Oggi ascolto «Vita da adulti» di Angelina Mango. E poi, forse, la canto!
Oggi ascolto «Vita da adulti»
di Angelina Mango. E poi, forse, la canto!
Antonio
Bruno
Ci sono
canzoni che arrivano alle orecchie. Altre che arrivano al cuore. E poi ce ne
sono alcune che prendono una strada diversa, più breve, più misteriosa:
arrivano direttamente nella pancia.
Stamattina
mi è successo ascoltando «Vita da adulti» di Angelina Mango.
Mi è
arrivato prima il ritornello.
Devastante!
Non trovo
un'altra parola. Devastante per quello che mi ha fatto sentire, per quello che
ha fatto emergere dentro di me, per quella commozione che non ho cercato e che
è arrivata, prepotente, attraversandomi tutto il corpo.
Angelina
Mango, che ha scritto il testo e composto la musica insieme a Michelangelo,
Michele Zocca, autore anche della produzione, ha realizzato una canzone che
parla di una questione antica quanto l'umanità: che cosa significa diventare
adulti senza perdere la possibilità di essere bambini?
Perché
adulto è in contrapposizione a bambino.
L'adulto è
quello che deve sapere, spiegare, organizzare, prevedere, assumersi
responsabilità. Il bambino, invece, può ancora piangere senza motivo. Può
ancora domandarsi che vita sia quella che sta vivendo.
E
soprattutto può chiedersi se quella vita gli piace davvero.
È qui che
Angelina mi ha conquistato.
Non presenta
l'età adulta come una conquista definitiva. Non dice che crescere significhi
finalmente sapere come funziona il mondo.
Al
contrario.
Crescere
significa continuare a non sapere. Continuare a cercare. Continuare a scoprire.
Continuare ad avere bisogno di qualcuno con cui condividere la meraviglia e la
paura.
Angelina
trova bella la vita da adulta, ma soprattutto trova bello viverla con qualcuno.
Con quel
ragazzo con il quale può permettersi di criticare la vita, di osservarla, di
scoprire se da quella relazione possa emergere un altro modo possibile di
vivere.
Un ragazzo
che può dipingerla e lasciarsi dipingere, riconoscere i suoi contorni e
permetterle di riconoscere i propri. Qualcuno con cui scorgere nuovi orizzonti
senza dover necessariamente abbandonare quello che già esiste.
E mentre
ascolto tutto questo, mi accade qualcosa di straordinario.
Quel «con
te», per me, diventa mia madre.
La mia
mamma.
La mia dolce
mamma.
Proprio
oggi.
Proprio
mentre sto vivendo una delle trasformazioni più belle della mia esistenza.
In questi
giorni ho ricostruito la mia infanzia, la mia adolescenza, i miei primi anni da
adulto. Ho ripercorso incontri, aspettative, speranze, delusioni, scelte.
E
soprattutto ho ricostruito il rapporto con mia madre.
Per tanto
tempo le avevo attribuito la responsabilità di un progetto di vita che non si
era realizzato come avevo immaginato.
Avevo
trasformato in una sua colpa il fatto che le mie aspettative non avessero
trovato conferma negli avvenimenti successivi.
Oggi mi
accorgo di qualcosa che prima non riuscivo a vedere.
Vedo una
donna che aveva cercato, con tutto l'amore e con tutte le possibilità di cui
disponeva, di favorire la realizzazione di suo figlio nel mondo.
Vedo le sue
premure.
Vedo le sue
attenzioni.
Vedo il suo
desiderio che io potessi avere una vita bella.
Vedo il suo
amore.
E sento
nascere dentro di me un amore immenso per lei.
Non ho
cambiato un solo avvenimento del passato.
Non ho
cancellato nulla.
Non ho
corretto la storia.
Ho cambiato
il modo in cui la ricostruisco oggi.
E cambiando
questo modo è cambiata la vita che sto vivendo.
La mia
infanzia, che per tanto tempo avevo raccontato anche attraverso le aspettative
deluse, oggi è diventata bellissima.
Non perché
prima non lo fosse.
Ma perché
oggi riesco a scorgere un amore che prima non vedevo.
Ed ecco che
arriva Angelina.
Arriva con
quel pianoforte.
All'inizio
soltanto il pianoforte.
Per tanto
tempo, soltanto il pianoforte e la sua voce.
Una voce
vicina, delicata, quasi domestica. Una voce che sembra raccontare qualcosa a
una persona seduta accanto, nella stessa stanza.
La
produzione di Michelangelo lascia respirare la melodia. Non ha fretta di
riempire gli spazi. Le parole hanno il tempo di arrivare.
Poi arriva
il ritornello.
Entrano gli
strumenti.
Il suono si
allarga.
Il ritmo
sostiene la voce.
E quella confessione
intima diventa una dichiarazione capace di attraversarmi.
«Forse mi
piace la vita da adulti, ma farla con te».
E io penso a
mia madre.
A lei che mi
ha accompagnato nella vita.
A lei che ha
cercato di favorire la mia realizzazione.
A lei che
oggi, nel modo in cui la ricordo e la amo, continua a rendere possibile la
gioia con cui vivo.
La mia
mamma.
La mia dolce
mamma.
Mi vengono i
brividi.
La pelle si
riempie di brividi.
La pancia,
oggi particolarmente ricettiva, sente tutto.
Perché non
ascolto soltanto con le orecchie.
Ascolto con
il corpo.
Con il
respiro.
Con la
memoria.
Con tutte le
trasformazioni che mi hanno portato a essere l'Antonio che sono oggi.
E quando
Angelina accelera il fraseggio, quando le parole si inseguono dentro quella
pulsazione elettronica, sento il movimento stesso della vita.
La sua
velocità.
Il suo
disordine.
La sua
meravigliosa impossibilità di essere fermata.
Bellissimo!
E poi torna
il ritornello.
Sempre
quello.
E ogni volta
mi attraversa come fosse la prima.
C'è anche
quella frase in dialetto campano, quel piangere come bambini, che mi arriva con
una forza straordinaria.
Perché il
bambino non deve necessariamente spiegare il proprio pianto.
Piange.
E basta.
Non deve
dimostrare che il suo sentimento sia giustificato.
Non deve
costruire una teoria.
Non deve
difendersi.
Può
semplicemente vivere quello che sente.
E allora mi
domando: perché dovrei rinunciare a questa possibilità soltanto perché sono
diventato adulto?
Perché
dovrei rinunciare alla commozione, alla tenerezza, alla meraviglia?
Perché
dovrei impedirmi di piangere ascoltando una canzone che mi fa ritrovare mia
madre?
Lasciamoli
stare, per un momento, i discorsi da adulti.
Piangiamo.
E
chiediamoci che vita è questa.
Io oggi
posso rispondere.
È una vita
che mi piace da morire.
E mi piace
perché sto scoprendo qualcosa che considero fondamentale.
Non sono
soltanto l'Antonio di oggi.
Sono anche
tutti gli Antonio che sono stato.
Sono quel
bambino che dormiva nella culla di metallo, nella casa della mia prima
infanzia.
Sono il
ragazzo impetuoso, dinamico, frenetico, travolgente, che voleva conquistare il
mondo.
Sono il
giovane che costruiva progetti e immaginava il proprio futuro.
Sono l'uomo
che ha conosciuto delusioni, successi, amori, conflitti, incontri,
trasformazioni.
E sono
l'Antonio che oggi può guardare tutti questi Antonio con amore.
Senza
doverne condannare nessuno.
Senza dover
correggere quello che sono stati.
Senza
doverli giudicare con le conoscenze e le possibilità che possiedo adesso.
Posso
amarli.
Tutti.
E posso
amare mia madre per quello che ha fatto, per quello che ha cercato di fare, per
quello che oggi riesco a riconoscere nelle sue premure.
Questa è la
trasformazione che sto vivendo.
Non sto
tornando bambino.
Sto vivendo
pienamente la mia vita da adulto, conservando la possibilità di commuovermi
come un bambino.
E mia madre
partecipa ancora a questa possibilità.
Non è
tornata dal passato.
Sono io che,
nel presente, ho fatto emergere un modo nuovo di amarla.
E allora
comprendo perché quella canzone mi abbia colpito così profondamente.
Angelina
racconta una relazione nella quale può mostrarsi vulnerabile, ridere di sé,
essere guardata, riconosciuta, amata.
Io ascolto
quella stessa canzone e vi incontro mia madre.
Non pretendo
che Angelina abbia voluto raccontare questo.
È ciò che
emerge dal mio ascolto.
Perché chi
scrive una canzone mette al mondo una storia, ma chi l'ascolta può incontrarvi
la propria.
E questa
mattina, nella storia di Angelina Mango, ho incontrato la mia.
Ho
incontrato la mia mamma.
Ho
incontrato il bambino che sono stato.
Ho
incontrato il ragazzo che voleva conquistare il mondo.
E ho
incontrato l'uomo che oggi può amarli tutti.
Mi viene in
mente una domanda che accompagna il mio modo di osservare la vita: come
faccio quello che faccio?
Come faccio
ad ascoltare una canzone e a sentire emergere mia madre?
Come faccio
a ricostruire il passato e a vivere nel presente un sentimento che prima non
riuscivo a riconoscere?
Come faccio
a sentire una frase cantata da Angelina e a trasformarla in una dichiarazione
d'amore per la donna che mi ha messo al mondo?
Non cerco
una spiegazione che chiuda queste domande.
Mi interessa
accorgermi di ciò che sta accadendo.
Mi interessa
osservare il mondo che faccio emergere mentre ascolto.
E
soprattutto mi interessa accorgermi che questo modo di vivere mi piace.
Mi piace
moltissimo.
Perché non
devo più aspettare che qualcosa del passato cambi.
Non devo più
pretendere che qualcuno faccia oggi quello che avrei voluto facesse allora.
Non devo più
cercare un colpevole per ciò che non si è realizzato.
Posso
riconoscere quello che c'è stato.
Posso
accogliere quello che sento.
Posso
scegliere che cosa conservare.
E oggi
scelgo di conservare l'amore.
L'amore per
mia madre.
L'amore per
tutti gli Antonio che sono stato.
L'amore per
la vita che sto vivendo.
E mentre
penso tutto questo, Angelina continua a cantare.
Il
pianoforte accompagna la sua voce.
Gli
strumenti entrano nel ritornello.
Il ritmo
cresce.
La pelle
torna a riempirsi di brividi.
E io mi
accorgo che non sto semplicemente ascoltando una canzone.
Sto vivendo
qualcosa.
Qualcosa che
mi commuove.
Qualcosa che
mi rende felice.
Qualcosa che
non avrei potuto programmare e che proprio per questo mi appare meraviglioso.
La musica
non mi sta riportando indietro nel tempo.
Mi sta
permettendo di vivere, adesso, un amore che oggi riconosco con una chiarezza
nuova.
E penso che
forse sia proprio questa una delle possibilità più belle dell'essere adulti.
Non smettere
di essere il bambino che siamo stati.
Ma diventare
capaci di guardarlo, finalmente, con amore.
E allora,
Angelina, sai che c'è?
Questa
canzone magari la canterò.
Molto presto
la canterò!
E quando la
canterò non cercherò soltanto di riprodurre la tua melodia, il tuo fraseggio,
quella bellissima progressione che porta al ritornello.
Ci metterò
dentro la mia vita.
Ci sarà mia
madre.
Ci sarà quel
bambino.
Ci sarà il
ragazzo che sono stato.
Ci saranno
tutti gli Antonio che continuano a vivere in me.
E ci sarà
questa gioia nuova, sorprendente, di accorgermi che la vita può diventare
bellissima senza cambiare nulla di ciò che è accaduto, ma cambiando
profondamente il modo in cui la vivo.
Angelina
Mango canta la possibilità di condividere la vita adulta con qualcuno che la
renda abitabile.
Io, ascoltandola,
scopro che mia madre continua a rendermi abitabile la mia.
E allora la
domanda non è più soltanto che vita sia questa.
La domanda
diventa: quale vita faccio emergere quando finalmente riesco a riconoscere
l'amore che mi ha accompagnato?
Oggi la mia
risposta non è una teoria.
È una
sensazione nella pancia.
È un brivido
sulla pelle.
È una voce
che canta.
È il volto
di mia madre che prende forma nella mia memoria.
È l'amore
che sento per lei.
È l'amore
che sento per me.
È la gioia.
Bella,
bella, bella!
Mi piace da
morire.
E forse, per
me, diventare adulto significa proprio questo:
non avere
più bisogno di cambiare il bambino che sono stato, perché finalmente posso
amarlo.
E insieme a
lui, amare la mia mamma.
La mia dolce
mamma.
Per sempre.
Antonio
Bruno
18 ottobre 2026

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