Le porte che non ricordavano


Le porte che non ricordavano

Racconto

La mattina in cui smisi di ricordare una parte della mia vita, il cielo era perfettamente azzurro.

Non un azzurro particolare. Era il genere di cielo che si vede nelle fotografie delle agenzie immobiliari, quando vogliono convincerti che una casa è più felice di un'altra.

Avevo deciso di non prendere la mia automobile.

Non c'era una ragione precisa. Alcuni colleghi andavano a una riunione e mi era sembrato naturale viaggiare con loro. Non ricordavo i loro nomi, ma questo non mi preoccupava. In fondo, avevo trascorso molti anni in mezzo a persone delle quali conoscevo perfettamente il nome senza sapere quasi nulla.

Durante il viaggio parlammo poco.

La strada attraversava campi coltivati e uliveti. Ogni tanto appariva una casa abbandonata, con le finestre chiuse e una parabola satellitare sul tetto. Mi domandai se le parabole continuassero a ricevere segnali anche quando nessuno abitava più nelle case.

La riunione si svolgeva in una sala piuttosto grande.

Un uomo parlava bene di un altro uomo. Lo faceva con convinzione, usando parole come integrità, capacità e dedizione. Poi, quando alcune persone cominciarono a intervenire, lo stesso uomo dichiarò che non avrebbero dovuto parlare.

«Non siete liberi», disse.

Lo disse con una tranquillità che mi colpì.

Pensai che fosse curioso stabilire la libertà degli altri senza chiedere loro come si sentissero.

Ma non dissi nulla.

Non avevo nulla da aggiungere.

Quando la riunione finì, uscii.

Vicino a un muro di pietra c'era un uomo completamente nudo. Era grasso, con una grande pancia bianca e le gambe sottili. Si stava rivestendo lentamente, come se avesse tutto il tempo del mondo.

Non sembrava imbarazzato.

Nemmeno io lo ero.

Mi domandai soltanto dove avesse lasciato i vestiti durante la riunione.

Poi dimenticai anche quella domanda.

La chiesa apparve dopo una curva.

Era piccola, costruita con pietre chiare. Aveva un campanile basso e una porta di legno consumata dal sole.

Entrammo.

All'interno c'era un uomo vestito da vescovo.

Non ero sicuro che lo fosse davvero. Lo dissi agli altri e qualcuno mi confermò che avevo ragione.

La conferma non cambiò nulla.

Rimasi qualche minuto a osservare la luce che entrava dalle finestre. Nell'aria c'era odore di cera e di pietra umida.

Poi decisi di uscire.

Attraversai una porta.

Dietro c'era un'altra porta.

Aprii anche quella.

La terza porta non aveva pareti ai lati. Era semplicemente appoggiata al pavimento, con la sua cornice, i cardini e la serratura. La attraversai senza aprirla.

La quarta conduceva esattamente nello stesso luogo dal quale ero arrivato.

La quinta non conduceva da nessuna parte.

Continuai a camminare.

Non provavo paura. Mi sembrava soltanto che l'architetto dell'edificio avesse avuto idee piuttosto singolari.

Alla fine trovai l'uscita.

Fu allora che qualcosa cambiò.

Non ero più davanti alla chiesa di campagna.

Mi trovavo nel cortile di un grande palazzo ecclesiastico.

C'erano finestre alte, un porticato e una fontana asciutta. Sul muro era fissato uno stemma.

Riconobbi il luogo.

Era il vescovado.

Rimasi immobile.

La chiesa di campagna distava diversi chilometri da lì.

Non ricordavo di aver percorso quella distanza.

Non ricordavo una strada, un'automobile, una conversazione. Non ricordavo nemmeno di aver camminato.

Eppure ero arrivato.

Per la prima volta quella mattina provai preoccupazione.

Non perché mi trovassi in un luogo sconosciuto.

Mi preoccupava un'altra cosa.

Forse avevo vissuto dei minuti, o delle ore, senza essermene accorto.

Oppure li avevo vissuti normalmente e poi dimenticati.

Le due possibilità erano differenti, ma non sapevo quale fosse peggiore.

Mi sedetti sul bordo della fontana.

Guardai le mie mani.

Erano le mie mani di sempre. Avevano le stesse piccole macchie, le stesse vene, le stesse unghie.

Mi domandai che cosa avessero fatto durante il tempo che non ricordavo.

Forse avevano aperto altre porte.

Forse avevano stretto altre mani.

Forse avevano accarezzato un gatto.

Non avrei mai potuto saperlo.

Quando tornai sulla strada, i colleghi erano scomparsi.

Cercai l'automobile con la quale ero arrivato, ma non la trovai.

Incontrai l'uomo per il quale era stata organizzata la riunione.

Mi offrì un passaggio.

Accettai.

Guidava senza parlare. Aveva un modo particolare di tenere il volante, con entrambe le mani nella parte inferiore, come se non volesse disturbare l'automobile.

Ci fermammo davanti a un bar.

Lui scese.

Io rimasi seduto.

Volevo cercare il cellulare.

Infilai una mano nella tasca della giacca e trovai qualcosa di duro e familiare.

Era un vecchio telefono.

Un Nokia.

Lo avevo utilizzato molti anni prima. Ricordavo perfettamente la sensazione dei tasti sotto le dita e il piccolo schermo che si illuminava di verde.

Non sapevo da quanto tempo fosse in quella tasca.

Lo osservai.

Era mio.

Lo avevo dimenticato, ma continuava ad appartenermi.

Mi venne da sorridere.

Pensai che fosse strano: poche ore prima avevo perduto il ricordo di qualcosa che forse avevo vissuto. Adesso ritrovavo qualcosa che avevo dimenticato di possedere.

Provai a premere il pulsante di accensione.

Non successe nulla.

La batteria era scarica da anni.

Forse, pensai, esistono ricordi che continuano a occupare uno spazio anche quando non possiamo più accenderli.

Fuori dal finestrino un'automobile cominciò a spingere lentamente la nostra.

La spostava dall'ingresso del bar.

L'uomo che mi aveva accompagnato uscì di corsa e si mise a discutere con il conducente.

Io continuai a guardare il telefono.

Non sentivo il bisogno di intervenire.

L'automobile era sua.

Il telefono era mio.

E ciascuno, in quel momento, aveva qualcosa di cui occuparsi.

Quella sera, tornato a casa, posai il Nokia sul tavolo della cucina.

Preparai un caffè.

Fuori era buio.

Mi sedetti davanti alla finestra e pensai alle persone incontrate nei giorni precedenti. Una stava organizzando un'elezione. Un'altra l'avevo vista in una pizzeria. Altre ancora avevano parlato durante una riunione.

Tutte stavano facendo qualcosa.

Forse cercavano di essere elette, di essere ascoltate, di essere riconosciute.

Io avevo attraversato alcune porte.

E avevo perso un pezzo di tempo.

Mi domandai se il tempo perduto fosse davvero perduto.

Una moneta che cade dalla tasca può essere raccolta da uno sconosciuto. Un ombrello dimenticato su un treno può riparare dalla pioggia un'altra persona.

Ma che cosa accade a un'ora della quale non conserviamo memoria?

Continua a esistere da qualche parte?

Appartiene ancora a chi l'ha vissuta?

Non trovai una risposta.

Bevvi il caffè.

Era diventato tiepido.

Poi presi il Nokia e lo rimisi nella tasca della giacca.

Non avevo intenzione di farlo riparare.

Mi piaceva sapere che fosse lì.

Durante la notte sognai una porta.

Era una normale porta di legno, dipinta di bianco.

Non aveva maniglia.

Non aveva serratura.

Non aveva nemmeno una parete intorno.

Dall'altra parte c'era un uomo seduto a un tavolo.

Stava leggendo un libro.

Mi avvicinai.

L'uomo sollevò lo sguardo.

Aveva il mio viso, ma sembrava molto più giovane.

«Che cosa stai leggendo?» gli domandai.

«La parte che non ricordi.»

«E che cosa dice?»

L'uomo chiuse il libro.

«Non posso raccontartela.»

«Perché?»

«Perché, se te la raccontassi, diventerebbe un'altra cosa.»

Rimasi a guardarlo.

Poi gli chiesi se almeno quella parte della mia vita fosse stata bella.

L'uomo rifletté per qualche istante.

«Non lo so», rispose. «Mentre la vivevi, non avevi bisogno di stabilirlo.»

Mi svegliai.

Erano le cinque del mattino.

La stanza era silenziosa.

Attraverso le persiane entrava una luce ancora incerta.

Non cercai di ricostruire il sogno.

Non immediatamente.

Rimasi disteso, sentendo il peso del corpo sul materasso e il respiro che entrava e usciva senza chiedermi il permesso.

Poi mi alzai.

In cucina preparai il caffè.

Mentre aspettavo che salisse, mi accorsi che non stavo pensando a niente.

Non era un vuoto.

Non mancava nulla.

C'era soltanto il caffè che stava salendo.

E io che lo aspettavo.

Da qualche parte, forse, esisteva ancora una chiesa di campagna dalla quale si poteva uscire direttamente in un vescovado.

Forse esistevano porte che non conducevano da nessuna parte.

E forse c'erano momenti della mia vita che non avrei mai ricordato.

Ma quella mattina non mi preoccupava.

Versai il caffè nella tazza.

Lo bevvi lentamente.

Non avevo bisogno di ricordare che stavo vivendo.

Stavo vivendo.

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