La mano sulla fronte
La mano sulla fronte
Il tempo
ritrovato sotto il bersò
C'è una
casa, in via Unità d'Italia, nella quale non abito più da una vita e dalla
quale, tuttavia, mi accorgo oggi di non essere mai veramente uscito. Non perché
ne abbia conservato un'immagine immutabile, come quelle fotografie che si
custodiscono nei cassetti e che finiscono per ingiallire senza che nessuno le
guardi, ma perché quella casa, che credevo scomparsa insieme agli anni della
mia prima infanzia, è tornata ad abitarmi, e lo ha fatto con una tale intensità
che mi sembra, mentre scrivo, di poterne ancora attraversare le stanze,
riconoscere la disposizione dei mobili, distinguere la luce che entrava dalla
finestra e perfino avvertire quella particolare condizione di felicità che appartiene
ai bambini quando non sanno ancora di essere felici.
Davanti
c'era un rivellino, delimitato da un muretto di cinta, e una porta persiana
attraverso la quale si entrava in quello che, per noi, era il mondo intero.
La prima
stanza era la camera da pranzo, che fungeva anche da ingresso. Lì si trovava il
televisore Grundig, un oggetto che oggi potrebbe sembrare soltanto una
testimonianza della storia della tecnica, ma che allora possedeva un'autorità
particolare, perché da quella scatola luminosa uscivano persone, voci, paesaggi
e avvenimenti che non avremmo mai potuto incontrare altrimenti.
Più avanti
c'era la camera da letto dei miei genitori.
Mia sorella
Daniela dormiva tra papà e mamma, mentre io avevo una culla metallica, con una
rete di protezione sui lati che impediva di cadere. Mi domando oggi se quella
rete, che ricordo con tanta precisione, non fosse una delle prime forme
materiali attraverso le quali avevo conosciuto la premura degli adulti:
qualcuno aveva pensato che avrei potuto farmi male e aveva predisposto qualcosa
per impedirlo.
Sul lato
opposto alla porta si apriva una finestra che dava sul giardino. Nel giardino
c'era un pozzo, dal quale si attingeva l'acqua necessaria alla vita della
nostra famiglia.
Mi sembra
significativo che, tra le tante cose che avrei potuto dimenticare, io abbia
conservato proprio il ricordo di quel pozzo. L'acqua che serviva a lavarci, a
cucinare, a bere, veniva da lì, da una profondità invisibile che apparteneva
alla casa quanto le sue pareti. E forse soltanto oggi, mentre ricostruisco quel
mondo, mi accorgo di quanto la nostra vita fosse legata a cose semplicissime,
che nessuno di noi aveva bisogno di spiegare perché erano semplicemente il modo
in cui si viveva.
Nell'altra
ala della casa abitava la proprietaria, che mia madre chiamava Nunna Maria.
Aveva un
cane bianco di nome Diana.
Io amavo
accarezzarlo.
Non so che
cosa trovassi in quel pelo bianco, né se Diana gradisse le mie carezze, ma
ricordo perfettamente che cercavo ogni occasione per avvicinarmi a lei e che
Nunna Maria non ne era contenta.
Era una
delle prime piccole contraddizioni che incontravo: una creatura che mi piaceva,
un gesto che desideravo compiere e un'adulta che avrebbe preferito che non lo
facessi.
Non ricordo
di averne sofferto particolarmente. Ricordo soltanto che, appena potevo,
tornavo ad accarezzare Diana.
La
televisione cominciava a trasmettere i suoi programmi a un'ora precisa, e mia
madre mi permetteva di sedermi davanti allo schermo fin dall'inizio delle
trasmissioni.
Avevo un
vasino Moplen azzurro.
Daniela ne
aveva uno rosa.
Non so per
quale ragione questi due colori siano rimasti così nitidi nella mia memoria. Ci
sono avvenimenti importanti della mia vita adulta che non saprei ricostruire
con altrettanta precisione, e invece posso ancora vedere quel vasino azzurro
sul quale sedevo per guardare la Grundig.
Forse la
memoria non conserva ciò che è importante secondo il giudizio che formuliamo da
adulti. Conserva ciò che, per ragioni che spesso ci sfuggono, ha partecipato
alla costruzione del mondo nel quale vivevamo.
E in quel
mondo la televisione aveva una funzione che andava ben oltre l'intrattenimento.
Nel vicinato
non tutti ne possedevano una.
Così, quando
mio padre non era in casa, arrivavano alcune donne per assistere ai programmi.
Tra loro
c'era Annina, che sarebbe diventata la nostra comare perché avrebbe fatto da
madrina a mia sorella Maria Rosaria.
Comare
Annina non mi piaceva.
Aveva la
pretesa di decidere lei che cosa si dovesse guardare.
Mi pareva
una pretesa insopportabile, soprattutto perché quel televisore si trovava nella
nostra casa e io ritenevo, con la logica assoluta e perfettamente coerente
dell'infanzia, che chi veniva da fuori non dovesse avere più diritti di chi ci
abitava.
Ma, a
pensarci oggi, il problema non era soltanto quello.
Non mi
piaceva che ci fossero persone in casa.
Volevo stare
con mamma e papà.
Volevo che
quella piccola geografia domestica, fatta di stanze, di presenze e di
abitudini, rimanesse intatta.
E
soprattutto volevo che ci fosse mio padre.
Quando lui
era in casa, infatti, nessuna delle ospiti si presentava.
Venivano
quando faceva il turno di notte, quello che cominciava alle ventidue e
terminava alle sei del mattino.
Ho ancora
nella memoria la successione dei suoi turni.
Secondo turno.
Primo turno.
Notte.
Libero dalla
notte.
Riposo.
Era il
calendario della nostra famiglia.
Non erano i
giorni della settimana a organizzare la mia esistenza, ma i turni di mio padre.
C'erano
giorni nei quali sapevo che lo avrei visto, altri nei quali sarebbe tornato più
tardi, altri ancora nei quali la sera sarebbe uscito per andare al lavoro.
E tutta la
casa cambiava a seconda della sua presenza.
La stessa
stanza, gli stessi mobili, la stessa televisione assumevano un significato
diverso quando papà era lì.
Non credo
che allora mi domandassi perché.
I bambini
non hanno bisogno di spiegarsi tutto ciò che amano.
Lo vivono.
Mi ammalavo
spesso.
Qualche
volta si ammalava anche Daniela.
Mio padre
lavorava alla stazione delle Ferrovie dello Stato di Lecce e vi si recava in
bicicletta.
Quando
tornava, la prima cosa che chiedeva era come stessimo.
Mia madre
raccontava che, poco prima del suo arrivo, noi giocavamo tranquillamente, ma
appena lo vedevamo assumevamo un atteggiamento tale da farlo preoccupare.
Non so se lo
facessimo deliberatamente.
Forse
avevamo imparato che il nostro malessere richiamava la sua attenzione, e che
quell'attenzione aveva qualcosa di così piacevole da meritare,
inconsapevolmente, di essere prolungata.
Ma ciò che
ricordo più di ogni altra cosa è la sua mano.
La mano di
mio padre sulla mia fronte.
Si
avvicinava al letto e mi toccava per capire se avessi la febbre.
Era un gesto
breve, ordinario, uno di quei gesti che milioni di padri e di madri hanno
compiuto e continuano a compiere senza attribuire loro alcuna importanza
particolare.
Eppure
quella mano è rimasta.
Sono
scomparsi i giorni, sono passate le stagioni, sono cambiati i luoghi nei quali
ho abitato, le persone che ho incontrato, le idee che ho avuto di me stesso e
del mondo.
Mio padre è
morto.
Ma la sua
mano è ancora sulla mia fronte.
Non la
ricordo come si ricorda un oggetto. La sento come si sente una presenza.
E oggi,
mentre scrivo, mi accorgo che quell'uomo che tornava dalla stazione, dopo aver
pedalato per le strade di Lecce, portava con sé una preoccupazione che allora
non potevo comprendere.
Aveva
lavorato, aveva affrontato la sua giornata, forse era stanco, forse avrebbe
desiderato riposare, ma prima di tutto voleva sapere come stavano i suoi
bambini.
Quante volte
avrà compiuto quel gesto?
Non lo so.
Quante volte
io avrò aspettato che lo compisse?
Non lo so.
So soltanto
che oggi lo amo perdutamente per quella mano.
E mi
commuove pensare che lui, mentre cercava la febbre, non poteva sapere che stava
lasciando dentro di me qualcosa che sarebbe sopravvissuto a entrambi i nostri
corpi di allora: al suo corpo di giovane padre e al mio corpo di bambino.
Nella nostra
famiglia c'erano anche gli oggetti che arrivavano da altre famiglie, passando
di mano in mano e accompagnando i cambiamenti della vita.
Lo zio Gino
comprò una Seicento Multipla rossa.
Quando la
acquistò, vendette a mio padre la sua Gilera 125.
Ricordo
quella motocicletta come una delle presenze della nostra storia familiare.
Papà
l'avrebbe tenuta fino a quando non avrebbe acquistato una Fiat 600 verdina, di
seconda mano, con la targa di Bologna.
Erano
passaggi che segnavano il tempo.
La
bicicletta, la motocicletta, l'automobile.
Oggi si
potrebbe ricostruire la storia economica di quegli anni attraverso questi
cambiamenti, ma a me interessa soprattutto ciò che essi rappresentavano nella
nostra casa: la vita che procedeva, gli adulti che prendevano decisioni, le
possibilità che lentamente si allargavano.
E intanto la
famiglia cresceva.
Nacque Maria
Rosaria.
La mamma aveva
ottenuto l'assegnazione di una casa INA, nella quale ci saremmo trasferiti e
che sarebbe diventata la residenza dei miei genitori fino alla loro morte.
Ma prima di
quel trasferimento, quando ancora abitavamo in via Unità d'Italia, accadeva una
cosa che ricordo con una dolcezza particolare.
Mia madre
prendeva la carrozzina, vi sistemava la bambina e uscivamo a piedi.
Andavamo
verso Lequile, a Villa Pranzo.
Penso fosse
primavera.
Non posso
esserne certo, ma la luce che accompagna questo ricordo è una luce primaverile,
e mi pare che nell'aria ci fosse quella particolare promessa di tepore che
rende piacevole uscire di casa senza dover cercare riparo dal freddo o dal sole
eccessivo.
La mamma
preparava l'uovo sbattuto per me e Daniela.
Poi ci
avviavamo.
La signora
Pranzo le aveva concesso il permesso di sostare nel giardino della villa, sotto
una struttura di ferro ricoperta di rampicanti.
Un bersò.
Ho ritrovato
soltanto oggi questa parola.
Bersò.
Mi piace
pronunciarla, perché sembra restituire una forma precisa a qualcosa che avevo
conservato senza sapere come chiamarlo.
Era una di
quelle costruzioni leggere che si trovavano nei giardini delle ville e dei
casini di villeggiatura della borghesia leccese, una struttura fatta per essere
avvolta dalle piante e offrire un luogo d'ombra e di riposo.
Per la mia
mamma era molto più di questo.
Era un luogo
nel quale poteva finalmente sedersi.
Ricordo i
suoi sospiri.
Non erano
sospiri di sofferenza.
Erano
sospiri di serenità.
La guardavo
e capivo che era felice.
Ed ero
felice anch'io.
È strano
quanto possa essere grande, nella vita di un bambino, la felicità che vede sul
volto della madre.
Non c'era
bisogno che lei dicesse nulla.
Mi bastava
osservarla.
La
carrozzina era lì, Daniela era con noi, l'uovo sbattuto era stato preparato e,
per un momento, sembrava che non ci fosse nient'altro da fare.
Mamma poteva
riposare.
Io potevo
starle vicino.
E il mondo
era perfetto.
Ma osservavo
mia madre anche per un'altra ragione.
Avevo
imparato a riconoscere la sua stanchezza.
Quando la
vedevo comparire sul suo volto, sapevo che probabilmente il giorno successivo
sarei andato dai nonni.
Non ricordo
di aver vissuto questa possibilità con dispiacere.
Anzi.
Mi piaceva
moltissimo andare dai nonni.
E tuttavia
oggi mi colpisce che già allora fossi così attento alle espressioni di mia
madre.
Non
conoscevo la fatica di una donna che aveva tre figli piccoli.
Non potevo
conoscere tutte le sue preoccupazioni.
Ma
riconoscevo qualcosa nel suo viso.
E quel
qualcosa mi diceva che la giornata successiva sarebbe stata diversa.
Forse
impariamo a conoscere il mondo molto prima di imparare a spiegarlo.
Lo
conosciamo attraverso i volti delle persone che amiamo.
Mio nonno
Pietro, che tutti chiamavano Petruzzu, era un uomo capace di raccontare.
Mi raccontava
di tutto.
Non ricordo
tutte le storie, ma ricordo il piacere di ascoltarlo.
E ricordo
soprattutto un aquilone.
Un giorno mi
insegnò a costruirlo.
Lo fece
davanti a me.
Non si
limitò a mostrarmi un oggetto finito, né a spiegarmi astrattamente come fosse
fatto.
Lo costruì.
Io guardavo
le sue mani, seguivo i movimenti, vedevo nascere qualcosa che prima non
esisteva.
Mi sembra,
oggi, che in quell'episodio fosse contenuta una delle esperienze più belle che
un bambino possa fare: scoprire che le cose possono essere costruite, che ciò
che immaginiamo può prendere forma attraverso le nostre mani e che un adulto
può dedicarci il proprio tempo per mostrarci come.
Il nonno mi
portava anche alla Società Operaia.
C'era una
sala con il televisore.
E io andavo
con lui.
Se mio padre
era il gigante che mi prendeva per mano per accompagnarmi dai nonni, mio nonno
era il gigante che mi prendeva per mano per portarmi alla Società Operaia.
Due giganti.
Così li vedo
oggi.
Non perché
fossero necessariamente uomini di statura eccezionale, ma perché io ero piccolo
e loro erano grandi.
E
soprattutto perché, quando tenevo la loro mano, il mondo diventava un luogo che
potevo attraversare senza paura.
Non sapevo
ancora che un giorno quelle mani non ci sarebbero state più.
Non sapevo
che avrei dovuto imparare a camminare senza di loro.
E, per
fortuna, non lo sapevo.
Perché
l'infanzia ha anche questo privilegio: vivere la presenza senza dover
continuamente immaginare l'assenza.
Quando il
nonno aveva da fare, stavo con la nonna.
Mi portava
alla Chiesa Madre.
Lì, insieme
ad altre donne, recitava il rosario.
Io ero con
lei.
Non so
quanto comprendessi delle preghiere, ma ricordo il loro ripetersi, le voci
delle donne, quella particolare atmosfera nella quale il tempo sembrava
procedere in maniera diversa da quello della strada.
Quando la
nonna non poteva andare in chiesa, il rosario si recitava nella casa a corte
dove abitavano i miei nonni.
Si riunivano
le vicine.
All'ingresso
c'era una sorta di altarino con un gigantesco Cuore di Gesù.
Ricordo
quella figura.
Ricordo la
sua grandezza.
E mi
colpisce che, nella memoria, il Cuore di Gesù sia rimasto legato alla casa
della nonna, alle donne che pregavano e a quella forma di vita comunitaria
nella quale la religione non era soltanto un insieme di credenze, ma anche un
modo di stare insieme.
La nonna,
però, possedeva un'altra capacità che ai miei occhi di bambino era forse ancora
più importante.
Faceva le
frittelle.
Uovo, pane e
menta.
Le adoravo.
Non saprei
dire se fossero davvero le frittelle più buone del mondo, perché non possiedo
alcun termine di paragone che possa restituire il sapore di quelle preparate da
lei.
Ma so che
erano buonissime.
E lo sono
ancora.
Lo sono nel
ricordo, che non mi restituisce soltanto il gusto, ma la nonna che le
preparava, la casa nella quale le mangiavo, il piacere che provavo e il fatto
che qualcuno sapesse esattamente che cosa mi rendeva felice.
Accanto alla
casa dei nonni abitava un farmacista.
Si chiamava
Don Gennaro.
Era un uomo
buono e autorevole.
Mi chiamava
Don Frittella.
Mi piace
pensare che quel soprannome fosse nato dalla mia passione per le frittelle
della nonna e che, in qualche modo, quella piccola predilezione alimentare
fosse diventata una parte della mia identità agli occhi degli adulti.
Don Frittella.
È curioso
che un nome inventato per scherzo possa attraversare tanti anni e tornare a far
sorridere chi lo portava.
Ma forse non
è curioso affatto.
Forse il
bambino che ero continua a riconoscersi in quel nome perché vi ritrova la
benevolenza con la quale veniva guardato.
C'era anche
il buio.
Quando
andavamo a trovare i nonni di sera, le strade erano completamente buie.
Non c'era
illuminazione pubblica.
Oggi è
difficile immaginare che cosa significasse attraversare un paese quando, al
calare della sera, gli edifici e le strade scomparivano quasi interamente
nell'oscurità.
Ma io
ricordo quel buio.
E ricordo la
mano che mi accompagnava.
La stessa
strada che avrei potuto trovare inquietante diventava percorribile perché
qualcuno era con me.
Quando
pioveva molto, Piazza XX Settembre, quella dell'Orologio, si allagava
completamente.
L'acqua
occupava la piazza.
L'energia
elettrica saltava e non tornava se non dopo molte ore, quando il temporale era
ormai passato.
Anche questi
ricordi sono rimasti.
Le strade
senza luce.
La piazza
allagata.
Le case
immerse nel buio.
Le persone
che aspettavano il ritorno della corrente.
E tuttavia,
mentre oggi ricostruisco quelle serate, non provo il disagio che potrei
immaginare di aver provato allora.
Sento soprattutto
la presenza degli altri.
Mio padre.
Mia madre.
Daniela.
Maria
Rosaria.
Il nonno
Pietro.
La nonna.
Le mani che
mi accompagnavano.
Le voci che
mi parlavano.
La casa
verso la quale stavamo andando.
Per molti
anni non avevo più pensato veramente a quel tempo.
Naturalmente
sapevo di averlo vissuto.
Conoscevo i
nomi delle persone, ricordavo le case, sapevo che mio padre lavorava alle
Ferrovie dello Stato e che mia madre aveva dovuto affrontare la fatica di
crescere tre bambini.
Ma non avevo
mai ricostruito tutto questo nel modo in cui lo sto ricostruendo oggi.
È come se
quei ricordi fossero rimasti disponibili, ma privi della particolare luce nella
quale adesso li vedo.
E mi domando
che cosa sia cambiato.
Certamente
non il passato.
La casa di
via Unità d'Italia è quella che era.
Il pozzo era
nel giardino.
La Grundig
era nella camera da pranzo.
Il vasino
era azzurro.
La Gilera
era una 125.
La mamma
sospirava sotto il bersò di Villa Pranzo.
Il nonno
costruiva aquiloni.
La nonna
faceva frittelle con la menta.
Mio padre mi
toccava la fronte.
Nulla di
questo è cambiato.
Eppure è
cambiato tutto.
Perché oggi
non sto semplicemente ricordando ciò che è accaduto.
Sto vivendo
ciò che accade in me mentre ricordo.
Mi accorgo
della tenerezza che provo.
Mi accorgo della
gratitudine.
Mi accorgo
dell'amore.
E mi
sorprende che questo amore sia così grande, perché non avevo mai pensato alla
mia infanzia come a un tempo interamente attraversato da esso.
Ricordavo le
malattie.
Ricordavo le
preoccupazioni.
Ricordavo la
stanchezza di mia madre.
Ricordavo le
difficoltà materiali, il buio delle strade, la mancanza dell'acqua corrente in
casa, i temporali che interrompevano l'elettricità.
Tutto questo
c'era.
Ma oggi,
mentre quelle stesse immagini tornano, non sono più le difficoltà a occupare il
centro della scena.
Sono le
persone.
È la mamma
che prepara l'uovo sbattuto e porta i bambini a Villa Pranzo.
È il papà
che torna dal lavoro e chiede come stiamo.
È il nonno
che costruisce un aquilone.
È la nonna
che prepara le frittelle.
È Don
Gennaro che mi chiama Don Frittella.
È perfino
Diana, il cane bianco di Nunna Maria, che mi lasciava sperimentare la gioia
semplicissima di accarezzare un animale.
E mi accorgo
che la felicità che provo oggi non consiste nel desiderio di tornare a quel
tempo.
Non voglio
tornare bambino.
Non voglio
che mio padre ricominci a lavorare alla stazione, né che mia madre debba
affrontare ancora la fatica di quei giorni.
Non voglio
ripetere la mia infanzia.
La sto
vivendo adesso, in una forma che allora non avrei potuto conoscere.
Allora ero
il bambino che riceveva amore.
Oggi sono
l'uomo che se ne accorge.
E questo
accorgermi non è una semplice aggiunta al ricordo.
È una
trasformazione della mia vita presente.
Penso ancora
a mia madre sotto il bersò.
La vedo
seduta, con la carrozzina accanto, Daniela e me vicino a lei.
Non so quale
fosse il colore esatto dei rampicanti, né quale forma avessero le ombre sul
terreno.
Non voglio
inventarlo.
Mi basta ciò
che ricordo.
I suoi
sospiri di serenità.
E quella mia
felicità che nasceva nel vederla felice.
Mi domando
se lei sapesse quanto la osservavo.
Se avesse
immaginato che, tanti anni dopo, suo figlio avrebbe ricordato non tanto le
parole che pronunciava, quanto il modo in cui respirava quando finalmente
poteva riposare.
Forse no.
Forse per
lei era soltanto un pomeriggio di primavera, una breve sosta durante una
giornata faticosa.
Ma per me
quel pomeriggio è diventato qualcosa di immenso.
E mi sembra
che in questo consista una parte del mistero della nostra esistenza: compiamo
gesti che per noi non hanno nulla di straordinario e che, senza saperlo,
diventano la materia più preziosa della vita di qualcun altro.
Mio padre
non sapeva che la sua mano sarebbe rimasta sulla mia fronte per tutta la vita.
Mia madre
non sapeva che i suoi sospiri sarebbero tornati a rendermi felice.
Il nonno non
sapeva che quell'aquilone avrebbe continuato a esistere anche dopo essere
scomparso.
La nonna non
sapeva che le sue frittelle avrebbero conservato, molto più a lungo del loro
sapore, la certezza di essere amato.
E io non
sapevo nulla di tutto questo.
Ero soltanto
un bambino.
Un bambino
che si ammalava spesso.
Che voleva
il papà e la mamma tutti per sé.
Che non
sopportava Comare Annina quando pretendeva di scegliere i programmi della televisione.
Che
accarezzava Diana anche se Nunna Maria non gradiva.
Che guardava
la Grundig seduto su un vasino azzurro.
Che mangiava
l'uovo sbattuto sotto un bersò.
Che si
lasciava prendere per mano da due giganti.
Adesso quei
giganti non ci sono più.
Eppure non
mi sembra che siano scomparsi.
Non intendo
dire che siano ancora presenti come lo erano allora, né che la memoria possa
abolire la morte.
La loro
assenza appartiene alla mia vita quanto la loro presenza vi è appartenuta.
Ma oggi
accade qualcosa che non avevo previsto.
Mentre
ricostruisco quei giorni, l'amore che provo per loro non diminuisce a causa del
tempo trascorso.
Aumenta.
Si allarga.
Trabocca.
E mi sembra
di comprendere, forse per la prima volta, che la vita non è fatta soltanto di
ciò che ci accade, ma anche di ciò che facciamo emergere, nel presente, da
quanto abbiamo vissuto.
La mia
infanzia non è diventata diversa perché siano cambiati gli avvenimenti.
È diversa
perché sono cambiato io.
E, cambiando
io, cambia il mondo che prende forma mentre lo ricordo.
La casa di
via Unità d'Italia non è più soltanto una casa.
È il luogo
nel quale ho imparato, senza saperlo, che qualcuno si sarebbe preoccupato per
me.
Villa Pranzo
non è più soltanto una villa lungo la strada per Lequile.
È il luogo
nel quale ho scoperto che la felicità di mia madre poteva diventare la mia.
La casa a
corte dei nonni non è più soltanto un edificio nel quale si recitava il rosario
e si preparavano le frittelle.
È il luogo
nel quale ho conosciuto la generosità del tempo che gli adulti dedicano ai
bambini.
E la mano di
mio padre non è più soltanto una mano.
È l'amore.
Non un amore
astratto, proclamato, spiegato.
Un amore che
torna dalla stazione in bicicletta, entra in una camera da letto, si avvicina a
una culla metallica e cerca la febbre sulla fronte di un bambino.
Vorrei poter
dire a mio padre che oggi ho capito.
Vorrei poter
dire a mia madre che ricordo i suoi sospiri.
Vorrei
raccontare al nonno Pietro che il suo aquilone vola ancora.
Vorrei dire
alla nonna che nessuna frittella è stata più buona delle sue.
Ma forse non
ho bisogno di tornare indietro per farlo.
Perché
mentre scrivo sto già parlando con loro.
Li vedo.
Li sento.
Li accolgo.
E li amo.
Li amo con
una gratitudine che non avevo mai conosciuto in questa forma, con una pienezza
che mi sorprende e che non desidero spiegare fino a consumarla.
Mi basta
accorgermene.
Mi basta
sentire che è qui.
Che sono
vivo.
Che tutto
questo continua ad accadere in me.
E che, dopo
tanti anni, posso finalmente guardare quel bambino senza vedere soltanto le sue
malattie, le sue paure, le sue piccole gelosie, ma riconoscendo l'immensità
dell'amore nel quale viveva.
Quel bambino
ero io.
E sono
ancora io.
Non perché
il tempo si sia fermato, ma perché la mia vita, trasformandosi, ha reso
possibile questo incontro.
Allora mio
padre mi prendeva per mano e mi portava dai nonni.
Oggi sono io
che, attraverso la memoria, torno a prendere per mano quel bambino.
Lo
accompagno lungo le strade buie, attraverso Piazza XX Settembre, davanti alla
Società Operaia, fino alla casa a corte.
Poi lo
riporto in via Unità d'Italia.
Entriamo dal
rivellino.
Attraversiamo
la camera da pranzo.
La Grundig è
al suo posto.
Dalla
finestra si vede il giardino con il pozzo.
Daniela
dorme tra mamma e papà.
Io sono nella
culla metallica.
Mio padre è
appena tornato dalla stazione.
Si avvicina.
Mi guarda.
Allunga una
mano.
La posa
sulla mia fronte.
E in
quell'istante, che non appartiene più soltanto al passato ma al presente nel
quale lo sto vivendo, mi accorgo di una cosa semplicissima, così semplice che
ho impiegato quasi una vita per riconoscerla.
Mio padre
cercava la febbre.
Io, senza
saperlo, ricevevo il suo amore.
E oggi,
mentre sento ancora quella mano sulla fronte, non so più se sono io a ricordare
mio padre o se è il suo amore che continua a ricordarsi di me.

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