Antonio Bruno conversa con Heinz von Foerster
Antonio Bruno conversa con
Heinz von Foerster
Dialogo
immaginario di epistemologia, fenomenologia e cibernetica del secondo ordine
Liberamente
costruito a partire dal saggio di Heinz von Foerster, «Molecular Ethology: An
Immodest Proposal for Semantic Clarification».
Tema
centrale: la memoria non è un archivio del passato, l'apprendimento non è una
semplice modificazione del comportamento e la conoscenza non può essere
separata dall'osservatore che la produce.
Immaginiamo
che Antonio Bruno incontri Heinz von Foerster nel suo studio all'Università
dell'Illinois, a Urbana. Sul tavolo ci sono fogli pieni di equazioni, disegni
di reti neurali e schemi di macchine a stati finiti.
Antonio non
è venuto per chiedere come funziona una macchina. È venuto per comprendere che
cosa accade quando un essere umano ricorda, apprende, osserva se stesso e
cambia il proprio modo di vivere.
Il dialogo è
una ricostruzione filosofica: le risposte attribuite a von Foerster non sono
citazioni letterali, ma interpretazioni delle tesi sviluppate nel saggio.
I. L'errore di cercare le cose dove esistono processi
Antonio
Bruno: Professore, lei comincia il suo saggio con una distinzione
apparentemente linguistica: i sostantivi e i verbi. Perché una riflessione sul linguaggio
dovrebbe aiutarci a comprendere la biologia?
Heinz von
Foerster: Perché il linguaggio non si limita a descrivere ciò che osserviamo.
Organizza anche ciò che possiamo distinguere. Quando diciamo «albero»,
«cellula», «neurone», possiamo costruire classificazioni gerarchiche. Ma quando
diciamo «apprendere», «ricordare», «percepire», entriamo nel dominio delle
trasformazioni e delle relazioni.
Antonio:
Dunque la tassonomia, che conosco attraverso la botanica, descrive qualcosa di
diverso dall'etologia?
Von
Foerster: Esattamente. Una quercia può essere collocata in una gerarchia
tassonomica. Ma il comportamento della quercia, il suo sviluppo, le sue
risposte all'ambiente, non possono essere compresi semplicemente aggiungendo
altre categorie alla classificazione.
Antonio:
Allora il rischio è trasformare un processo in una cosa. Dire «la memoria» come
se nel cervello esistesse un oggetto chiamato memoria.
Von
Foerster: È precisamente il problema semantico. Noi distinguiamo
linguisticamente memoria, apprendimento e percezione, poi cerchiamo nel
cervello tre meccanismi altrettanto separati. Ma la distinzione delle parole
non dimostra la separazione dei processi biologici.
Antonio: Mi
sembra una questione epistemologica fondamentale. Prima di domandarci dove sia
la memoria, dovremmo chiederci che cosa stiamo facendo quando chiamiamo
qualcosa «memoria».
Von
Foerster: E soprattutto chi sta compiendo quella distinzione.
II. L'osservatore non può scomparire dall'osservazione
Antonio: Lei
propone due definizioni della memoria. La prima riguarda la possibilità
dell'organismo di avere consapevolezza delle proprie esperienze passate. La
seconda riguarda la modificazione osservabile delle risposte dell'organismo a
sequenze simili di eventi. Qual è la differenza decisiva?
Von
Foerster: Nella prima definizione parliamo dell'esperienza dell'organismo.
Nella seconda parliamo di ciò che un osservatore può distinguere nel suo
comportamento.
Antonio:
Quindi, quando vedo un animale comportarsi diversamente rispetto a ieri e affermo
che ricorda, sto descrivendo una mia osservazione.
Von
Foerster: Sì. Non puoi accedere direttamente alla sua esperienza soggettiva.
Puoi osservare differenze, costruire confronti e formulare spiegazioni. Ma devi
riconoscere che sei tu a compiere queste operazioni.
Antonio:
Allora anche il metodo scientifico, quando pretende di eliminare l'osservatore,
rischia di occultare proprio colui che rende possibile la descrizione.
Von
Foerster: La scienza non deve rinunciare all'oggettività metodologica. Deve però
riconoscere che le osservazioni vengono compiute da sistemi cognitivi.
L'osservatore non è esterno a ogni spiegazione possibile.
Antonio: Mi
viene in mente Maturana. Quando mi domando «Come faccio quello che faccio?»,
non sto semplicemente cercando una causa del mio comportamento. Sto osservando
le operazioni attraverso le quali costruisco la mia esperienza.
Von
Foerster: E così passi dall'osservazione di un fenomeno all'osservazione del
tuo osservare.
Antonio: È
il passaggio dalla cibernetica del primo ordine alla cibernetica del secondo
ordine.
Von
Foerster: Una formulazione coerente con quella prospettiva.
III. La macchina banale e la macchina non banale
Antonio: Lei
distingue le macchine banali da quelle non banali. Potrebbe spiegarmelo
attraverso un'esperienza quotidiana?
Von
Foerster: Una macchina banale produce una determinata uscita in corrispondenza
di un determinato ingresso. Una macchina non banale possiede stati interni che
possono cambiare. Perciò la stessa sollecitazione può produrre risposte differenti
in momenti diversi.
Antonio:
Dunque, se una persona mi rivolge oggi le stesse parole che mi ha rivolto ieri,
io posso reagire diversamente.
Von
Foerster: Perché non sei necessariamente nello stesso stato interno.
Antonio: E
quello stato interno dipende anche dalla storia delle mie interazioni.
Von
Foerster: Nel modello matematico, sì. Il comportamento presente può dipendere
dagli stati precedenti del sistema e dalla successione degli ingressi ricevuti.
Antonio: Ma
questo significa che il passato determina il presente?
Von
Foerster: Attenzione. Il modello descrive una dipendenza dalla storia del
sistema. Non autorizza automaticamente a dire che il sistema possieda una
memoria cosciente di tutto ciò che è accaduto.
Antonio:
Quindi avere una storia non equivale a ricordarla.
Von
Foerster: Esatto.
Antonio:
Questa distinzione mi interessa profondamente. Io posso accorgermi di reagire
con rabbia a una frase. Posso riconoscere che qualcosa della mia storia
partecipa alla reazione. Ma non sono obbligato a considerare quella reazione
come una proprietà immutabile della mia persona.
Von
Foerster: È una possibile conseguenza riflessiva della distinzione fra stato,
storia e comportamento. Ma ricorda che un modello di macchina non esaurisce
l'esperienza umana.
IV. Quando l'apprendimento diventa addestramento
Antonio: Nel
suo saggio lei descrive un animale che deve scegliere fra due percorsi. Uno
conduce al cibo, l'altro a una scossa elettrica. Dopo alcuni tentativi
l'animale sceglie sempre il percorso che conduce al cibo. Non abbiamo
dimostrato che ha imparato?
Von
Foerster: Abbiamo dimostrato che il suo comportamento è diventato prevedibile
nelle condizioni sperimentali. Ma dobbiamo domandarci che cosa intendiamo per
apprendimento.
Antonio:
Perché un comportamento corretto non dimostra necessariamente la capacità di
comprendere?
Von
Foerster: Esattamente. Il nostro esperimento potrebbe aver trasformato un
sistema capace di comportamenti differenti in un sistema che produce sempre la
medesima risposta.
Antonio:
Dunque potremmo aver misurato la conformità a un criterio stabilito dallo
sperimentatore, scambiandola per conoscenza.
Von
Foerster: È uno dei rischi. L'esperimento ci dice molto anche sulle operazioni
compiute dallo sperimentatore.
Antonio:
Penso all'insegnamento. Ho trascorso molti anni a insegnare e a trasmettere
conoscenze. Un allievo che ripete esattamente quello che ho spiegato ha
imparato?
Von
Foerster: Ha dimostrato di saper riprodurre una risposta. Ma l'apprendimento,
nel senso più ricco che propongo, riguarda lo sviluppo di nuove possibilità
operative.
Antonio:
Allora insegnare non dovrebbe significare ottenere che l'allievo ripeta ciò che
so, ma favorire la sua capacità di costruire relazioni che prima non sapeva
costruire.
Von
Foerster: È proprio la distinzione che introduco fra l'insegnamento come
somministrazione di rinforzi e l'insegnamento come facilitazione di processi
evolutivi.
Antonio:
Potrei dire che un bravo insegnante non fabbrica risposte. Favorisce la nascita
di nuove domande.
Von
Foerster: Questa è una tua formulazione pedagogica, e mi sembra feconda.
V. La memoria non è un magazzino
Antonio:
Arriviamo alla questione che più mi affascina. Lei propone una memoria capace
di computare risposte, anziché conservarle tutte in un archivio. Che cosa
significa?
Von
Foerster: Immagina un sistema che debba conservare ogni domanda possibile
insieme alla relativa risposta. Avrebbe bisogno di un archivio immenso.
Immagina invece un sistema che conservi, o renda nuovamente disponibili, i
propri modi precedenti di operare. Potrebbe generare risposte a domande mai
incontrate esattamente nella stessa forma.
Antonio:
Quindi ricordare non sarebbe necessariamente recuperare una fotografia fedele
del passato.
Von
Foerster: La distinzione decisiva è fra un'esperienza vissuta nel passato e
l'esperienza presente di quell'esperienza passata.
Antonio: Se
oggi ricordo una mattina della mia infanzia, non torno materialmente in quella
mattina. Sto vivendo adesso qualcosa che chiamo ricordo.
Von
Foerster: Esattamente. Il ricordare è un'operazione presente.
Antonio: Ma
allora il mio ricordo può cambiare.
Von
Foerster: Il modello che propongo permette di comprendere perché la
ricostruzione presente non debba coincidere in ogni dettaglio con gli eventi
originari. Questo non significa che ogni ricordo sia arbitrario.
Antonio: È
una distinzione fondamentale. Il passato è accaduto, ma il modo in cui lo
faccio emergere oggi appartiene al mio presente.
Von
Foerster: Ecco perché la memoria non dovrebbe essere ridotta alla semplice
registrazione.
Antonio: Mi
sembra che qui l'epistemologia incontri la fenomenologia. La prima mi domanda
come conosco il passato; la seconda mi invita a osservare come quel passato
appare adesso nella mia esperienza.
Von
Foerster: Purché tu mantenga distinta l'esperienza soggettiva dalla spiegazione
scientifica dei meccanismi che la rendono possibile.
VI. Il mondo che facciamo emergere
Antonio: Lei
propone di rovesciare una domanda. Invece di cercare i meccanismi attraverso i
quali l'ambiente rende prevedibile l'organismo, dobbiamo cercare quelli
attraverso i quali l'organismo rende prevedibile il proprio ambiente.
Von
Foerster: Sì. Un organismo capace di individuare regolarità nelle proprie
interazioni può orientare il comportamento e rendere trattabile un ambiente
complesso.
Antonio: Ma
non significa che l'organismo possa comandare il mondo.
Von
Foerster: No. Significa che può costruire modalità operative efficaci rispetto
alle regolarità che riesce a distinguere.
Antonio: Se
vedo una persona e provo irritazione, potrei pensare che quella persona sia la
causa della mia irritazione. Ma se mi domando «Come faccio quello che faccio?»,
posso accorgermi delle interpretazioni attraverso le quali sto partecipando
alla mia esperienza.
Von
Foerster: E puoi distinguere ciò che osservi dalle spiegazioni che costruisci.
Antonio:
Potrei allora scegliere una diversa modalità di relazione.
Von
Foerster: Potresti. Ma non sarebbe una conseguenza automatica di una teoria
matematica. Sarebbe una possibilità della tua riflessione e della tua condotta.
Antonio:
Dunque non posso pretendere che il mondo cambi perché io sia sereno. Posso
invece osservare come partecipo alla relazione con quel mondo.
Von
Foerster: È una conclusione etica compatibile con una prospettiva di secondo
ordine.
VII. Dalle molecole alla vita: il problema
dell'energia
Antonio: Il
suo saggio, però, non si ferma alla filosofia. Lei cerca un collegamento fra
comportamento, organizzazione molecolare ed energia.
Von
Foerster: Perché una descrizione puramente computazionale non basta. Una
macchina matematica può continuare indefinitamente senza consumare energia. Un
organismo reale no.
Antonio:
Quindi per comprendere un essere vivente devo collegare la struttura alla
funzione, ma anche ai processi energetici che rendono possibile il
funzionamento.
Von
Foerster: Precisamente. Nel saggio distinguo tre modelli: deposito molecolare,
calcolatore molecolare e trasportatore molecolare.
Antonio: Da
agronomo, trovo particolarmente interessante il riferimento alla fotosintesi e
alla respirazione. L'energia luminosa viene utilizzata nei processi che
producono molecole organiche; queste possono poi essere impiegate nel
metabolismo.
Von
Foerster: È un esempio di come i processi energetici colleghino livelli
differenti dell'organizzazione biologica.
Antonio:
Allora un organismo non è semplicemente un insieme di componenti. È
un'organizzazione di processi che si rendono reciprocamente possibili.
Von
Foerster: Ed è proprio per questo che isolare concettualmente una funzione può
essere utile, ma dimenticare le relazioni che la sostengono può diventare
fuorviante.
Antonio: Mi
sembra importante aggiungere una cautela: i suoi modelli molecolari sono
proposte teoriche e ipotesi fisiche formulate nel contesto scientifico dell'epoca,
non dimostrazioni definitive dei meccanismi della memoria.
Von
Foerster: Una distinzione necessaria fra la capacità esplicativa di un modello
e la sua verifica empirica.
VIII. Che cosa significa cambiare?
Antonio:
Vorrei portare il discorso sulla mia esperienza personale. Quando mi accorgo di
provare rabbia, spesso comincio a osservare che cosa percepisco, che cosa sto
facendo, quali ricordi emergono e quali scenari futuri sto immaginando.
Von
Foerster: In questo modo rendi oggetto di osservazione alcune delle operazioni
attraverso le quali stai vivendo quella situazione.
Antonio: E
quando osservo la mia rabbia, non sono più semplicemente immerso nella rabbia.
Posso riconoscerla senza doverla trasformare immediatamente in un'azione.
Von
Foerster: Stai introducendo una distinzione fra il processo che vivi e la
descrizione che ne costruisci.
Antonio:
Questo significa che divento un osservatore di secondo ordine?
Von
Foerster: Nella misura in cui osservi il tuo modo di osservare, sì. Ma non devi
immaginare di raggiungere un punto di vista completamente esterno a te stesso.
Antonio:
Perché anche l'osservatore che osserva se stesso è sempre un osservatore.
Von
Foerster: Esattamente. Non esiste una posizione privilegiata dalla quale tu
possa contemplare tutte le tue operazioni senza parteciparvi.
Antonio:
Allora la consapevolezza non è una torre dalla quale governo la mia vita. È un
processo che si svolge nella vita stessa.
Von
Foerster: È una bella formulazione.
Antonio: E
forse il cambiamento più importante non consiste nel diventare una persona
diversa, ma nell'accorgermi che posso fare diversamente ciò che faccio.
Von
Foerster: Questo è il punto in cui una teoria della cognizione può aprire una
riflessione sulla libertà, senza pretendere di averla risolta.
IX. Lo scopo dello scopo
Antonio:
Vorrei proporle un'ultima questione. Quando compio un'azione posso chiedermi
quale sia il suo scopo. Ma posso anche domandarmi quale sia lo scopo di quello
scopo.
Von
Foerster: In questo modo passi da una descrizione dell'azione a una riflessione
sui criteri attraverso i quali la consideri desiderabile.
Antonio: Se
voglio ottenere il riconoscimento di qualcuno, il mio scopo apparente è essere
riconosciuto. Ma lo scopo dello scopo potrebbe essere sentirmi degno, competente,
amato.
Von
Foerster: È una possibile interpretazione che devi verificare nella tua
esperienza, non una conclusione che la teoria possa imporre.
Antonio: E
se scopro di poter vivere serenamente anche senza quel riconoscimento?
Von
Foerster: Allora hai individuato una possibilità operativa che prima forse non
distinguevo chiaramente.
Antonio: Lei
direbbe «non distinguevi», professore.
Von
Foerster: Hai ragione. Anche io devo stare attento a chi sta compiendo la
distinzione!
Antonio: C'è
poi una domanda etica che considero prioritaria: ciò che sto per fare può
arrecare danno a qualcuno o all'ambiente?
Von
Foerster: Qui introduci la responsabilità delle tue azioni e delle loro
conseguenze. La cibernetica non può sostituirsi alla tua scelta etica.
Antonio: Ma
può aiutarmi a riconoscere che le mie descrizioni non sono innocenti. Il modo
in cui descrivo una persona modifica le possibilità di relazione che riesco a
vedere.
Von
Foerster: Ecco un punto essenziale. Quando osservi, distingui. Quando descrivi,
organizzi un dominio di possibilità. Quando agisci sulla base delle tue
descrizioni, partecipi alle conseguenze.
X. Non conservare il passato, ma vivere il presente
Antonio:
Professore, siamo partiti dalle molecole e siamo arrivati alla responsabilità.
Non è un salto troppo grande?
Von
Foerster: Lo sarebbe se pretendessimo di dedurre un'etica dalle equazioni
molecolari. Ma non è illegittimo interrogarsi sulle implicazioni
epistemologiche delle nostre spiegazioni.
Antonio:
Allora vorrei formulare ciò che ho compreso. Non sono un archivio di
esperienze. Sono un organismo vivente che, nel presente, può far emergere
ricordi, interpretazioni e possibilità di azione.
Von
Foerster: È una sintesi filosofica della nostra conversazione.
Antonio: E
quando mi accorgo di ciò che sto facendo, non cancello il passato, non nego il
dolore, non modifico necessariamente le circostanze. Riconosco però che la mia
esperienza presente non coincide semplicemente con ciò che mi è accaduto.
Von
Foerster: Sì. E questo riconoscimento può diventare l'inizio di nuove
distinzioni.
Antonio:
Forse è proprio questo che intendo quando parlo di una vita larga. Non una vita
nella quale accade sempre ciò che desidero, ma una vita nella quale non riduco
le mie possibilità a una sola risposta.
Von Foerster:
Allora la tua metafora della vita larga incontra la mia critica alla
banalizzazione degli organismi.
Antonio: Non
voglio essere una macchina che risponde sempre allo stesso modo. Voglio poter
osservare, comprendere, scegliere.
Von
Foerster: E ricordare che anche la scelta appartiene a un essere vivente
situato nella propria storia e nelle proprie relazioni.
Antonio:
Dunque non devo chiedermi soltanto «Che cosa mi è successo?», ma anche «Come
sto facendo emergere, adesso, il mondo nel quale vivo?».
Von
Foerster: È una domanda con la quale puoi continuare la conversazione, anche
quando io non sarò più qui.
Antonio
guarda le equazioni sul tavolo. Per un momento non vede più soltanto simboli
matematici, funzioni ricorsive e modelli molecolari.
Vede una
domanda che attraversa tutta la sua esistenza.
Non soltanto
che cosa ricordo.
Non soltanto
che cosa conosco.
Ma come
faccio, nel presente, ciò che chiamo ricordare, conoscere e vivere.
Considerazione conclusiva di Antonio Bruno
La lezione
che ricavo da Heinz von Foerster non è che la memoria sia falsa, che il passato
non esista o che il mondo sia una mia invenzione arbitraria.
È che ogni
volta che ricordo, osservo, descrivo e interpreto, compio operazioni nel
presente. E queste operazioni partecipano al modo in cui vivo le mie relazioni.
La memoria
non mi condanna a ripetere. La conoscenza non mi autorizza a pretendere di
possedere la verità assoluta. L'apprendimento non mi obbliga a diventare
prevedibile.
Posso
accorgermi di ciò che faccio. Posso domandarmi come lo faccio. Posso
riconoscere ciò che desidero conservare e ciò che sono disposto a trasformare.
E
soprattutto posso scegliere di non fare del mio passato una prigione per il mio
presente.
Forse la
libertà comincia proprio qui: non quando smetto di avere una storia, ma quando
mi accorgo che la mia storia non contiene già tutte le risposte che darò alla
vita.
Riferimento
principale: Heinz von Foerster, Molecular Ethology: An Immodest Proposal for
Semantic Clarification, testo allegato, pp. 151–188. I collegamenti con la
pratica personale di Antonio Bruno e con l'etica della responsabilità sono
elaborazioni interpretative del dialogo.

Commenti
Posta un commento