell’osservatore.
Antonio:
Quindi potrei chiedere alla maestra non soltanto: “Che cosa sa il bambino?”,
ma: “Che cosa fai tu quando dici che il bambino sa o non sa?”.
von Foerster: Questa sarebbe già una domanda molto più interessante.
Antonio: E
arriviamo ai test.
von Foerster: Sì. Io dico: “Tests test tests”. I test testano i test. Non
possiamo semplicemente affermare che una prova ci dica che cosa una persona sa.
Il test stabilisce una struttura di domande e risposte e poi misura quanto il
comportamento del soggetto corrisponda a quella struttura.
Antonio:
Quindi un voto alto potrebbe significare anche: “Sono diventato molto bravo a
produrre le risposte che il sistema si aspetta da me”.
von Foerster: Infatti nel testo arrivo provocatoriamente a dire che una buona
pagella può essere la prova di una trivializzazione riuscita.
Antonio:
Però qui vorrei fermarmi. Perché non significa che conoscere sia inutile.
von Foerster: Assolutamente no.
Antonio:
Né che 2 × 3 possa essere qualsiasi cosa.
von Foerster: Certamente. Il punto non è abolire il rigore. È distinguere il
rigore dalla trivializzazione.
Antonio:
Questa distinzione mi interessa molto. Perché qualche volta il costruttivismo
viene banalizzato come se dicesse: “Tutto è vero”.
von Foerster: Non è questo. Dire che la conoscenza viene costruita non significa
dire che ogni costruzione funziona allo stesso modo. Significa spostare
l’attenzione sul processo attraverso il quale conosciamo.
Antonio:
Lei infatti scrive qualcosa che sento molto vicino a Maturana: la conoscenza
non può essere trasferita da una testa all’altra come un pacchetto.
von Foerster: Esatto. Non è zucchero, caffè o una sigaretta che posso passare da
A a B. Il sapere viene generato dalla persona. Il compito dell’educazione
consiste allora nel creare le condizioni nelle quali questa generazione possa
avvenire. Il discente diventa un costruttore attivo della propria conoscenza.
Antonio:
Questo cambia radicalmente anche il significato della parola “insegnare”.
von Foerster: E soprattutto cambia il ruolo dell’insegnante.
Antonio:
Non più: “Io so, tu non sai”.
von Foerster: Ma: “Cerchiamo”.
Antonio:
Ed ecco la sua ignoranza socratica.
von Foerster: Il maestro dovrebbe poter entrare in classe sapendo di non sapere.
E questo non è un difetto. Se so di non sapere, posso cominciare a ricercare.
Antonio:
Questa cosa mi affascina. Perché normalmente pensiamo che l’autorità nasca
dalla certezza.
von Foerster: Io propongo un’altra possibilità: che la relazione educativa nasca
dalla curiosità.
Antonio:
Quindi il professore potrebbe dire: “Non conosco la risposta. Vediamo insieme”.
von Foerster: Esattamente. Il docente che deve sapere diventa il ricercatore che desidera
sapere. Docente e studente diventano collaboratori intorno a una domanda
che interessa entrambi.
Antonio: E
qui sento fortissimo Maturana. Non c’è più qualcuno che determina dall’esterno
ciò che deve accadere nell’altro. C’è una relazione nella quale ciascuno cambia
strutturalmente secondo la propria storia.
von Foerster: E infatti nel testo ricordo anche Gordon Pask, che propone
addirittura di rovesciare i ruoli: il maestro diventa studente e lo studente
maestro.
Antonio:
Perché anche il professore deve imparare come vede il mondo lo studente.
von Foerster: Sì. Deve scoprire le proprie idiosincrasie, i propri pregiudizi, il
proprio modo abituale di osservare.
Antonio:
Allora provo ad applicare tutto questo a me stesso. Io incontro qualcuno. Dice
qualcosa. Io penso: “Ha torto”.
von Foerster: Bene. Continua.
Antonio:
Potrei invece accorgermi: sto costruendo ciò che ha detto come sbagliato.
von Foerster: Molto diverso.
Antonio:
Poi potrei chiedermi: “Che cosa percepisco? Che cosa sto facendo? Quale mia
storia mi porta a vedere questa situazione così? Che cosa sto cercando di
conservare mentre faccio ciò che faccio?”.
von Foerster: A quel punto non stai più soltanto osservando l’altro. Stai
includendo l’osservatore nell’osservazione.
Antonio: E
questo non significa rinunciare a dire che non sono d’accordo.
von Foerster: No. Significa assumerti la responsabilità della distinzione
che stai facendo.
Antonio:
Arriviamo allora alla parte che forse mi interessa di più: le domande
legittime.
von Foerster: Io chiamo illegittima una domanda della quale chi domanda conosce
già la risposta.
Antonio:
Come: “In che anno è morto Napoleone?”, se il professore lo sa già.
von Foerster: Esatto. In quel momento non sta realmente domandando. Sta
verificando se l’altro produce la risposta prevista.
Antonio:
Mentre una domanda legittima è una domanda di cui neppure chi domanda conosce
già la risposta.
von Foerster: Una vera domanda. Nel testo immagino, per esempio, uno studente che
chieda quali configurazioni politiche abbiano condotto all’assassinio di
Cesare. Se il professore non conosce la risposta, può sentirsi minacciato
oppure può dire: “Magnifico. Cerchiamola”.
Antonio:
Allora provo a formularne una io: quale mondo faccio emergere mentre faccio
ciò che faccio?
von Foerster: Questa sì che è una domanda legittima.
Antonio:
Perché nessuno possiede già la risposta.
von Foerster: Nemmeno tu.
Antonio:
Posso soltanto osservarmi mentre vivo.
von Foerster: Esattamente.
Antonio: E
potrei aggiungere: “Che cosa desidero conservare mentre faccio emergere quel
mondo?”.
von Foerster: Ecco che l’educazione esce dalla scuola e diventa un modo di
vivere.
Antonio:
Forse è questo che sto comprendendo. Per molti anni ho pensato che imparare significasse
accumulare risposte. Adesso mi sembra che possa significare soprattutto
diventare capace di abitare domande.
von Foerster: Domande delle quali non conosci già la risposta.
Antonio:
Perché se conosco già la risposta, rischio di fare con me stesso quello che
quella maestra faceva con il bambino.
von Foerster: Cioè?
Antonio:
Trivializzarmi.
von Foerster: Spiega.
Antonio:
Se mi domando: “Che cosa devo fare?”, ma dentro di me ho già deciso quale sia
la risposta corretta, non sto realmente interrogandomi. Sto facendo un esame a
me stesso.
von Foerster: Interessante.
Antonio: E
se non produco la risposta prevista, mi assegno un brutto voto.
von Foerster: Proprio come a scuola.
Antonio:
Invece potrei domandarmi: “Che cosa desidero fare adesso?”. E non sapere la
risposta.
von Foerster: E aspettare che emerga.
Antonio:
Osservarmi. Accorgermi. Sentire. Fare. Guardare che cosa accade.
von Foerster: Questa è ricerca.
Antonio:
Allora capisco meglio anche quella frase: il maestro deve diventare
ricercatore. Forse ciascuno può diventare ricercatore di se stesso senza
trasformarsi contemporaneamente nel proprio giudice.
von Foerster: E senza pretendere di conoscere in anticipo il risultato della
ricerca.
Antonio: È
curioso: abbiamo cominciato parlando di bambini e siamo arrivati alla libertà.
von Foerster: Non è affatto curioso.
Antonio:
Perché?
von Foerster: Perché la non-trivialità è precisamente ciò che rende possibile
qualcosa di nuovo.
Antonio:
Allora educare potrebbe significare non fabbricare persone che diano le
risposte giuste, ma creare relazioni nelle quali possano emergere risposte che
prima non esistevano.
von Foerster: E domande che nessuno aveva ancora pensato di formulare.
Antonio:
Forse è questa la frase che mi porto via oggi: non devo conoscere in anticipo
la risposta alla mia vita per poterla vivere.
von Foerster: E io aggiungerei: se la conoscessi già, che ricerca sarebbe?
Antonio:
Nessuna.
von Foerster: Allora?
Antonio:
Allora continuo a osservare.
E, soprattutto, continuo a domandare.

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