Masseria Pendinello: Fichi e Memoria (racconto)

 Masseria Pendinello: Fichi e Memoria



Nel caldo opprimente dell'estate del 1968, la Masseria Pendinello era immersa in un silenzio quasi mistico, interrotto solo dal canto delle cicale e dal sussurro delle foglie mosse dalla brezza leggera. Il tempo, lì, pareva essersi fermato, congelato in una sorta di atemporalità agreste, sospesa tra il passato e un futuro che pareva eterno e indefinito.


Mi ricordo, come se fosse ieri, il profumo dei fichi maturi. Erano dappertutto: pendenti dai rami, sparsi sul terreno, avvolti in un'armonia di colori che andava dal verde più pallido al viola intenso. Ogni albero era un monumento alla generosità della terra, una sorta di sacrario naturale in cui si celebrava il rito della maturazione, dell'attesa e della raccolta.



Era un lavoro di pazienza, quello della raccolta dei fichi. I rami, piegati sotto il peso dei frutti, sembravano quasi implorare di essere liberati dalla loro carica di dolcezza. Era un gesto d'amore, quel piegare i rami, quel raccogliere i frutti con la delicatezza di chi sa che ogni fico è una piccola storia di bellezza e di tempo. La pelle dei fichi, così sottile e trasparente, cedeva facilmente sotto le dita, rivelando la carne succosa e profumata che ne costituiva il cuore.


In luglio, le prime varietà cominciavano a essere pronte, mentre agosto e settembre portavano con sé una esplosione di maturità. Era un'epoca di abbondanza, e il lavoro non finiva mai. I fichi maturi che non riuscivamo a raccogliere in tempo cadevano a terra, creando un tappeto morbido e profumato che era come un segreto rivelato dalla natura stessa.



L'odore della loro fermentazione, così caratteristico e penetrante, era inebriante. Rievocava un'idea di rassegnazione dolce, di accettazione del ciclo della vita e della morte. Erano frutti che, una volta giunti al termine del loro percorso, si sottomettevano a un destino di decadenza che aveva il suo fascino, la sua bellezza intrinsecamente malinconica.


In quel periodo, la masseria sembrava essere una sorta di rifugio per anime in cerca di pace, un angolo di mondo dove le preoccupazioni quotidiane si dissolvevano sotto l'ombra dei grandi alberi di fico. C'era qualcosa di sacro in quel lavoro, qualcosa che andava al di là della semplice raccolta di frutta. Era un ritorno a una dimensione più primitiva, una connessione con la terra e con la storia di chi l'aveva coltivata prima di noi.


Ogni fico caduto al suolo era come un messaggero di un tempo che scivolava via, un ricordo di giorni passati e di anni che non sarebbero mai più tornati. Ma anche in quella dolcezza amara c'era una sorta di consolazione, una prova che, nonostante tutto, la bellezza del mondo non poteva essere completamente offuscata dalle ombre della memoria.


E ora, quando chiudo gli occhi e mi perdo nei ricordi di quei giorni d'estate, mi sembra di poter ancora sentire il profumo dei fichi maturi e il calore del sole sui miei passi, mentre raccolgo i frutti e lascio che il tempo si sciolga in un'eternità di dolcezza e di pace.

Antonio Bruno


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