"Ferragosto a Pendinello: Memorie di una Festa Senza Tempo"

"Ferragosto a Pendinello: Memorie di una Festa Senza Tempo"



A Pendinello, la piccola frazione incastonata nella macchia merìditerranea e le memorie del tempo, la famiglia era un'istituzione incrollabile. Era una di quelle rare località dove ogni estate, Ferragosto in particolare, si ergeva a rito sacro di celebrazione e di connessione. Nella calda aria d’agosto, Pendinello vibrava di un’energia unica, di un fervore collettivo che sembrava contenere tutti i colori del passato, del presente e del futuro in un’unica esplosione di festa.


Casa mia era un angolo di frenesia e di ordine confuso. Era lei, mia madre, a prendere in mano le redini dei preparativi per il grande giorno. La sua cucina, abitualmente ordinata e tranquilla, si trasformava in un caos organizzato, un microcosmo di profumi e colori, di sapori e odori che si mescolavano in un turbinio di attività incessante. I cugini, quelli che non erano stati accolti nelle case degli zii, si mescolavano, litigavano, si divertivano e nel contempo contribuivano a quel senso di caos che in qualche modo dava ordine al tutto.



Mia madre e papà, che compivano gli anni esattamente a Ferragosto, erano i protagonisti indiscussi del giorno, e la loro festa era l’epicentro di questa celebrazione collettiva. Le loro vite erano come due fiumi che si univano in un solo corso, e Pendinello era l’argine che sosteneva la loro esistenza condivisa. La Zia Assuntina, moglie dello Zio Gino, anch'ella parte integrante della festa, festeggiava il suo onomastico con una grazia che solo l'età avanzata può conferire, con una serie di aneddoti che incorniciavano le ore del pomeriggio con nostalgia e saggezza.



E mentre l’atmosfera di Pendinello era pervasa da una sorta di ritmicità estiva, l’impossibilità di recarsi al mare nella vicinissima Sant'Isidoro a causa del sovraffollamento e del traffico congestionato non era altro che un pretesto per dedicarsi anima e corpo alla festa. La calura era mitigata solo dalla frescura dei giardini, dove l'ombra degli alberi era un rifugio prezioso, e dove ogni tanto il gruppo dei miei cugini ancora bambini trovava ristoro giocando sotto il sole d'agosto.


Il ricordo di quei Ferragosti, quelli degli anni '60, '70 e dei primi anni '80, è intriso di immagini di gioia e di fatica, di voci che si sovrapponevano e si intrecciavano, di risate e di scherzi che si riverberavano tra le case e i cortili di Pendinello. Annalena Geusa, con i suoi fratelli e cugini, era una presenza costante, e con loro si aggiungevano i vivaci bambini della famiglia Chirivì, un'orda di piccole pesti che riempivano ogni angolo della casa con il loro dinamismo.


Ferragosto a Pendinello era il giorno in cui il tempo sembrava farsi liquido, fondendosi con la storia e la tradizione, con un sapore di eternità che si ripeteva ogni anno con una puntualità quasi divina. Eppure, mentre tutto questo si svolgeva, mentre la festa giungeva al suo culmine, c'era sempre una parte di me che si interrogava su quanto potesse resistere quel microcosmo di celebrazione e quanto potesse durare la magia di quei momenti. Pendinello, con i suoi riti e le sue memorie, restava un luogo fuori dal tempo, un angolo di mondo dove la festa era tanto un dovere quanto un piacere, e dove ogni Ferragosto era un frammento di eternità.

Antonio Bruno





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