Un doppio sentimento


C’era sempre un doppio sentimento in quel ragazzo, c’era sempre un combattimento tra la voglia di sentirsi protetto e quella di essere libero.
E’ stato quel discorso in auto che ha risvegliato le emozioni che l’avevano accompagnato per tanto tempo. Si era bello sentirsi sicuro, sentire che c’è chi pensa a te, che provvede a te. Ma il prezzo da pagare era troppo alto. Si trattava di un sentimento che percepiva quando tentava di frequentare altre persone, quando usciva la sera oppure quando voleva qualcosa che gli piaceva tanto.
Ogni volta, tutte le volte, c’era sempre questo risentimento da parte sua, questa manifesta ostilità a qualunque cosa non lo coinvolgesse, sino al punto di giungere alle offese, alle intimidazioni e al tentativo di instillare l’insicurezza, che pure c’è sempre in ogni persona, specie quando a provocarla è chi ti vuol bene.
Una nota filastrocca inglese suona pressappoco così: “Bastoni e pietre possono rompere le mie ossa ma le parole non potranno mai ferirmi.” Invece mia suocera diceva “La lingua non ha osso, ma sa rompere il dorso”, per quel ragazzo era così, avrebbe preferito gli schiaffi, anche i calci; da quelli poteva difendersi, ma dalle parole no, non poteva e gli provocavano lo stesso identico dolore degli schiaffi in faccia.

E’ che se a dirtele è chi ti vuole bene il dolore è ancora più forte, è un dolore lancinante perché sei sorpreso, non te l’aspetti. “Ma come? Se mi aiuta quando sono in difficoltà? Se c’è sempre!”. Questo si diceva quel ragazzo mentre quelle parole gli arrivavano come frustate, mentre la sorpresa di vedersele davanti lo lasciava senza parole e con una fortissima emozione bloccata dalla impossibilità di reagire, non stava bene, non era possibile rispondere a un genitore.
Se n’era dimenticato e, non si sa bene come, né perché, gli era tornato in mente ripensando alla serenità di adesso, alla pace e al piacere di incontrarsi con gli altri componenti della famiglia adesso che non c’era più, adesso che lo stare insieme era bello e gli dava piacere.
Quando lui c’era e gli arrivava l’invito, si a ogni ricorrenza, a ogni festa gli arrivava l’invito, gli prendeva un’agitazione e stava male. Lo sapeva che avrebbe dovuto tacere, subire le provocazioni, le offese, in silenzio. Le umiliazioni in silenzio.
Le parole che usava erano terribili, come coltelli che lo penetravano dappertutto, come spade, come cannonate che lo riducevano in poltiglia. Ogni volta era così, era stato sempre così.
Ma lui per difendersi ogni volta che  si allontanava, ogni volta che si prendeva i suoi spazi faceva un gioco, si diceva che tutto il resto non  esisteva più, che quello che sarebbe accaduto dopo, al ritorno, non c’era, in quel momento non esisteva.
Era terribile. Eppure non riusciva a stare lontano senza percepire lo stesso dolore, le stesse parole che non gli venivano dette erano nella mente, erano nell’aria, erano dappertutto anche se stava lontano mille chilometri.
Ma la sai una cosa? Se non avesse provato la prigionia non apprezzerebbe la libertà. Adesso lui è libero, libero e l’ha perdonato, gli vuole bene. Ha capito che lui ha fatto del suo meglio.
Quel ragazzo proprio perché sapeva la potenza devastante delle parole, ha cercato il modo di esserne immune, senza riuscirci perché era arrabbiato, era pieno di rabbia.
Poi quel ragazzo capii che quelle parole avevano tanto potere perché erano le sue parole, era lui a dirle a se stesso. E proprio per questo, quando l’ha capito ha perdonato. Perdonato? Ma se non c’era nulla da perdonare a nessuno se non a lui stesso? Non aveva nulla da perdonare. E gli tornavano in mente le parole di Tiziano Terzani:

"E ricordati, io ci sarò. Ci sarò su nell’aria.
Allora ogni tanto, se mi vuoi parlare, mettiti da una parte, chiudi gli occhi e cercami.
Ci si parla.
Ma non nel linguaggio delle parole.
Nel silenzio."

E non parlò più dell’argomento, era un tutt’uno con l’Universo e non c’era più nulla da dire.


Antonio Bruno

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