IL CERVELLO CHE DANZA: QUANDO IL CORPO DIVENTA UN MODO DI CONOSCERE IL MONDO
IL CERVELLO CHE DANZA: QUANDO
IL CORPO DIVENTA UN MODO DI CONOSCERE IL MONDO
Conversazione
immaginaria di Antonio Bruno con Nazareth Castellanos e Joaquín de Luz, a
partire dal prologo di El cerebro en danza. Movimiento, cuerpo, mente, firmato
da Philippine González-Camino.
Una
neuroscienziata, un grande ballerino e un agronomo che si interroga su come
nasce il mondo che vive. Tre prospettive differenti per affrontare una domanda:
siamo noi a muovere il corpo oppure è il corpo, muovendosi, a far emergere ciò
che chiamiamo noi stessi?
Il corpo non è uno strumento: è il nostro modo di
esistere
Antonio
Bruno: Nazareth, Joaquín, leggendo il prologo di Philippine González-Camino
sono stato colpito da una convinzione: la danza sarebbe una sorta di balsamo
per la vita, una meditazione, una forma di libertà. Ma vorrei cominciare
mettendo in discussione proprio questa affermazione.
Perché
diciamo che la danza fa bene alla vita? Non è forse già vita, senza bisogno di
attribuirle uno scopo ulteriore?
Nazareth
Castellanos: È una distinzione importante. La neuroscienza studia come il
movimento, la postura, la respirazione e le informazioni provenienti dal corpo
partecipino ai processi cognitivi ed emotivi. Non abbiamo un cervello che
osserva passivamente un corpo. Abbiamo un sistema nervoso che vive in continua
relazione con l'organismo.
Antonio:
Ecco, è proprio quel «continua relazione» che mi interessa. Humberto Maturana
direbbe che non esiste un organismo separato dal suo vivere. Il corpo non
riceve semplicemente istruzioni dal cervello. Organismo e ambiente si trasformano
reciprocamente nella storia delle loro interazioni.
Joaquín,
quando danzi, chi decide il movimento?
Joaquín de
Luz: Nella danza classica ci sono anni di disciplina. Il corpo apprende
posizioni, sequenze, equilibri, coordinazioni. Ma quando sei sul palcoscenico
non puoi pensare coscientemente a ogni singolo muscolo. A un certo punto il
movimento deve fluire.
Antonio: E
allora vorrei domandarti qualcosa di diverso: quando il movimento fluisce, dove
si trova Joaquín?
Joaquín: Non
saprei indicarti un punto preciso. Sono nel movimento, nella musica, nello
spazio, nel rapporto con gli altri ballerini.
Antonio:
Questo mi interessa enormemente. Perché non mi stai descrivendo un soggetto che
possiede un corpo. Mi stai descrivendo un essere umano che emerge nel danzare.
La danza non rappresenta il mondo: contribuisce a
farlo emergere
Antonio:
Vorrei portarvi dentro una riflessione che nasce dalle mie letture di Maturana
e Ximena Dávila.
Noi siamo
abituati a pensare che esista un mondo già dato e che il nostro cervello lo
rappresenti. Ma la prospettiva dell'osservatore ci invita a domandarci come
facciamo emergere il mondo attraverso il nostro vivere.
Nazareth,
che cosa accade quando un ballerino ascolta una musica?
Nazareth:
Possiamo studiare l'integrazione fra percezione uditiva, sistemi motori,
attenzione, memoria e previsione temporale. Il cervello non si limita a
registrare i suoni. Anticipa, coordina, corregge e organizza il movimento.
Antonio: Ma
allora la musica che ascolta Joaquín non è la stessa che ascolto io.
Nazareth:
Possiamo essere esposti allo stesso stimolo acustico, ma le nostre esperienze
percettive non sono necessariamente identiche.
Antonio:
Ecco! Questo è il punto epistemologico.
Quando
ascolto una canzone, la musica non entra dentro di me portando un significato
già confezionato. Accade qualcosa nella mia struttura attuale, nella mia
storia, nelle emozioni, nei ricordi e nelle possibilità che si aprono.
La musica mi
perturba. E ciò che emerge dipende da come sono costituito in quell'istante.
Joaquín,
quando interpreti una coreografia che hai già danzato cento volte, stai
ripetendo lo stesso movimento?
Joaquín:
Ripeto una struttura coreografica, ma ogni esecuzione è diversa. Cambiano il
corpo, l'energia, la relazione con la musica, il pubblico, i colleghi.
Antonio:
Dunque non esiste la centunesima ripetizione della prima danza. Esiste la
centunesima danza.
E non è una
sottigliezza linguistica. È una differenza nel modo di intendere l'esistenza.
Il cervello produce la danza oppure la danza trasforma
il cervello?
Antonio:
Nazareth, il titolo del libro è El cerebro en danza. Il cervello in danza. Ma
io mi domando se non potremmo capovolgerlo: La danza nel cervello.
Oppure,
ancora meglio, eliminare questa separazione.
Nazareth: È
utile distinguere i livelli di spiegazione. Il movimento coinvolge circuiti
neurali, ma l'apprendimento motorio modifica anche l'organizzazione e il
funzionamento di quei circuiti. La plasticità cerebrale è una componente
fondamentale di questa relazione.
Antonio:
Dunque il cervello che rende possibile la danza viene trasformato dal danzare.
Nazareth:
Sì. E la trasformazione dipende dalla pratica, dall'intensità, dalla storia
individuale e da molti altri fattori.
Antonio: Mi
sembra straordinario. Il cervello non è un direttore d'orchestra immobile che
comanda musicisti obbedienti. Fa parte dell'orchestra e cambia mentre suona.
Ma voglio
essere rigoroso. La neuroscienza può descrivere correlazioni, meccanismi e
modificazioni misurabili. Non credo possa decidere, da sola, che cosa
significhi per una persona vivere pienamente.
Nazareth:
Esatto. La descrizione scientifica di un processo non esaurisce la sua
esperienza soggettiva.
Antonio:
Allora abbiamo bisogno di entrambe le prospettive. La spiegazione dei processi
e la descrizione dell'esperienza vissuta.
Non per
fonderle artificialmente, ma per riconoscere che rispondono a domande
differenti.
La disciplina e la libertà: una contraddizione
soltanto apparente
Antonio:
Philippine González-Camino utilizza nel prologo un'espressione che trovo
bellissima: «Ahormarse y liberarse». Dare forma a se stessi e liberarsi.
Joaquín, la
danza classica è disciplina estrema. Eppure sul palcoscenico appare libertà.
Come si conciliano queste due dimensioni?
Joaquín: La
tecnica non serve soltanto a imporre regole. Serve a rendere possibili
movimenti che senza preparazione sarebbero irrealizzabili. Quando la tecnica è
profondamente assimilata, puoi concentrarti sull'interpretazione.
Antonio: Ma
voglio provocarti. Non è detto che la libertà consista nell'assenza di vincoli.
Potrebbe consistere nel vivere pienamente le possibilità che emergono dalla
propria struttura.
Un ballerino
non può fare qualunque cosa. Può fare ciò che la sua struttura, in quel
momento, rende possibile.
Joaquín: E
attraverso l'allenamento quelle possibilità possono ampliarsi.
Antonio:
Esattamente. La trasformazione non avviene fuori dalla struttura. Avviene
attraverso la struttura.
Questo mi
ricorda una mia esperienza recente.
Ho sognato
di attraversare onde oceaniche con una tavola da surf, portando con me dei
libri. Riflettendo sul sogno mi sono accorto che le onde erano tutto ciò che mi
accadeva: letture, incontri, ricordi, emozioni, conflitti, scoperte.
La tavola
era la mia struttura attuale, il risultato di tutte le trasformazioni della mia
vita.
E ciò che
più mi colpiva era che quel modo di vivere mi piaceva moltissimo.
Joaquín,
forse tu danzi sulle onde e io le attraverso con una tavola da surf.
Joaquín:
Sono due modi diversi di trovare equilibrio nel movimento.
Antonio: O
di trasformarsi mentre si cerca l'equilibrio.
La fenomenologia di un passo di danza
Antonio:
Adesso vorrei proporvi un esperimento fenomenologico.
Joaquín,
immagina di essere sul palcoscenico. La musica comincia. Il tuo corpo si muove.
Non ti
domando perché danzi.
Ti domando:
come fai quello che fai?
Joaquín:
Ascolto, anticipo, percepisco il peso del corpo, regolo l'equilibrio, mi
coordino con lo spazio e con gli altri. Ma molte di queste cose avvengono senza
che io debba formularle verbalmente.
Antonio: E
se interrompessimo idealmente la scena per domandarti: «Di che cosa ti
accorgi?».
Joaquín:
Potrei accorgermi della tensione di un muscolo, della respirazione, della
distanza da un altro ballerino, di una sensazione di leggerezza o di fatica.
Antonio:
Ecco. Il mio percorso di osservazione comincia proprio così: mi accorgo.
Poi mi
domando che cosa percepisco, che cosa sto facendo, quale passato sto
ricostruendo nel presente, quali scenari futuri sto producendo, che cosa scelgo
e che cosa desidero conservare.
Ma c'è
un'altra domanda che considero decisiva: qual è lo scopo dello scopo?
Se danzi per
essere applaudito, qual è lo scopo dell'applauso? Se desideri essere
riconosciuto, qual è lo scopo del riconoscimento?
Joaquín:
Credo che in alcuni momenti l'esperienza stessa di danzare sia sufficiente.
Antonio:
Ecco la possibilità che mi affascina: fare qualcosa senza dover continuamente
giustificare la propria esistenza attraverso un risultato.
Non danzare
per arrivare alla vita.
Danzare
perché si è vivi.
Il dolore, la fatica e l'illusione che tutto debba
farci bene
Antonio: C'è
però un punto del prologo sul quale vorrei soffermarmi criticamente.
Philippine
ricorda che la danza comprende anche dolore e sofferenza.
Perché
quando parliamo dei benefici della danza rischiamo di dimenticare il corpo che
soffre?
Nazareth: È
importante non idealizzare. L'attività fisica può avere effetti favorevoli
sulla salute, ma un allenamento eccessivo, un carico non adeguato o la
pressione psicologica possono comportare conseguenze negative. Non basta
affermare che muoversi faccia bene: bisogna considerare come, quanto e in quali
condizioni.
Antonio:
Quindi la frase «chi danza vive meglio» non può essere trasformata in una legge
universale.
Nazareth:
Esattamente. Occorre distinguere una testimonianza personale da una conclusione
scientifica generalizzabile.
Antonio: Mi
interessa anche il significato della sofferenza.
Noi spesso
immaginiamo che vivere pienamente significhi eliminare ciò che ci perturba. Ma
un organismo vivente non può sottrarsi a ogni perturbazione.
Il problema,
semmai, è come vive ciò che gli accade.
Non sto
dicendo che il dolore sia necessario per crescere. Sarebbe una generalizzazione
ingiustificata.
Sto dicendo
che anche quando provo dolore posso accorgermi di come sto vivendo
quell'esperienza.
E questa
consapevolezza può aprire possibilità differenti.
Dal ballerino al cantante: la voce è un corpo che
danza
Antonio:
Joaquín, voglio raccontarti che da qualche tempo studio canto.
Quando canto
mi accorgo che la voce non è semplicemente qualcosa che esce dalla bocca.
Coinvolge respirazione, postura, muscoli, ascolto, memoria ed emozioni.
Mi domando
se il canto non sia una forma di danza nella quale il movimento diventa suono.
Joaquín: Mi
piace questa immagine. Il ballerino organizza il corpo nello spazio, il
cantante organizza anche il corpo per produrre una voce. Entrambi lavorano con
il ritmo, il respiro e l'espressione.
Nazareth:
Dal punto di vista neuroscientifico, canto e danza coinvolgono processi di
coordinazione sensomotoria, apprendimento, percezione temporale e controllo del
movimento, pur con importanti differenze.
Antonio:
Quando canto una canzone di Roberto Vecchioni o di un altro autore, non sto
semplicemente riproducendo una sequenza di note.
Sto facendo
emergere un'esperienza che esiste soltanto in quell'istante.
E quando
torno a cantare la stessa canzone, anche se le parole sono identiche, il
cantante non è più identico.
Perché nel
frattempo ho vissuto.
Nazareth: La
memoria e l'apprendimento fanno sì che le esperienze precedenti contribuiscano
a modellare quelle successive.
Antonio: Ed
è qui che ritrovo la danza.
Non soltanto
nella tecnica.
Nel fatto
che ogni esecuzione è un evento irripetibile.
Il passato non torna: emerge nel presente
Mio nonno Pietro e mia nonna Domenica
Antonio:
Vorrei introdurre un'esperienza personale.
In questi
giorni ho ricostruito gli anni della mia infanzia e adolescenza, dal 1963 al
1972.
Ho ripensato
a mio padre, a mia madre, a mia sorella Daniela, ai miei nonni, ai parenti,
agli amici.
E mi sono
accorto di qualcosa che prima non avevo mai vissuto in questo modo: quel
periodo della mia vita mi appariva pieno d'amore.
Non avevo
mai ricostruito così la mia infanzia.
E mi sono
sentito invaso dall'amore per tutte quelle persone.
Nazareth,
che cosa accade quando un ricordo cambia significato?
Nazareth: La
memoria autobiografica non funziona come una registrazione immutabile.
Ricordare comporta processi ricostruttivi nei quali possono intervenire il
contesto presente, le emozioni e le conoscenze acquisite.
Antonio:
Dunque non sono tornato nel 1963.
Ho fatto
emergere, nel 2026, una nuova esperienza del mio 1963.
Nazareth:
Possiamo certamente dire che il ricordo viene vissuto e ricostruito nel
presente. Questo non significa che gli eventi storici siano cambiati.
Antonio: Una
precisazione fondamentale.
Gli
accadimenti non cambiano. Cambia il mio modo attuale di ricordarli e di
viverli.
Joaquín,
quando torni a interpretare una coreografia imparata molti anni prima, forse
accade qualcosa di analogo.
La coreografia
conserva una struttura, ma il corpo che la vive ha attraversato altre stagioni.
Joaquín: Sì.
L'esperienza modifica l'interpretazione. Un movimento può acquistare una
profondità espressiva diversa con il passare degli anni.
Antonio: E
allora anche la memoria danza.
Non perché i
fatti si muovano nel passato.
Ma perché il
loro significato si trasforma nel presente.
Lo scopo dello scopo: vivere una vita larga
Antonio:
Arriviamo alla domanda conclusiva.
Philippine
González-Camino chiude il prologo invitandoci a leggere, danzare, meditare e
vivere.
Ma perché
dovremmo farlo?
Per
migliorare il cervello? Per essere più sani? Per diventare più felici?
Oppure
queste sono soltanto alcune possibili conseguenze?
Nazareth: La
ricerca scientifica può studiare gli effetti della danza e del movimento. Ma
non può prescrivere un unico significato esistenziale valido per tutti.
Joaquín: Per
me la danza è stata anche un modo di dedicare la vita a qualcosa che amo.
Antonio:
Ecco. Vorrei fermarmi su quel verbo: amare.
Per molto
tempo possiamo vivere cercando di raggiungere qualcosa. Un risultato, una
posizione, un riconoscimento, una sicurezza.
Poi può
accadere di accorgersi che la vita non comincia dopo aver raggiunto lo scopo.
La vita è
già qui.
Nella musica
che ascolto.
Nel corpo
che cammina.
Nella voce
che canta.
Nel ricordo
di mio padre.
Nella
persona che incontro.
Nel libro
che leggo.
Nell'onda
che arriva.
E anche
nella difficoltà che mi perturba.
Io chiamo
questa possibilità una vita larga.
Non perché
contenga necessariamente più esperienze, ma perché posso viverle senza
restringerle continuamente dentro la paura, il giudizio o l'obbligo di ottenere
qualcosa.
Nazareth:
Potremmo dire che stai descrivendo una particolare modalità di relazione con la
tua esperienza.
Antonio: Sì.
E non pretendo che sia una verità universale.
È il mondo
che faccio emergere adesso, osservando come vivo.
Joaquín: E
forse la danza è uno dei luoghi nei quali questa esperienza diventa visibile.
Antonio:
Visibile, udibile, percepibile.
Ma non
soltanto sul palcoscenico.
Anche quando
un uomo cammina per strada.
Anche quando
una donna ascolta una canzone.
Anche quando
un bambino impara a stare in equilibrio.
Anche quando
un anziano ricorda sua madre e scopre di amarla, in questo momento, in un modo
che non aveva mai conosciuto prima.
Perché forse
non dobbiamo imparare a danzare per cominciare a vivere.
Dobbiamo
accorgerci che, vivendo, siamo già dentro una danza.
La riflessione conclusiva di Antonio Bruno
Sono entrato
in questa conversazione immaginaria pensando di parlare di danza e
neuroscienze.
Ne esco con
una domanda diversa.
Come faccio
emergere il mondo mentre lo vivo?
La
neuroscienza mi aiuta a comprendere alcuni processi attraverso i quali il
sistema nervoso e il corpo partecipano all'esperienza.
La
fenomenologia mi invita a descrivere ciò che vivo senza sostituire
immediatamente l'esperienza con una spiegazione.
Maturana e
Dávila mi sollecitano a osservare come faccio quello che faccio e quali mondi
emergono nel mio vivere relazionale.
Joaquín de
Luz mi offre l'immagine di un corpo che, attraverso la disciplina, amplia le
proprie possibilità di movimento.
Nazareth
Castellanos mi ricorda che il cervello non è estraneo a questa storia: cambia
insieme alle esperienze che contribuisce a rendere possibili.
E io mi
accorgo di qualcosa.
La mia vita
non è una coreografia già scritta che devo eseguire correttamente.
È un
continuo emergere di possibilità nella storia delle mie relazioni.
Non posso
decidere quali onde arriveranno.
Posso
accorgermi di come le attraverso.
E quando
questo modo di vivere mi piace, quando sento che posso fluire senza sforzarmi
continuamente di controllare ogni cosa, non ho bisogno di chiamarlo successo.
Lo chiamo
vita.
E oggi,
questa vita, la danzo.
Antonio Bruno
Nota: la
conversazione è una ricostruzione letteraria e filosofica, non un'intervista
realmente avvenuta. Le risposte attribuite a Castellanos e de Luz sono
immaginate a partire dai temi del prologo; non costituiscono citazioni
autentiche né anticipazioni documentate del contenuto integrale del libro.

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