Oggi ascolto — Sangiovanni, “Ti ho cercata (Felicità)”

 


Oggi ascolto — Sangiovanni, “Ti ho cercata (Felicità)”

Io me lo ricordo Sangiovanni con “Farfalle”. Perdeva la testa e sentiva le farfalle. Era giovanissimo, era arrivato il successo, quello vero, quello del mainstream, delle classifiche, dei riflettori, delle aspettative. Poi, proprio mentre sembrava che tutto gli dicesse di correre ancora più forte, lui si è fermato.

E allora ho pensato che questo ragazzo fosse semplicemente umano.

Perché è duro il successo. Durissimo.

Noi guardiamo chi sta sul palco e vediamo gli applausi, le luci, i numeri. Non vediamo il peso. Un ragazzo riesce a reggerlo? Io, alla sua età, sprofondavo sotto il peso della responsabilità di un esame universitario. Figuriamoci sentirsi responsabili di quello che si canta, di come lo si canta, del pubblico che aspetta la canzone successiva, di una carriera che potrebbe scivolare su una buccia di banana.

E adesso Sangiovanni ritorna e mi sorprende proprio perché sembra essersi tolto di dosso un po' di quel rumore.

“Ti ho cercata (Felicità)” comincia quasi nuda.

C'è una chitarra che si prende lo spazio senza prepotenza. Un arpeggio essenziale, regolare, intimo. Non serve a mostrare quanto è bravo chi suona: serve a costruire una stanza nella quale possa entrare la voce.

E la voce entra.

Non aggredisce la canzone, non cerca immediatamente il ritornello da classifica. Sangiovanni sta sul confine tra il parlare e il cantare. Le frasi sembrano pensieri che trovano una nota mentre vengono pronunciati. La melodia non viene esibita: viene lasciata affiorare.

Poi il brano cresce.

La chitarra continua a essere la spina dorsale del racconto e la dinamica si allarga. La voce sale, il canto prende spazio, ma resta quella sensazione iniziale di confessione. È come se la musica accompagnasse un uomo che prima racconta qualcosa sottovoce e poi, raccontandolo, scopre che quella cosa gli appartiene ancora.

E lì quella chitarra arpeggiata comincia ad arrampicarsi nella mia anima.

Perché improvvisamente mi porta altrove.

Mi porta al 1988.

Avevo trent'anni. Ero appena tornato. Facevo l'equilibrista nella mia vita, prima sopra una 500 bianca, poi su una Citroën Visa andando su e giù per la provincia di Lecce. Lavoravo e speravo ancora di riuscire a laurearmi. Facevo politica. Stavo con gli Amici per l'Arte. Frequentavo gli amici di Lecce.

Andavo al Lido, tra un tabù e l'altro che oggi non riesco nemmeno più a ricordare ah sì Le Dune, l’altro si chiama Le Dune a Porto Cesareo (Lecce).

Giocavo a racchettoni.

Ero magro da film.

Ed ero pieno di vita.

Forse persino troppa.

Avevo trent'anni ed ero nel bel mezzo di una tempesta. La mia. Quella di un uomo ancora giovane che faceva mille cose contemporaneamente e che, senza saperlo, stava cercando esattamente ciò che Sangiovanni cerca oggi nella sua canzone.

La felicità.

Ed è questa la cosa straordinaria della musica: un ragazzo nato nel 2003 può prendere una chitarra nel 2026 e restituire a un uomo quasi settantenne un pomeriggio del 1988.

Non perché abbiamo vissuto le stesse cose.

Non perché apparteniamo alla stessa generazione.

Ma perché certe domande non hanno generazione.

Dove sei, felicità?

Sangiovanni racconta di averla cercata nel palco, nelle canzoni, nei riflettori, nell'approvazione, nelle classifiche, negli amici, perfino nell'idea di un figlio che non ha avuto. E a un certo punto arriva una frase che contiene quasi tutto il senso del brano: sarebbe disposto a scambiarla con il successo.

Qui la canzone cambia prospettiva.

Il successo, che da fuori sembra la felicità, diventa una delle tante stanze nelle quali la felicità è stata cercata senza trovarla.

E musicalmente questa idea funziona proprio perché non viene schiacciata dalla produzione. Non c'è bisogno di riempire ogni secondo. Ci sono respiro, corde, voce, pause. L'arpeggio crea un movimento circolare, quasi quello di un pensiero che ritorna continuamente sulla stessa domanda. Il ritornello, invece, apre lo spazio melodico: la felicità diventa qualcosa che passa, come quel treno notturno evocato dalla canzone, qualcosa che non puoi obbligare a fermarsi alla tua stazione.

Forse è proprio questo che mi ha colpito.

La felicità non viene conquistata.

Non viene trattenuta.

Non risponde alle classifiche.

Passa.

E forse, quando smetti di inseguirla disperatamente, ti accorgi che qualche volta era già lì.

Sangiovanni canta con una voce esposta, riconoscibile, senza nascondersi dietro l'effetto tecnologico che ormai siamo abituati ad ascoltare ovunque. Ed è una scelta perfettamente coerente con una canzone che parla proprio del bisogno di togliere qualcosa, non di aggiungerlo.

E qui devo aprire una parentesi per quelli della mia generazione.

Sì, tu che hai quasi settant'anni come me hai diritto di sapere cos'è l'Auto-Tune.

È un software sviluppato da Antares Audio Technologies alla fine degli anni Novanta per intervenire sull'intonazione della voce. Nato come strumento di correzione, nel tempo è diventato anche un vero effetto sonoro, fino a caratterizzare una parte importante del pop, della trap e dell'hip-hop contemporanei.

Qui, però, ciò che mi interessa è un'altra cosa: io sento un ragazzo e una canzone.

E mi basta.

Perché ascoltandolo non sono rimasto nel 2026.

Sono tornato sulla mia 500 bianca.

Ho rivisto la strada.

Ho risentito gli amici.

Ho rivisto quel ragazzo di trent'anni che lavorava, studiava, faceva politica, correva da una parte all'altra della provincia di Lecce, giocava a racchettoni, si innamorava della vita e probabilmente non sapeva nemmeno quanto fosse giovane.

Sangiovanni non c'era ancora.

Sarebbe nato quindici anni dopo.

Eppure oggi è stato lui a riportarmi lì.

Questa è una delle magie della musica: il tempo anagrafico procede in una direzione, quello emotivo no.

Una chitarra può prendere quasi quarant'anni, accartocciarli in pochi minuti e depositarli davanti a te.

Ed eccolo di nuovo quel ragazzo del 1988.

Magro da film.

Pieno di vita.

Nel mezzo della tempesta.

Alla ricerca della felicità.

Forse non sapeva di averne già addosso parecchia.

Mi è piaciuta.

Senza se e senza ma.

E per oggi è tutto.

 

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