Una piccola, semplice storia di sguardi
Ognuno di noi deve chiedere agli altri
perdono per qualcosa
ma tutti,proprio tutti,dobbiamo chiedere perdono
per non aver amato abbastanza (da un twitter di E. Bianchi)
Piacciano a molti le storie d’amore per questo oggi ne
scrivo una. Una storia semplice, di gente semplice in un luogo semplice. La
storia è ambientata a San Cesario di Lecce e risale a tanto tempo fa quando i sentimenti
erano in cerca delle parole che potessero descriverli.
Un giorno come tanti in un mese come tanti con un inverno
tanto rigido da costringere a indossare i guanti che in genere rimanevano
dimenticati nel cassetto dell’armadio. Fu proprio quel giorno che avvenne l'incontro tra gli sguardi di un ragazzino con quelli di una bambina con i ricci.
Correva, correva perché era in ritardo, come ogni giorno. E
quando s’infilava nella classe era attratto da un grembiule bianco candido e
dai ricci di quella ragazza che ricordava da sempre, quella bambina che
sorrideva e giocava con la palla nel giardino vicino casa.
Poi le spiegazioni della maestra, i compiti per casa e di
nuovo di corsa. C’era la sua fame e la tavola di casa pronta ad accoglierlo con
quel calore familiare che egli era bastato per tanto tempo, ma che da quando
aveva visto quella ricciolina, non gli bastava più.
Già, la pensava sempre. Eppure non ci aveva parlato mai. Si
è vero, la scrutava da lontano e provava ciò che non aveva mai provato prima d’allora,
un movimento interiore che non sapeva descrivere, e proprio perché non sapeva
cosa stesse provando non sapeva nemmeno cosa fare.
Qualche volta gli era passato per la mente di fermarla,
parlarle, dirle che voleva conoscerla, ma non l’aveva mai fatto e non sapeva
cosa lo fermasse, non sapeva per quale motivo non lo facesse.
Sapeva dell’amore, c’erano i suoi genitori, tutti i genitori
dei suoi amici, tutti i genitori del Mondo che si amavano, che si erano sposati
e poi, con l’arrivo dei bambini, erano divenuti genitori. C’erano anche quelli
che non avevano figli e vivevano insieme lo stesso e si amavano lo stesso.
Insomma, sapeva che le persone, a un certo punto, decidevano di lasciare papà e
mamma per vivere insieme, per sognare insieme e per essere felici.
Prima di pensare a ricciolina, si quella deliziosa bambina
piena di ricci, lui era felice, gli bastava il sorriso della sua mamma, le
parole che gli diceva, i consigli che gli dava. Ma adesso, da quando pensava a
lei, sentiva che la vita con la sua famiglia non gli bastava più; era come se
gli mancasse qualcosa. Sapeva anche chi gli mancava. Sapeva che gli mancava la bambina
piena di riccioli. Ma non era una mancanza in quanto ci manca chi abbiamo avuto modo di frequentare. Era un languore, ecco, una specie di nostalgia di qualcuno che ti fa provare la percezione che proprio quella persona sarà chi appagherà quel languore.
La realtà così come l’aveva vissuta non gli bastava più, la
sicurezza che l’aveva visto correre tranquillo incontro a ogni giorno era
divenuta un ricordo. Adesso c’era quel languore, quell’anelito, quel desiderio di vederla, di
incontrarla solo per stare con lei. Non sapeva né come, né perché, ma sapeva
che stare con quella bambina gli sarebbe bastato. Non era mai stato solo con
lei, nemmeno per un po’, ma sapeva che voleva starci e sapeva che gli sarebbe
piaciuto.
Poi arrivarono le canzoni, quelle con quelle parole che
sembravano scritte apposta per lui, per quello che stava vivendo, per quello
che provava e che non riusciva ad esprimere con le sue parole.
Era un moto dell’anima che non aveva mai provato prima
d’allora, era diverso da qualunque cosa avesse provato prima e nessuno pareva
avesse i suoi stessi sogni, i suoi stessi aneliti, i suoi stessi desideri,
nemmeno la bambina dai riccioli.
Fece di tutto per stare vicino a quella bambina e cominciò a
frequentare i ragazzi che abitavano vicino a casa sua. Era bello stare li perché, anche se non era mai riuscito a parlare con lei, aveva tante occasioni per
vederla e questo gli bastava.
Poi arrivò un giorno che si incontrarono e lui prese
coraggio e gli chiese “ti vuoi fidanzare con me?”. Lei non rispose subito,
prese tempo, gli disse che gli avrebbe fatto sapere la risposta.
Passavano i giorni e dopo un po’ la risposta arrivò. Era no.
Lui stette male e non capì che era troppo presto, che gliel’aveva
chiesto troppo presto.
Un monosillabo che per lui aveva il significato del rifiuto che lei aveva per lui. Perché per lui un no significava essere rifiutato.
Un monosillabo che per lui aveva il significato del rifiuto che lei aveva per lui. Perché per lui un no significava essere rifiutato.
Per lei non era così, lei aveva detto no alla richiesta di fidanzamento,
non aveva rifiutato lui. Avrebbe dovuto capirlo che se non avesse davvero voluto avere a che fare con lui, se davvero fosse considerato da lei come uno da rifiutare, non gli avrebbe permesso nemmeno di avvicinarla.
Lei, invece, voleva semplicemente conoscerlo meglio. Il suo no, era un dirgli “non me la sento di fidanzarmi con te, ma voglio continuare a frequentarti, voglio conoscerti”. Ecco lei gli aveva detto questo. Ma lui attribuiva a quel monosillabo un significato che era diverso da quello che lei gli attribuiva, e fu così che questo no si mise tra loro, e questo monosillabo crebbe ogni giorno di più sino a divenire un muro di risentimento e di dolore.
Lei, invece, voleva semplicemente conoscerlo meglio. Il suo no, era un dirgli “non me la sento di fidanzarmi con te, ma voglio continuare a frequentarti, voglio conoscerti”. Ecco lei gli aveva detto questo. Ma lui attribuiva a quel monosillabo un significato che era diverso da quello che lei gli attribuiva, e fu così che questo no si mise tra loro, e questo monosillabo crebbe ogni giorno di più sino a divenire un muro di risentimento e di dolore.
Quel no li allontanò per sempre, quel piccolo suono divenne
la principale fonte di dolore per lui che non
accettava di non essere amato.
Nessuno gli aveva insegnato che era fortunato perché aveva un dono prezioso e raro, aveva i sentimenti che provava per quella bambina con i ricci.
Lui provava delle emozioni che nessuno provava quando il suo sguardo incontrava quello della bambina, quando pensava a quello sguardo sentiva dei brividi che nessuno sentiva e questa era la ricompensa dell’amore per lei, del fatto che lui l’amasse, che amasse stare con lei, che amasse la sua voce, i sui sorrisi, i suoi ricci, i suoi sguardi.
Era un dono la felicità che lo travolgeva al pensiero di lei e dei suoi sguardi.
Nessuno gli aveva insegnato che era fortunato perché aveva un dono prezioso e raro, aveva i sentimenti che provava per quella bambina con i ricci.
Lui provava delle emozioni che nessuno provava quando il suo sguardo incontrava quello della bambina, quando pensava a quello sguardo sentiva dei brividi che nessuno sentiva e questa era la ricompensa dell’amore per lei, del fatto che lui l’amasse, che amasse stare con lei, che amasse la sua voce, i sui sorrisi, i suoi ricci, i suoi sguardi.
Era un dono la felicità che lo travolgeva al pensiero di lei e dei suoi sguardi.
Lui avrebbe dovuto pensare solo a quegli sguardi per
comprendere quel monosillabo, per capire il tesoro prezioso in suo possesso.
Aveva avuto in dono: la capacità di amare. Si! L’essere capace di amare una persona è quanto di più prezioso ci sia al Mondo e lui non lo aveva capito. E nessuno glielo spiegò.
Aveva avuto in dono: la capacità di amare. Si! L’essere capace di amare una persona è quanto di più prezioso ci sia al Mondo e lui non lo aveva capito. E nessuno glielo spiegò.
Antonio Bruno

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