Di ritorno a Roma
CONVERSAZIONI
CON ANTONIO BRUNO · OTTAVO EPISODIO
Di ritorno a Roma
Massimo
D'Alema, la fine del PCI e il problema di conservare ciò che siamo mentre
cambiamo.
Una
conversazione immaginaria tra Antonio Bruno e Massimo D'Alema, ispirata
all'ottavo capitolo di Eravamo comunisti.
La domanda centrale:
quando una persona, un partito o un'intera comunità decidono di cambiare, che
cosa desiderano conservare della propria identità? E chi stabilisce che cosa
deve essere abbandonato?
Antonio
Bruno interroga D'Alema attraverso l'epistemologia di Humberto Maturana e Heinz
von Foerster, la fenomenologia dell'esperienza vissuta e la questione etica
della responsabilità personale.
Le risposte
attribuite a D'Alema sono ricostruzioni letterarie basate sul capitolo del
libro, non dichiarazioni di una vera intervista. Le interpretazioni
epistemologiche e fenomenologiche appartengono a questa conversazione
immaginaria.
La conversazione
1. Il ritorno a Roma: chi torna davvero?
Antonio
Bruno: Massimo, nel 1986 torna a Roma dopo sei anni trascorsi in Puglia. Va a
vivere temporaneamente nella casa dei suoi genitori, all'Eur, insieme a Linda.
Il 20 settembre vi sposate in Campidoglio e a dicembre nasce Giulia.
Vorrei
cominciare con una domanda apparentemente semplice.
Chi è l'uomo
che torna a Roma? È lo stesso che nel marzo 1980 era partito per Bari?
Massimo
D'Alema: Sono sempre io, naturalmente, ma quei sei anni mi hanno trasformato
profondamente. La Puglia è stata un'esperienza politica e umana fondamentale.
Sono cambiate le mie responsabilità, le mie relazioni, la mia vita personale.
Antonio
Bruno: Quando dice «sono sempre io», che cosa sta conservando attraverso questa
affermazione?
Il suo nome?
La memoria? Il corpo? Il progetto politico?
Perché, se
osserviamo la sua storia, molte cose sono cambiate.
Massimo
D'Alema: Conservo una continuità della mia esperienza, anche se quella
esperienza si è trasformata.
Antonio
Bruno: Ecco il problema dell'identità.
Tendiamo a
considerare l'identità come una proprietà stabile della persona. Ma possiamo
anche osservarla come una continuità che si realizza attraverso trasformazioni.
Maturana ci
inviterebbe a distinguere l'organizzazione di un sistema dalla sua struttura
concreta.
Un sistema
vivente conserva la propria organizzazione mentre la sua struttura cambia
continuamente, finché quella organizzazione rimane conservata.
Naturalmente,
non possiamo trasferire meccanicamente questo principio biologico all'identità
personale o a un partito politico.
Possiamo
però utilizzarlo per formulare una domanda.
Che cosa
deve rimanere perché, pur cambiando profondamente, lei possa continuare a
riconoscersi nella propria storia?
2. La famiglia e il partito: dove finisce l'uomo
pubblico?
Antonio
Bruno: Racconta che il ritorno a Roma le permette di ritrovare la famiglia, le
domeniche con gli gnocchi preparati da sua madre Fabiola, i bambini che giocano
insieme e la passione condivisa per la Roma.
Poi racconta
di avere accompagnato Linda al San Camillo per la nascita di Giulia, ma di
essere uscito dalla sala parto, nervoso, a fumare nel corridoio.
Vorrei
chiederle: quando descrive quell'uomo come qualcuno che recita un vecchio
copione maschile, sta ricordando semplicemente un comportamento oppure sta
osservando criticamente il proprio modo di essere di allora?
Massimo
D'Alema: Certamente la seconda cosa. Guardando indietro, riconosco un
comportamento legato anche alla cultura maschile di quel tempo.
Antonio
Bruno: Ma quella cultura non era un'entità esterna che la obbligava a
comportarsi così.
Lei
partecipava a riprodurla attraverso le proprie azioni.
Come
facciamo a riconoscere che ciò che consideriamo naturale è spesso una modalità
di comportamento appresa e continuamente conservata?
E
soprattutto: che cosa diventa possibile quando ce ne accorgiamo?
3. Il cambiamento del PCI: chi osserva la crisi?
Antonio
Bruno: Arriviamo al congresso di Firenze del 1986. Nel PCI emergono apertamente
i dissensi. Bassolino e Mussi propongono una svolta ambientalista e
antinucleare. Lei vota contro, ma quella posizione ottiene un risultato
importante.
Mi interessa
il fatto che lei oggi riconosca il valore di un cambiamento al quale allora si
oppose.
La proposta
era sbagliata quando lei votò contro e giusta quando la osservò
successivamente?
Massimo
D'Alema: No. La mia valutazione è cambiata. Ho potuto comprendere
successivamente aspetti che allora non consideravo con la stessa importanza.
Antonio
Bruno: Ecco.
Dobbiamo
distinguere l'evento dalla spiegazione che ne formuliamo.
Il voto
contrario è un fatto della sua storia.
La
valutazione di quel voto è un'operazione che compie oggi, a partire da una
diversa esperienza.
Heinz von
Foerster ci ricorda che anche l'osservatore deve essere incluso nel campo della
conoscenza.
Quando
cambiamo opinione, stiamo necessariamente diventando incoerenti oppure stiamo
riconoscendo distinzioni che prima non riuscivamo a compiere?
E ancora: se
riconosce oggi che quella proposta aveva un valore, che cosa le impedirebbe di
riconoscere che anche gli avversari politici attuali potrebbero vedere qualcosa
che lei non vede?
4. Occhetto e Natta: il cambiamento giustifica il
dolore?
Antonio
Bruno: Lei sostiene l'ascesa di Achille Occhetto. Alessandro Natta è malato, il
passaggio di consegne diventa doloroso e il rapporto personale tra voi si
incrina.
Lei afferma
di avere agito nell'interesse del partito e non per acquisire una posizione
personale.
Vorrei
chiederle: essere convinti della bontà del proprio scopo ci dice qualcosa anche
sulle conseguenze delle nostre azioni?
Massimo
D'Alema: Non necessariamente. Si può agire con intenzioni che si ritengono
giuste e produrre comunque sofferenza.
Antonio
Bruno: Allora la domanda etica non può fermarsi allo scopo.
Deve
riguardare anche il modo in cui agiamo.
Lei voleva
accelerare il rinnovamento del partito.
Natta, pur
avendo promosso quel rinnovamento, visse dolorosamente il passaggio.
Era
possibile perseguire lo stesso obiettivo producendo meno sofferenza?
Massimo
D'Alema: È una domanda legittima. Il modo in cui quella successione avvenne
lasciò amarezza, e questo non può essere cancellato dalla convinzione che il
cambiamento fosse necessario.
Antonio
Bruno: Ecco il punto.
La
responsabilità non consiste soltanto nel poter spiegare perché abbiamo agito.
Consiste
anche nel riconoscere le conseguenze delle nostre azioni sulle persone con le
quali viviamo.
5. «Il capo dei congiurati»: quale realtà descrive
Natta?
Antonio
Bruno: Quando va a intervistare Natta nella sua casa di Imperia, lui scherza
chiamandola il capo dei congiurati.
Lei ricorda
quell'incontro come un momento di riconciliazione.
Vorrei
chiederle: quando Natta la definisce in quel modo, sta descrivendo chi lei è
oppure sta manifestando come ha vissuto ciò che è accaduto?
Massimo
D'Alema: Credo soprattutto la seconda cosa. Quella vicenda aveva lasciato delle
ferite.
Antonio
Bruno: Dunque due persone possono partecipare allo stesso evento e viverlo in
modi profondamente differenti.
Lei
distingue la necessità politica della successione.
Natta può
distinguere anche il dolore di essere stato messo da parte.
Nessuna
delle due esperienze può essere semplicemente cancellata dall'altra.
Possiamo
riconoscere la legittimità dell'esperienza dell'altro senza dover rinunciare
alla nostra?
Forse la
riconciliazione comincia proprio quando smettiamo di pretendere che l'altro
debba ricordare ciò che è accaduto esattamente come lo ricordiamo noi.
6. L'Unità: chi decide che cosa è una notizia?
Antonio
Bruno: Nel luglio 1988 diventa direttore dell'Unità. Entra in una redazione che
desidera maggiore autonomia dal PCI.
Lei racconta
un episodio straordinario.
Circola la
voce che Gianni Cervetti abbia pronunciato determinate parole durante una
riunione della Direzione.
Lei era
presente e sa che quelle parole non sono state pronunciate.
Ma Piero
Sansonetti le fa osservare che, se gli altri giornali pubblicano la notizia,
l'Unità rischia di prendere un buco.
Vorrei
chiederle: una notizia diventa vera perché molti giornali la pubblicano?
Massimo
D'Alema: Naturalmente no. Ma nel giornalismo esiste una pressione competitiva
che può portare a inseguire ciò che pubblicano gli altri.
Antonio
Bruno: Da giornalista pubblicista, considero questa una questione
epistemologica fondamentale.
Dobbiamo
distinguere almeno tre livelli.
Il fatto che
un evento sia accaduto.
Il fatto che
qualcuno affermi che sia accaduto.
Il fatto che
un giornale pubblichi quell'affermazione.
Sono tre
cose differenti.
Quando il
giornalismo comincia a raccontare ciò che gli altri giornali raccontano, chi
continua a occuparsi di verificare ciò che è accaduto?
Massimo
D'Alema: È proprio il problema che mi ponevo. Il rischio era sostituire la
ricerca dei fatti con la competizione sulle indiscrezioni.
Antonio
Bruno: Ecco.
La verità
non può essere ridotta al consenso tra le redazioni.
Ma neppure
la testimonianza diretta di un singolo osservatore è automaticamente
infallibile.
Occorrono
verifiche, fonti, documenti, possibilità di confutazione.
Un
giornalista deve essere il primo a pubblicare una notizia oppure il primo a
interrogarsi seriamente sulla sua attendibilità?
7. La violenza sulle donne: che cosa non vedono i
giornalisti?
Antonio
Bruno: Lei racconta di avere assistito a un dibattito parlamentare sulla legge
contro la violenza sessuale.
L'Aula era
semideserta, le tribune dei giornalisti vuote.
Eppure lei
osserva che proprio in quella discussione emergevano stereotipi profondamente
maschilisti.
Prende carta
e penna e scrive personalmente la cronaca.
Perché una
discussione parlamentare così importante non veniva considerata una notizia?
Massimo
D'Alema: Perché l'attenzione dei giornalisti era spesso concentrata sulle
dichiarazioni dei leader, sulle alleanze e sui retroscena.
Antonio
Bruno: Dunque non è sufficiente che qualcosa accada perché diventi visibile.
Occorre che
qualcuno lo distingua come significativo.
Ma allora il
giornalismo non si limita a rappresentare la realtà.
Partecipa
anche alla costruzione della sua visibilità pubblica.
Quale
società contribuiamo a conservare quando dedichiamo più attenzione ai
pettegolezzi parlamentari che alle decisioni che riguardano la vita delle
persone?
E quale
società potrebbe emergere se cambiassimo i nostri criteri di rilevanza?
8. La satira: chi stabilisce il limite?
Antonio
Bruno: Arriviamo a Tango, il supplemento satirico diretto da Sergio Staino.
Lei racconta
le polemiche, la chiusura e la successiva nascita di Cuore.
Vorrei
chiederle: quando una vignetta dissacra un dirigente politico, che cosa mette
in discussione?
Massimo
D'Alema: L'autorità, il prestigio, la rappresentazione pubblica del potere.
Antonio
Bruno: E perché questo dovrebbe costituire un problema per un partito che si
propone di emancipare le persone?
Massimo
D'Alema: La satira ha una funzione importante, ma occorre anche governare un
giornale e assumersi la responsabilità delle scelte editoriali.
Antonio
Bruno: Certamente.
Ma la
domanda resta.
Come
distinguiamo il limite necessario alla responsabilità editoriale dal limite che
imponiamo perché non desideriamo essere messi in discussione?
E ancora:
possiamo considerare legittima la satira quando colpisce gli avversari e
intollerabile quando colpisce noi?
9. La Bolognina: il cambiamento può nascere senza una
decisione condivisa?
Antonio
Bruno: 12 novembre 1989. Lei è in barca tra Ponza e il Circeo con Linda e
Federico Geremicca.
Achille
Occhetto, alla Bolognina, annuncia la possibilità di un cambiamento radicale
del PCI.
Lei non ne
sa nulla.
Vorrei
chiederle: che cosa percepì quando seppe che il partito al quale aveva dedicato
la vita stava per cambiare identità?
Massimo
D'Alema: Ero profondamente turbato. Condividevo la necessità del cambiamento,
ma il modo in cui era stato annunciato mi sembrava lacerante.
Antonio
Bruno: Ecco una distinzione che considero fondamentale.
Lei era
favorevole allo scopo, ma non necessariamente al modo scelto per perseguirlo.
Se
condividiamo l'obiettivo di un'azione, siamo obbligati a condividerne anche il
procedimento?
Massimo
D'Alema: No. Il metodo ha un'importanza propria.
Antonio
Bruno: E allora vorrei domandarle: quale mondo faceva emergere Occhetto
attraverso una decisione improvvisa e quale mondo desiderava conservare lei
attraverso una discussione più partecipata?
Massimo
D'Alema: Occhetto temeva che il partito non sarebbe riuscito a cambiare se
avesse continuato a discutere senza decidere. Io temevo che una rottura troppo
brusca potesse disperdere un patrimonio umano e politico.
Antonio
Bruno: Due preoccupazioni differenti.
Ma nessuna
delle due dimostra, da sola, che il metodo scelto fosse inevitabile.
Quando
diciamo che non esisteva alternativa, stiamo descrivendo una necessità
oggettiva oppure stiamo raccontando il modo in cui, allora, riuscivamo a
immaginare il futuro?
10. Ulisse ed Enea: cambiare significa abbandonare?
Antonio
Bruno: Arriviamo a una delle pagine più significative del capitolo.
Occhetto
sceglie Ulisse, l'eroe che riparte verso un mondo nuovo.
Lei sceglie
Enea, che fugge da Troia portando con sé il padre Anchise, il figlio Ascanio e
i Penati.
Perché Enea?
Massimo
D'Alema: Perché volevo un cambiamento che non disperdesse la parte migliore
della nostra tradizione.
Antonio Bruno:
Ma vorrei domandarle: chi decide quale parte della tradizione sia la migliore?
Massimo
D'Alema: È proprio questo il compito della politica: confrontarsi, scegliere e
assumersi la responsabilità delle decisioni.
Antonio
Bruno: Dunque non esiste una tradizione che ci dica autonomamente che cosa
conservare.
Siamo noi
che, osservandola dal presente, attribuiamo valore a determinati aspetti.
La stessa
storia può essere vissuta da alcuni come un patrimonio da salvare e da altri
come un vincolo dal quale liberarsi.
E allora le
chiedo: se Enea porta sulle spalle Anchise, chi porta il peso delle sofferenze
prodotte dalla storia che desideriamo conservare?
Non possiamo
scegliere soltanto i ricordi che ci rendono orgogliosi.
È possibile
conservare il valore di una tradizione assumendosi contemporaneamente la
responsabilità dei suoi errori?
11. Il PCI e il comunismo: quando il nome diventa
identità
Antonio
Bruno: Lei racconta che milioni di militanti vissero la fine del PCI come un
lutto.
Vorrei
chiederle: che cosa stavano perdendo?
Massimo
D'Alema: Non soltanto un nome. Perdevano una parte della propria storia, delle
relazioni, delle speranze e dell'identità politica.
Antonio
Bruno: Allora il partito non era semplicemente un'organizzazione.
Era anche un
mondo di relazioni nel quale le persone si riconoscevano.
Una sezione,
una bandiera, una festa dell'Unità, una discussione tra compagni potevano
costituire esperienze di appartenenza.
Quando
scompare il nome di una comunità, scompare necessariamente anche il mondo di
relazioni che quel nome rendeva riconoscibile?
Massimo
D'Alema: Non necessariamente. Ma può essere molto difficile conservarlo.
Antonio
Bruno: Ecco.
Il dolore di
quei militanti non deve essere interpretato automaticamente come incapacità di
comprendere il cambiamento.
Può essere
il dolore per la trasformazione di un mondo che dava senso alla loro esistenza.
Possiamo
accompagnare qualcuno verso un futuro differente senza pretendere che smetta
immediatamente di amare il proprio passato?
12. Gorbaciov: può essere giusta una scelta che
produce conseguenze dolorose?
Antonio
Bruno: Lei racconta una conversazione con Michail Gorbaciov.
Gli domanda
se valesse la pena cambiare tutto, considerando la corruzione e il degrado
della Russia successiva.
Gorbaciov
risponde che quel mondo andava abbattuto perché negava i valori ai quali
pretendeva di ispirarsi.
Vorrei
chiederle: possiamo giudicare una scelta esclusivamente attraverso le sue
conseguenze?
Massimo
D'Alema: No. Dobbiamo considerare anche le condizioni nelle quali fu compiuta e
le alternative disponibili.
Antonio
Bruno: Ma dobbiamo distinguere le alternative che erano effettivamente
disponibili da quelle che oggi immaginiamo retrospettivamente.
Quando lei
sostiene che un maggiore sostegno occidentale a Gorbaciov avrebbe potuto
produrre una Russia differente, formula un'ipotesi controfattuale.
Può essere
plausibile, ma non possiamo verificarla come un evento accaduto.
Come
impediamo che il desiderio di un passato differente diventi una certezza su ciò
che sarebbe potuto accadere?
13. Craxi: possiamo riconoscere il valore di un
avversario?
Antonio
Bruno: Nel camper di Craxi, a Rimini, lei incontra un uomo che ricorda
intelligente, curioso, comprensivo, ma anche stanco.
Craxi le
dice che gli sarebbe piaciuto guidare un partito come il vostro.
Vorrei
chiederle: quale differenza esiste tra incontrare il leader socialista come
avversario politico e incontrare Bettino Craxi come persona?
Massimo
D'Alema: Il confronto politico mette in evidenza le differenze. L'incontro personale
permette di cogliere anche altri aspetti.
Antonio
Bruno: Dunque l'avversario politico non esaurisce la persona.
Ma vorrei
andare oltre.
Se
riconosciamo che il nostro avversario può avere qualità che apprezziamo, che
cosa cambia nel modo in cui lo combattiamo?
Possiamo
opporci alle sue decisioni senza trasformare la sua persona in un nemico
assoluto?
Possiamo
riconoscere ciò che ha fatto di valido senza giustificare ciò che consideriamo
sbagliato?
14. La nascita di Francesco: chi paga il prezzo dell'impegno
politico?
Antonio
Bruno: Il primo maggio, mentre lei è impegnato nella campagna elettorale, nasce
Francesco.
Linda
raggiunge l'ospedale accompagnata da un'amica.
Lei torna a
Roma durante la notte e conosce il figlio il giorno successivo.
Nel libro
riconosce che l'impegno politico totalizzante aveva spesso scaricato sulle
donne una parte sproporzionata delle responsabilità familiari.
Vorrei
chiederle: quando diciamo che non potevamo fare diversamente, stiamo
descrivendo un'impossibilità oppure stiamo difendendo le nostre priorità?
Massimo
D'Alema: Riconosco che molti di noi, pur sostenendo l'emancipazione femminile,
modificarono troppo poco i propri comportamenti.
Antonio
Bruno: Ecco il problema etico.
Non basta
sostenere un valore.
Occorre
osservare come viviamo nelle relazioni quotidiane.
Come
possiamo dichiararci favorevoli all'uguaglianza e contemporaneamente conservare
comportamenti che producono disuguaglianza?
Forse perché
le nostre convinzioni dichiarate e le nostre pratiche quotidiane non coincidono
necessariamente.
E allora la
domanda diventa personale.
Che cosa sto
facendo, concretamente, quando affermo di rispettare la libertà dell'altro?
15. Il congresso di Rimini: che cosa significa essere
sconfitti?
Antonio
Bruno: Arriviamo al congresso che sancisce la fine del PCI e la nascita del
PDS.
Occhetto non
riesce inizialmente a essere eletto segretario.
Lei racconta
lo smarrimento, la riunione con i dirigenti storici e la decisione di lavorare
per farlo eleggere.
Vorrei
chiederle: quando un leader fonda un partito ma non ottiene immediatamente la
maggioranza necessaria per guidarlo, che cosa viene messo in discussione?
Massimo
D'Alema: La sua autorità politica e la capacità di tenere insieme una comunità
profondamente divisa.
Antonio
Bruno: Ma il mancato raggiungimento del quorum è un fatto procedurale.
La sua
interpretazione come tradimento, complotto o sconfitta personale è un'ulteriore
operazione.
Possiamo
distinguere ciò che è accaduto dal significato emotivo che attribuiamo a ciò
che è accaduto?
Massimo
D'Alema: Dovremmo, anche se nei momenti di tensione non è semplice.
Antonio
Bruno: E forse proprio per questo è importante.
Perché
quando confondiamo un evento con la nostra interpretazione, rischiamo di
reagire non soltanto a ciò che è accaduto, ma anche agli scenari che abbiamo
costruito intorno a esso.
16. I finanziamenti sovietici: la responsabilità
davanti a una possibilità
Antonio
Bruno: Lei racconta che le viene proposta un'operazione finanziaria per
trasferire ingenti capitali provenienti dall'ex sistema sovietico, utilizzando
un vecchio canale bancario legato al PCI.
In cambio
sarebbe stato riconosciuto un compenso enorme.
Lei decide
di interrompere i contatti e di informare interlocutori sovietici.
Vorrei
chiederle: che cosa determina il valore etico di una decisione quando nessuno
può conoscere con certezza tutte le conseguenze future?
Massimo
D'Alema: Possiamo valutare ciò che sappiamo, riconoscere i rischi e decidere di
non partecipare a un'operazione che riteniamo inaccettabile.
Antonio
Bruno: Ecco.
La
responsabilità non richiede onniscienza.
Richiede di
non sottrarci alle conseguenze prevedibili delle nostre azioni.
Ma c'è
un'altra distinzione.
Il suo
racconto documenta la decisione che afferma di avere preso. La valutazione storica
e giudiziaria dell'intera vicenda richiederebbe anche altre fonti.
Quanto è
importante, per chi racconta la propria vita, distinguere la testimonianza
personale dalla ricostruzione verificata di un avvenimento?
17. Gino Paoli: quando il consenso non riconosce il
valore
Antonio
Bruno: Lei racconta di avere sostenuto Gino Paoli nella campagna elettorale,
perché lo considerava un buon parlamentare.
Ma Paoli non
viene rieletto.
Vorrei
chiederle: se una persona svolge bene un incarico e non ottiene il consenso
necessario per continuare, quel risultato dimostra che non era competente?
Massimo
D'Alema: No. Le dinamiche elettorali possono premiare capacità organizzative e
radicamento territoriale che non coincidono necessariamente con la qualità del
lavoro svolto.
Antonio
Bruno: Ecco.
Dobbiamo
distinguere la valutazione di una prestazione dalla procedura attraverso la
quale viene assegnato un incarico.
Il voto
misura una scelta elettorale, non direttamente tutte le qualità di una persona.
Quando non
veniamo scelti, perché siamo così facilmente portati a interpretare quella
decisione come un giudizio sul nostro valore?
E quando
siamo noi a non scegliere qualcuno, perché ci sorprende che possa vivere la
nostra decisione come un rifiuto personale?
18. Il vecchio compagno salentino: quale falce e
martello?
Antonio
Bruno: Vorrei concludere con l'episodio che chiude il capitolo.
Un vecchio
compagno salentino le racconta di avere scritto il suo nome accanto al simbolo
della falce e martello.
Lei gli
chiede quale.
L'uomo
risponde, commosso, che aveva scelto quella grande.
Vi
abbracciate.
Vorrei
chiederle: che cosa aveva votato quell'uomo?
Massimo
D'Alema: Aveva cercato di votare per me, ma anche per il simbolo nel quale
aveva sempre riconosciuto la propria appartenenza.
Antonio
Bruno: Dunque la sua azione non era comprensibile soltanto attraverso le regole
della scheda elettorale.
Occorreva
considerare la sua storia, la memoria e il significato affettivo del simbolo.
Fenomenologicamente,
quel segno non era semplicemente un disegno stampato sulla carta.
Era parte di
un mondo vissuto.
Che cosa
succede quando le istituzioni cambiano i propri simboli più velocemente di
quanto le persone riescano a trasformare le proprie appartenenze?
E
soprattutto: possiamo considerare quell'uomo incapace di comprendere la
politica oppure riconoscere che stava cercando di conservare qualcosa che per
lui aveva un valore immenso?
La riflessione conclusiva di Antonio Bruno
Massimo,
siamo partiti da Roma nel 1986 e siamo arrivati alla fine del PCI,
attraversando la nascita del PDS e le elezioni del 1992.
Abbiamo
incontrato uomini che desideravano cambiare tutto e uomini che desideravano
conservare tutto.
Abbiamo
osservato persone che condividevano gli stessi valori ma non riuscivano a trovare
un accordo sul modo di realizzarli.
Abbiamo
visto un giornale che doveva scegliere tra la verifica dei fatti e la
competizione con gli altri giornali.
Abbiamo
incontrato un partito che proclamava l'emancipazione femminile mentre molti dei
suoi dirigenti continuavano a vivere secondo modelli familiari tradizionali.
Abbiamo
visto un leader che annunciava una trasformazione radicale e poi faticava a
ottenere il consenso necessario per guidarla.
E abbiamo
incontrato un vecchio comunista salentino che, davanti a una scheda elettorale,
cercava ancora il simbolo della propria vita.
Ma ora
desidero rivolgerle un'ultima domanda.
Antonio
Bruno: Massimo, se lei potesse tornare a quel vecchio compagno che aveva
scritto il suo nome accanto alla falce e martello, che cosa gli domanderebbe?
Massimo
D'Alema: Forse gli chiederei che cosa significasse per lui essere comunista.
Antonio
Bruno: E se rispondesse che significava stare dalla parte dei lavoratori, dei
poveri, di chi non aveva voce?
Massimo
D'Alema: Gli direi che quei valori non dovevano necessariamente scomparire
insieme al nome del partito.
Antonio
Bruno: Ma lui potrebbe risponderle che non desiderava soltanto conservare quei
valori.
Desiderava
conservare anche le persone, le sezioni, le bandiere, le feste, i ricordi e il
modo in cui aveva imparato a sentirsi parte di una comunità.
Allora le
domanderei:
Avevate
chiesto a quell'uomo che cosa desiderava conservare prima di decidere che cosa
avrebbe dovuto abbandonare?
Forse è
proprio qui che si trova il nodo epistemologico ed etico di questa storia.
Non nella
contrapposizione tra chi aveva ragione e chi aveva torto.
Ma nella
difficoltà di riconoscere che ogni persona vive il cambiamento a partire dalla
propria storia.
E che una
decisione politicamente necessaria può essere contemporaneamente un'esperienza
dolorosa per chi la attraversa.
La
fenomenologia ci invita a non cancellare quell'esperienza.
L'epistemologia
ci invita a osservare come costruiamo le nostre spiegazioni.
L'etica ci
invita a riconoscere la presenza dell'altro nelle conseguenze delle nostre
azioni.
E allora
ritorno alle domande che accompagnano il mio percorso.
Mi accorgo.
Che cosa
percepisco?
Che cosa sto
facendo?
Come faccio
quello che faccio?
Che cosa
desidero conservare?
Qual è lo
scopo dello scopo?
Ciò che sto
per fare produrrà sofferenza evitabile ad altre persone?
E infine:
Quale mondo
desidero far emergere attraverso il mio modo di vivere?
Forse
cambiare non significa distruggere il passato.
E conservare
non significa necessariamente impedire il futuro.
Forse la
questione è imparare a distinguere ciò che vogliamo custodire da ciò che
continuiamo a ripetere soltanto perché abbiamo paura di perderlo.
Non esiste
una risposta valida per tutti.
Esiste la
responsabilità di ciascuno nel riconoscere come partecipa alla costruzione del
mondo nel quale vive.
E forse la
domanda più importante non è «Chi eravamo?», ma «Come desideriamo vivere
insieme, adesso, conservando ciò che rende ancora desiderabile il nostro
futuro?».
Antonio Bruno
Pietro
Ottavo
episodio delle conversazioni immaginarie, epistemologiche e fenomenologiche
ispirate a Eravamo comunisti di Massimo D'Alema, Feltrinelli. Capitolo 8: «Di
ritorno a Roma».

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