Di ritorno a Roma

 


CONVERSAZIONI CON ANTONIO BRUNO · OTTAVO EPISODIO

Di ritorno a Roma

Massimo D'Alema, la fine del PCI e il problema di conservare ciò che siamo mentre cambiamo.

Una conversazione immaginaria tra Antonio Bruno e Massimo D'Alema, ispirata all'ottavo capitolo di Eravamo comunisti.

La domanda centrale: quando una persona, un partito o un'intera comunità decidono di cambiare, che cosa desiderano conservare della propria identità? E chi stabilisce che cosa deve essere abbandonato?

Antonio Bruno interroga D'Alema attraverso l'epistemologia di Humberto Maturana e Heinz von Foerster, la fenomenologia dell'esperienza vissuta e la questione etica della responsabilità personale.

Le risposte attribuite a D'Alema sono ricostruzioni letterarie basate sul capitolo del libro, non dichiarazioni di una vera intervista. Le interpretazioni epistemologiche e fenomenologiche appartengono a questa conversazione immaginaria.

La conversazione

1. Il ritorno a Roma: chi torna davvero?

Antonio Bruno: Massimo, nel 1986 torna a Roma dopo sei anni trascorsi in Puglia. Va a vivere temporaneamente nella casa dei suoi genitori, all'Eur, insieme a Linda. Il 20 settembre vi sposate in Campidoglio e a dicembre nasce Giulia.

Vorrei cominciare con una domanda apparentemente semplice.

Chi è l'uomo che torna a Roma? È lo stesso che nel marzo 1980 era partito per Bari?

Massimo D'Alema: Sono sempre io, naturalmente, ma quei sei anni mi hanno trasformato profondamente. La Puglia è stata un'esperienza politica e umana fondamentale. Sono cambiate le mie responsabilità, le mie relazioni, la mia vita personale.

Antonio Bruno: Quando dice «sono sempre io», che cosa sta conservando attraverso questa affermazione?

Il suo nome? La memoria? Il corpo? Il progetto politico?

Perché, se osserviamo la sua storia, molte cose sono cambiate.

Massimo D'Alema: Conservo una continuità della mia esperienza, anche se quella esperienza si è trasformata.

Antonio Bruno: Ecco il problema dell'identità.

Tendiamo a considerare l'identità come una proprietà stabile della persona. Ma possiamo anche osservarla come una continuità che si realizza attraverso trasformazioni.

Maturana ci inviterebbe a distinguere l'organizzazione di un sistema dalla sua struttura concreta.

Un sistema vivente conserva la propria organizzazione mentre la sua struttura cambia continuamente, finché quella organizzazione rimane conservata.

Naturalmente, non possiamo trasferire meccanicamente questo principio biologico all'identità personale o a un partito politico.

Possiamo però utilizzarlo per formulare una domanda.

Che cosa deve rimanere perché, pur cambiando profondamente, lei possa continuare a riconoscersi nella propria storia?

2. La famiglia e il partito: dove finisce l'uomo pubblico?

Antonio Bruno: Racconta che il ritorno a Roma le permette di ritrovare la famiglia, le domeniche con gli gnocchi preparati da sua madre Fabiola, i bambini che giocano insieme e la passione condivisa per la Roma.

Poi racconta di avere accompagnato Linda al San Camillo per la nascita di Giulia, ma di essere uscito dalla sala parto, nervoso, a fumare nel corridoio.

Vorrei chiederle: quando descrive quell'uomo come qualcuno che recita un vecchio copione maschile, sta ricordando semplicemente un comportamento oppure sta osservando criticamente il proprio modo di essere di allora?

Massimo D'Alema: Certamente la seconda cosa. Guardando indietro, riconosco un comportamento legato anche alla cultura maschile di quel tempo.

Antonio Bruno: Ma quella cultura non era un'entità esterna che la obbligava a comportarsi così.

Lei partecipava a riprodurla attraverso le proprie azioni.

Come facciamo a riconoscere che ciò che consideriamo naturale è spesso una modalità di comportamento appresa e continuamente conservata?

E soprattutto: che cosa diventa possibile quando ce ne accorgiamo?

3. Il cambiamento del PCI: chi osserva la crisi?

Antonio Bruno: Arriviamo al congresso di Firenze del 1986. Nel PCI emergono apertamente i dissensi. Bassolino e Mussi propongono una svolta ambientalista e antinucleare. Lei vota contro, ma quella posizione ottiene un risultato importante.

Mi interessa il fatto che lei oggi riconosca il valore di un cambiamento al quale allora si oppose.

La proposta era sbagliata quando lei votò contro e giusta quando la osservò successivamente?

Massimo D'Alema: No. La mia valutazione è cambiata. Ho potuto comprendere successivamente aspetti che allora non consideravo con la stessa importanza.

Antonio Bruno: Ecco.

Dobbiamo distinguere l'evento dalla spiegazione che ne formuliamo.

Il voto contrario è un fatto della sua storia.

La valutazione di quel voto è un'operazione che compie oggi, a partire da una diversa esperienza.

Heinz von Foerster ci ricorda che anche l'osservatore deve essere incluso nel campo della conoscenza.

Quando cambiamo opinione, stiamo necessariamente diventando incoerenti oppure stiamo riconoscendo distinzioni che prima non riuscivamo a compiere?

E ancora: se riconosce oggi che quella proposta aveva un valore, che cosa le impedirebbe di riconoscere che anche gli avversari politici attuali potrebbero vedere qualcosa che lei non vede?

4. Occhetto e Natta: il cambiamento giustifica il dolore?

Antonio Bruno: Lei sostiene l'ascesa di Achille Occhetto. Alessandro Natta è malato, il passaggio di consegne diventa doloroso e il rapporto personale tra voi si incrina.

Lei afferma di avere agito nell'interesse del partito e non per acquisire una posizione personale.

Vorrei chiederle: essere convinti della bontà del proprio scopo ci dice qualcosa anche sulle conseguenze delle nostre azioni?

Massimo D'Alema: Non necessariamente. Si può agire con intenzioni che si ritengono giuste e produrre comunque sofferenza.

Antonio Bruno: Allora la domanda etica non può fermarsi allo scopo.

Deve riguardare anche il modo in cui agiamo.

Lei voleva accelerare il rinnovamento del partito.

Natta, pur avendo promosso quel rinnovamento, visse dolorosamente il passaggio.

Era possibile perseguire lo stesso obiettivo producendo meno sofferenza?

Massimo D'Alema: È una domanda legittima. Il modo in cui quella successione avvenne lasciò amarezza, e questo non può essere cancellato dalla convinzione che il cambiamento fosse necessario.

Antonio Bruno: Ecco il punto.

La responsabilità non consiste soltanto nel poter spiegare perché abbiamo agito.

Consiste anche nel riconoscere le conseguenze delle nostre azioni sulle persone con le quali viviamo.

5. «Il capo dei congiurati»: quale realtà descrive Natta?

Antonio Bruno: Quando va a intervistare Natta nella sua casa di Imperia, lui scherza chiamandola il capo dei congiurati.

Lei ricorda quell'incontro come un momento di riconciliazione.

Vorrei chiederle: quando Natta la definisce in quel modo, sta descrivendo chi lei è oppure sta manifestando come ha vissuto ciò che è accaduto?

Massimo D'Alema: Credo soprattutto la seconda cosa. Quella vicenda aveva lasciato delle ferite.

Antonio Bruno: Dunque due persone possono partecipare allo stesso evento e viverlo in modi profondamente differenti.

Lei distingue la necessità politica della successione.

Natta può distinguere anche il dolore di essere stato messo da parte.

Nessuna delle due esperienze può essere semplicemente cancellata dall'altra.

Possiamo riconoscere la legittimità dell'esperienza dell'altro senza dover rinunciare alla nostra?

Forse la riconciliazione comincia proprio quando smettiamo di pretendere che l'altro debba ricordare ciò che è accaduto esattamente come lo ricordiamo noi.

6. L'Unità: chi decide che cosa è una notizia?

Antonio Bruno: Nel luglio 1988 diventa direttore dell'Unità. Entra in una redazione che desidera maggiore autonomia dal PCI.

Lei racconta un episodio straordinario.

Circola la voce che Gianni Cervetti abbia pronunciato determinate parole durante una riunione della Direzione.

Lei era presente e sa che quelle parole non sono state pronunciate.

Ma Piero Sansonetti le fa osservare che, se gli altri giornali pubblicano la notizia, l'Unità rischia di prendere un buco.

Vorrei chiederle: una notizia diventa vera perché molti giornali la pubblicano?

Massimo D'Alema: Naturalmente no. Ma nel giornalismo esiste una pressione competitiva che può portare a inseguire ciò che pubblicano gli altri.

Antonio Bruno: Da giornalista pubblicista, considero questa una questione epistemologica fondamentale.

Dobbiamo distinguere almeno tre livelli.

Il fatto che un evento sia accaduto.

Il fatto che qualcuno affermi che sia accaduto.

Il fatto che un giornale pubblichi quell'affermazione.

Sono tre cose differenti.

Quando il giornalismo comincia a raccontare ciò che gli altri giornali raccontano, chi continua a occuparsi di verificare ciò che è accaduto?

Massimo D'Alema: È proprio il problema che mi ponevo. Il rischio era sostituire la ricerca dei fatti con la competizione sulle indiscrezioni.

Antonio Bruno: Ecco.

La verità non può essere ridotta al consenso tra le redazioni.

Ma neppure la testimonianza diretta di un singolo osservatore è automaticamente infallibile.

Occorrono verifiche, fonti, documenti, possibilità di confutazione.

Un giornalista deve essere il primo a pubblicare una notizia oppure il primo a interrogarsi seriamente sulla sua attendibilità?

7. La violenza sulle donne: che cosa non vedono i giornalisti?

Antonio Bruno: Lei racconta di avere assistito a un dibattito parlamentare sulla legge contro la violenza sessuale.

L'Aula era semideserta, le tribune dei giornalisti vuote.

Eppure lei osserva che proprio in quella discussione emergevano stereotipi profondamente maschilisti.

Prende carta e penna e scrive personalmente la cronaca.

Perché una discussione parlamentare così importante non veniva considerata una notizia?

Massimo D'Alema: Perché l'attenzione dei giornalisti era spesso concentrata sulle dichiarazioni dei leader, sulle alleanze e sui retroscena.

Antonio Bruno: Dunque non è sufficiente che qualcosa accada perché diventi visibile.

Occorre che qualcuno lo distingua come significativo.

Ma allora il giornalismo non si limita a rappresentare la realtà.

Partecipa anche alla costruzione della sua visibilità pubblica.

Quale società contribuiamo a conservare quando dedichiamo più attenzione ai pettegolezzi parlamentari che alle decisioni che riguardano la vita delle persone?

E quale società potrebbe emergere se cambiassimo i nostri criteri di rilevanza?

8. La satira: chi stabilisce il limite?

Antonio Bruno: Arriviamo a Tango, il supplemento satirico diretto da Sergio Staino.

Lei racconta le polemiche, la chiusura e la successiva nascita di Cuore.

Vorrei chiederle: quando una vignetta dissacra un dirigente politico, che cosa mette in discussione?

Massimo D'Alema: L'autorità, il prestigio, la rappresentazione pubblica del potere.

Antonio Bruno: E perché questo dovrebbe costituire un problema per un partito che si propone di emancipare le persone?

Massimo D'Alema: La satira ha una funzione importante, ma occorre anche governare un giornale e assumersi la responsabilità delle scelte editoriali.

Antonio Bruno: Certamente.

Ma la domanda resta.

Come distinguiamo il limite necessario alla responsabilità editoriale dal limite che imponiamo perché non desideriamo essere messi in discussione?

E ancora: possiamo considerare legittima la satira quando colpisce gli avversari e intollerabile quando colpisce noi?

9. La Bolognina: il cambiamento può nascere senza una decisione condivisa?

Antonio Bruno: 12 novembre 1989. Lei è in barca tra Ponza e il Circeo con Linda e Federico Geremicca.

Achille Occhetto, alla Bolognina, annuncia la possibilità di un cambiamento radicale del PCI.

Lei non ne sa nulla.

Vorrei chiederle: che cosa percepì quando seppe che il partito al quale aveva dedicato la vita stava per cambiare identità?

Massimo D'Alema: Ero profondamente turbato. Condividevo la necessità del cambiamento, ma il modo in cui era stato annunciato mi sembrava lacerante.

Antonio Bruno: Ecco una distinzione che considero fondamentale.

Lei era favorevole allo scopo, ma non necessariamente al modo scelto per perseguirlo.

Se condividiamo l'obiettivo di un'azione, siamo obbligati a condividerne anche il procedimento?

Massimo D'Alema: No. Il metodo ha un'importanza propria.

Antonio Bruno: E allora vorrei domandarle: quale mondo faceva emergere Occhetto attraverso una decisione improvvisa e quale mondo desiderava conservare lei attraverso una discussione più partecipata?

Massimo D'Alema: Occhetto temeva che il partito non sarebbe riuscito a cambiare se avesse continuato a discutere senza decidere. Io temevo che una rottura troppo brusca potesse disperdere un patrimonio umano e politico.

Antonio Bruno: Due preoccupazioni differenti.

Ma nessuna delle due dimostra, da sola, che il metodo scelto fosse inevitabile.

Quando diciamo che non esisteva alternativa, stiamo descrivendo una necessità oggettiva oppure stiamo raccontando il modo in cui, allora, riuscivamo a immaginare il futuro?

10. Ulisse ed Enea: cambiare significa abbandonare?

Antonio Bruno: Arriviamo a una delle pagine più significative del capitolo.

Occhetto sceglie Ulisse, l'eroe che riparte verso un mondo nuovo.

Lei sceglie Enea, che fugge da Troia portando con sé il padre Anchise, il figlio Ascanio e i Penati.

Perché Enea?

Massimo D'Alema: Perché volevo un cambiamento che non disperdesse la parte migliore della nostra tradizione.

Antonio Bruno: Ma vorrei domandarle: chi decide quale parte della tradizione sia la migliore?

Massimo D'Alema: È proprio questo il compito della politica: confrontarsi, scegliere e assumersi la responsabilità delle decisioni.

Antonio Bruno: Dunque non esiste una tradizione che ci dica autonomamente che cosa conservare.

Siamo noi che, osservandola dal presente, attribuiamo valore a determinati aspetti.

La stessa storia può essere vissuta da alcuni come un patrimonio da salvare e da altri come un vincolo dal quale liberarsi.

E allora le chiedo: se Enea porta sulle spalle Anchise, chi porta il peso delle sofferenze prodotte dalla storia che desideriamo conservare?

Non possiamo scegliere soltanto i ricordi che ci rendono orgogliosi.

È possibile conservare il valore di una tradizione assumendosi contemporaneamente la responsabilità dei suoi errori?

11. Il PCI e il comunismo: quando il nome diventa identità

Antonio Bruno: Lei racconta che milioni di militanti vissero la fine del PCI come un lutto.

Vorrei chiederle: che cosa stavano perdendo?

Massimo D'Alema: Non soltanto un nome. Perdevano una parte della propria storia, delle relazioni, delle speranze e dell'identità politica.

Antonio Bruno: Allora il partito non era semplicemente un'organizzazione.

Era anche un mondo di relazioni nel quale le persone si riconoscevano.

Una sezione, una bandiera, una festa dell'Unità, una discussione tra compagni potevano costituire esperienze di appartenenza.

Quando scompare il nome di una comunità, scompare necessariamente anche il mondo di relazioni che quel nome rendeva riconoscibile?

Massimo D'Alema: Non necessariamente. Ma può essere molto difficile conservarlo.

Antonio Bruno: Ecco.

Il dolore di quei militanti non deve essere interpretato automaticamente come incapacità di comprendere il cambiamento.

Può essere il dolore per la trasformazione di un mondo che dava senso alla loro esistenza.

Possiamo accompagnare qualcuno verso un futuro differente senza pretendere che smetta immediatamente di amare il proprio passato?

12. Gorbaciov: può essere giusta una scelta che produce conseguenze dolorose?

Antonio Bruno: Lei racconta una conversazione con Michail Gorbaciov.

Gli domanda se valesse la pena cambiare tutto, considerando la corruzione e il degrado della Russia successiva.

Gorbaciov risponde che quel mondo andava abbattuto perché negava i valori ai quali pretendeva di ispirarsi.

Vorrei chiederle: possiamo giudicare una scelta esclusivamente attraverso le sue conseguenze?

Massimo D'Alema: No. Dobbiamo considerare anche le condizioni nelle quali fu compiuta e le alternative disponibili.

Antonio Bruno: Ma dobbiamo distinguere le alternative che erano effettivamente disponibili da quelle che oggi immaginiamo retrospettivamente.

Quando lei sostiene che un maggiore sostegno occidentale a Gorbaciov avrebbe potuto produrre una Russia differente, formula un'ipotesi controfattuale.

Può essere plausibile, ma non possiamo verificarla come un evento accaduto.

Come impediamo che il desiderio di un passato differente diventi una certezza su ciò che sarebbe potuto accadere?

13. Craxi: possiamo riconoscere il valore di un avversario?

Antonio Bruno: Nel camper di Craxi, a Rimini, lei incontra un uomo che ricorda intelligente, curioso, comprensivo, ma anche stanco.

Craxi le dice che gli sarebbe piaciuto guidare un partito come il vostro.

Vorrei chiederle: quale differenza esiste tra incontrare il leader socialista come avversario politico e incontrare Bettino Craxi come persona?

Massimo D'Alema: Il confronto politico mette in evidenza le differenze. L'incontro personale permette di cogliere anche altri aspetti.

Antonio Bruno: Dunque l'avversario politico non esaurisce la persona.

Ma vorrei andare oltre.

Se riconosciamo che il nostro avversario può avere qualità che apprezziamo, che cosa cambia nel modo in cui lo combattiamo?

Possiamo opporci alle sue decisioni senza trasformare la sua persona in un nemico assoluto?

Possiamo riconoscere ciò che ha fatto di valido senza giustificare ciò che consideriamo sbagliato?

14. La nascita di Francesco: chi paga il prezzo dell'impegno politico?

Antonio Bruno: Il primo maggio, mentre lei è impegnato nella campagna elettorale, nasce Francesco.

Linda raggiunge l'ospedale accompagnata da un'amica.

Lei torna a Roma durante la notte e conosce il figlio il giorno successivo.

Nel libro riconosce che l'impegno politico totalizzante aveva spesso scaricato sulle donne una parte sproporzionata delle responsabilità familiari.

Vorrei chiederle: quando diciamo che non potevamo fare diversamente, stiamo descrivendo un'impossibilità oppure stiamo difendendo le nostre priorità?

Massimo D'Alema: Riconosco che molti di noi, pur sostenendo l'emancipazione femminile, modificarono troppo poco i propri comportamenti.

Antonio Bruno: Ecco il problema etico.

Non basta sostenere un valore.

Occorre osservare come viviamo nelle relazioni quotidiane.

Come possiamo dichiararci favorevoli all'uguaglianza e contemporaneamente conservare comportamenti che producono disuguaglianza?

Forse perché le nostre convinzioni dichiarate e le nostre pratiche quotidiane non coincidono necessariamente.

E allora la domanda diventa personale.

Che cosa sto facendo, concretamente, quando affermo di rispettare la libertà dell'altro?

15. Il congresso di Rimini: che cosa significa essere sconfitti?

Antonio Bruno: Arriviamo al congresso che sancisce la fine del PCI e la nascita del PDS.

Occhetto non riesce inizialmente a essere eletto segretario.

Lei racconta lo smarrimento, la riunione con i dirigenti storici e la decisione di lavorare per farlo eleggere.

Vorrei chiederle: quando un leader fonda un partito ma non ottiene immediatamente la maggioranza necessaria per guidarlo, che cosa viene messo in discussione?

Massimo D'Alema: La sua autorità politica e la capacità di tenere insieme una comunità profondamente divisa.

Antonio Bruno: Ma il mancato raggiungimento del quorum è un fatto procedurale.

La sua interpretazione come tradimento, complotto o sconfitta personale è un'ulteriore operazione.

Possiamo distinguere ciò che è accaduto dal significato emotivo che attribuiamo a ciò che è accaduto?

Massimo D'Alema: Dovremmo, anche se nei momenti di tensione non è semplice.

Antonio Bruno: E forse proprio per questo è importante.

Perché quando confondiamo un evento con la nostra interpretazione, rischiamo di reagire non soltanto a ciò che è accaduto, ma anche agli scenari che abbiamo costruito intorno a esso.

16. I finanziamenti sovietici: la responsabilità davanti a una possibilità

Antonio Bruno: Lei racconta che le viene proposta un'operazione finanziaria per trasferire ingenti capitali provenienti dall'ex sistema sovietico, utilizzando un vecchio canale bancario legato al PCI.

In cambio sarebbe stato riconosciuto un compenso enorme.

Lei decide di interrompere i contatti e di informare interlocutori sovietici.

Vorrei chiederle: che cosa determina il valore etico di una decisione quando nessuno può conoscere con certezza tutte le conseguenze future?

Massimo D'Alema: Possiamo valutare ciò che sappiamo, riconoscere i rischi e decidere di non partecipare a un'operazione che riteniamo inaccettabile.

Antonio Bruno: Ecco.

La responsabilità non richiede onniscienza.

Richiede di non sottrarci alle conseguenze prevedibili delle nostre azioni.

Ma c'è un'altra distinzione.

Il suo racconto documenta la decisione che afferma di avere preso. La valutazione storica e giudiziaria dell'intera vicenda richiederebbe anche altre fonti.

Quanto è importante, per chi racconta la propria vita, distinguere la testimonianza personale dalla ricostruzione verificata di un avvenimento?

17. Gino Paoli: quando il consenso non riconosce il valore

Antonio Bruno: Lei racconta di avere sostenuto Gino Paoli nella campagna elettorale, perché lo considerava un buon parlamentare.

Ma Paoli non viene rieletto.

Vorrei chiederle: se una persona svolge bene un incarico e non ottiene il consenso necessario per continuare, quel risultato dimostra che non era competente?

Massimo D'Alema: No. Le dinamiche elettorali possono premiare capacità organizzative e radicamento territoriale che non coincidono necessariamente con la qualità del lavoro svolto.

Antonio Bruno: Ecco.

Dobbiamo distinguere la valutazione di una prestazione dalla procedura attraverso la quale viene assegnato un incarico.

Il voto misura una scelta elettorale, non direttamente tutte le qualità di una persona.

Quando non veniamo scelti, perché siamo così facilmente portati a interpretare quella decisione come un giudizio sul nostro valore?

E quando siamo noi a non scegliere qualcuno, perché ci sorprende che possa vivere la nostra decisione come un rifiuto personale?

18. Il vecchio compagno salentino: quale falce e martello?

Antonio Bruno: Vorrei concludere con l'episodio che chiude il capitolo.

Un vecchio compagno salentino le racconta di avere scritto il suo nome accanto al simbolo della falce e martello.

Lei gli chiede quale.

L'uomo risponde, commosso, che aveva scelto quella grande.

Vi abbracciate.

Vorrei chiederle: che cosa aveva votato quell'uomo?

Massimo D'Alema: Aveva cercato di votare per me, ma anche per il simbolo nel quale aveva sempre riconosciuto la propria appartenenza.

Antonio Bruno: Dunque la sua azione non era comprensibile soltanto attraverso le regole della scheda elettorale.

Occorreva considerare la sua storia, la memoria e il significato affettivo del simbolo.

Fenomenologicamente, quel segno non era semplicemente un disegno stampato sulla carta.

Era parte di un mondo vissuto.

Che cosa succede quando le istituzioni cambiano i propri simboli più velocemente di quanto le persone riescano a trasformare le proprie appartenenze?

E soprattutto: possiamo considerare quell'uomo incapace di comprendere la politica oppure riconoscere che stava cercando di conservare qualcosa che per lui aveva un valore immenso?

La riflessione conclusiva di Antonio Bruno

Massimo, siamo partiti da Roma nel 1986 e siamo arrivati alla fine del PCI, attraversando la nascita del PDS e le elezioni del 1992.

Abbiamo incontrato uomini che desideravano cambiare tutto e uomini che desideravano conservare tutto.

Abbiamo osservato persone che condividevano gli stessi valori ma non riuscivano a trovare un accordo sul modo di realizzarli.

Abbiamo visto un giornale che doveva scegliere tra la verifica dei fatti e la competizione con gli altri giornali.

Abbiamo incontrato un partito che proclamava l'emancipazione femminile mentre molti dei suoi dirigenti continuavano a vivere secondo modelli familiari tradizionali.

Abbiamo visto un leader che annunciava una trasformazione radicale e poi faticava a ottenere il consenso necessario per guidarla.

E abbiamo incontrato un vecchio comunista salentino che, davanti a una scheda elettorale, cercava ancora il simbolo della propria vita.

Ma ora desidero rivolgerle un'ultima domanda.

Antonio Bruno: Massimo, se lei potesse tornare a quel vecchio compagno che aveva scritto il suo nome accanto alla falce e martello, che cosa gli domanderebbe?

Massimo D'Alema: Forse gli chiederei che cosa significasse per lui essere comunista.

Antonio Bruno: E se rispondesse che significava stare dalla parte dei lavoratori, dei poveri, di chi non aveva voce?

Massimo D'Alema: Gli direi che quei valori non dovevano necessariamente scomparire insieme al nome del partito.

Antonio Bruno: Ma lui potrebbe risponderle che non desiderava soltanto conservare quei valori.

Desiderava conservare anche le persone, le sezioni, le bandiere, le feste, i ricordi e il modo in cui aveva imparato a sentirsi parte di una comunità.

Allora le domanderei:

Avevate chiesto a quell'uomo che cosa desiderava conservare prima di decidere che cosa avrebbe dovuto abbandonare?

Forse è proprio qui che si trova il nodo epistemologico ed etico di questa storia.

Non nella contrapposizione tra chi aveva ragione e chi aveva torto.

Ma nella difficoltà di riconoscere che ogni persona vive il cambiamento a partire dalla propria storia.

E che una decisione politicamente necessaria può essere contemporaneamente un'esperienza dolorosa per chi la attraversa.

La fenomenologia ci invita a non cancellare quell'esperienza.

L'epistemologia ci invita a osservare come costruiamo le nostre spiegazioni.

L'etica ci invita a riconoscere la presenza dell'altro nelle conseguenze delle nostre azioni.

E allora ritorno alle domande che accompagnano il mio percorso.

Mi accorgo.

Che cosa percepisco?

Che cosa sto facendo?

Come faccio quello che faccio?

Che cosa desidero conservare?

Qual è lo scopo dello scopo?

Ciò che sto per fare produrrà sofferenza evitabile ad altre persone?

E infine:

Quale mondo desidero far emergere attraverso il mio modo di vivere?

Forse cambiare non significa distruggere il passato.

E conservare non significa necessariamente impedire il futuro.

Forse la questione è imparare a distinguere ciò che vogliamo custodire da ciò che continuiamo a ripetere soltanto perché abbiamo paura di perderlo.

Non esiste una risposta valida per tutti.

Esiste la responsabilità di ciascuno nel riconoscere come partecipa alla costruzione del mondo nel quale vive.

E forse la domanda più importante non è «Chi eravamo?», ma «Come desideriamo vivere insieme, adesso, conservando ciò che rende ancora desiderabile il nostro futuro?».

Antonio Bruno Pietro

Ottavo episodio delle conversazioni immaginarie, epistemologiche e fenomenologiche ispirate a Eravamo comunisti di Massimo D'Alema, Feltrinelli. Capitolo 8: «Di ritorno a Roma».

 

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