La mano sulla fronte

 


La mano sulla fronte

Il tempo ritrovato sotto il bersò

C'è una casa, in via Unità d'Italia, nella quale non abito più da una vita e dalla quale, tuttavia, mi accorgo oggi di non essere mai veramente uscito. Non perché ne abbia conservato un'immagine immutabile, come quelle fotografie che si custodiscono nei cassetti e che finiscono per ingiallire senza che nessuno le guardi, ma perché quella casa, che credevo scomparsa insieme agli anni della mia prima infanzia, è tornata ad abitarmi, e lo ha fatto con una tale intensità che mi sembra, mentre scrivo, di poterne ancora attraversare le stanze, riconoscere la disposizione dei mobili, distinguere la luce che entrava dalla finestra e perfino avvertire quella particolare condizione di felicità che appartiene ai bambini quando non sanno ancora di essere felici.

Davanti c'era un rivellino, delimitato da un muretto di cinta, e una porta persiana attraverso la quale si entrava in quello che, per noi, era il mondo intero.

La prima stanza era la camera da pranzo, che fungeva anche da ingresso. Lì si trovava il televisore Grundig, un oggetto che oggi potrebbe sembrare soltanto una testimonianza della storia della tecnica, ma che allora possedeva un'autorità particolare, perché da quella scatola luminosa uscivano persone, voci, paesaggi e avvenimenti che non avremmo mai potuto incontrare altrimenti.

Più avanti c'era la camera da letto dei miei genitori.

Mia sorella Daniela dormiva tra papà e mamma, mentre io avevo una culla metallica, con una rete di protezione sui lati che impediva di cadere. Mi domando oggi se quella rete, che ricordo con tanta precisione, non fosse una delle prime forme materiali attraverso le quali avevo conosciuto la premura degli adulti: qualcuno aveva pensato che avrei potuto farmi male e aveva predisposto qualcosa per impedirlo.

Sul lato opposto alla porta si apriva una finestra che dava sul giardino. Nel giardino c'era un pozzo, dal quale si attingeva l'acqua necessaria alla vita della nostra famiglia.

Mi sembra significativo che, tra le tante cose che avrei potuto dimenticare, io abbia conservato proprio il ricordo di quel pozzo. L'acqua che serviva a lavarci, a cucinare, a bere, veniva da lì, da una profondità invisibile che apparteneva alla casa quanto le sue pareti. E forse soltanto oggi, mentre ricostruisco quel mondo, mi accorgo di quanto la nostra vita fosse legata a cose semplicissime, che nessuno di noi aveva bisogno di spiegare perché erano semplicemente il modo in cui si viveva.

Nell'altra ala della casa abitava la proprietaria, che mia madre chiamava Nunna Maria.

Aveva un cane bianco di nome Diana.

Io amavo accarezzarlo.

Non so che cosa trovassi in quel pelo bianco, né se Diana gradisse le mie carezze, ma ricordo perfettamente che cercavo ogni occasione per avvicinarmi a lei e che Nunna Maria non ne era contenta.

Era una delle prime piccole contraddizioni che incontravo: una creatura che mi piaceva, un gesto che desideravo compiere e un'adulta che avrebbe preferito che non lo facessi.

Non ricordo di averne sofferto particolarmente. Ricordo soltanto che, appena potevo, tornavo ad accarezzare Diana.

La televisione cominciava a trasmettere i suoi programmi a un'ora precisa, e mia madre mi permetteva di sedermi davanti allo schermo fin dall'inizio delle trasmissioni.

Avevo un vasino Moplen azzurro.

Daniela ne aveva uno rosa.

Non so per quale ragione questi due colori siano rimasti così nitidi nella mia memoria. Ci sono avvenimenti importanti della mia vita adulta che non saprei ricostruire con altrettanta precisione, e invece posso ancora vedere quel vasino azzurro sul quale sedevo per guardare la Grundig.

Forse la memoria non conserva ciò che è importante secondo il giudizio che formuliamo da adulti. Conserva ciò che, per ragioni che spesso ci sfuggono, ha partecipato alla costruzione del mondo nel quale vivevamo.

E in quel mondo la televisione aveva una funzione che andava ben oltre l'intrattenimento.

Nel vicinato non tutti ne possedevano una.

Così, quando mio padre non era in casa, arrivavano alcune donne per assistere ai programmi.

Tra loro c'era Annina, che sarebbe diventata la nostra comare perché avrebbe fatto da madrina a mia sorella Maria Rosaria.

Comare Annina non mi piaceva.

Aveva la pretesa di decidere lei che cosa si dovesse guardare.

Mi pareva una pretesa insopportabile, soprattutto perché quel televisore si trovava nella nostra casa e io ritenevo, con la logica assoluta e perfettamente coerente dell'infanzia, che chi veniva da fuori non dovesse avere più diritti di chi ci abitava.

Ma, a pensarci oggi, il problema non era soltanto quello.

Non mi piaceva che ci fossero persone in casa.

Volevo stare con mamma e papà.

Volevo che quella piccola geografia domestica, fatta di stanze, di presenze e di abitudini, rimanesse intatta.

E soprattutto volevo che ci fosse mio padre.

Quando lui era in casa, infatti, nessuna delle ospiti si presentava.

Venivano quando faceva il turno di notte, quello che cominciava alle ventidue e terminava alle sei del mattino.

Ho ancora nella memoria la successione dei suoi turni.

Secondo turno.

Primo turno.

Notte.

Libero dalla notte.

Riposo.

Era il calendario della nostra famiglia.

Non erano i giorni della settimana a organizzare la mia esistenza, ma i turni di mio padre.

C'erano giorni nei quali sapevo che lo avrei visto, altri nei quali sarebbe tornato più tardi, altri ancora nei quali la sera sarebbe uscito per andare al lavoro.

E tutta la casa cambiava a seconda della sua presenza.

La stessa stanza, gli stessi mobili, la stessa televisione assumevano un significato diverso quando papà era lì.

Non credo che allora mi domandassi perché.

I bambini non hanno bisogno di spiegarsi tutto ciò che amano.

Lo vivono.

Mi ammalavo spesso.

Qualche volta si ammalava anche Daniela.

Mio padre lavorava alla stazione delle Ferrovie dello Stato di Lecce e vi si recava in bicicletta.

Quando tornava, la prima cosa che chiedeva era come stessimo.

Mia madre raccontava che, poco prima del suo arrivo, noi giocavamo tranquillamente, ma appena lo vedevamo assumevamo un atteggiamento tale da farlo preoccupare.

Non so se lo facessimo deliberatamente.

Forse avevamo imparato che il nostro malessere richiamava la sua attenzione, e che quell'attenzione aveva qualcosa di così piacevole da meritare, inconsapevolmente, di essere prolungata.

Ma ciò che ricordo più di ogni altra cosa è la sua mano.

La mano di mio padre sulla mia fronte.

Si avvicinava al letto e mi toccava per capire se avessi la febbre.

Era un gesto breve, ordinario, uno di quei gesti che milioni di padri e di madri hanno compiuto e continuano a compiere senza attribuire loro alcuna importanza particolare.

Eppure quella mano è rimasta.

Sono scomparsi i giorni, sono passate le stagioni, sono cambiati i luoghi nei quali ho abitato, le persone che ho incontrato, le idee che ho avuto di me stesso e del mondo.

Mio padre è morto.

Ma la sua mano è ancora sulla mia fronte.

Non la ricordo come si ricorda un oggetto. La sento come si sente una presenza.

E oggi, mentre scrivo, mi accorgo che quell'uomo che tornava dalla stazione, dopo aver pedalato per le strade di Lecce, portava con sé una preoccupazione che allora non potevo comprendere.

Aveva lavorato, aveva affrontato la sua giornata, forse era stanco, forse avrebbe desiderato riposare, ma prima di tutto voleva sapere come stavano i suoi bambini.

Quante volte avrà compiuto quel gesto?

Non lo so.

Quante volte io avrò aspettato che lo compisse?

Non lo so.

So soltanto che oggi lo amo perdutamente per quella mano.

E mi commuove pensare che lui, mentre cercava la febbre, non poteva sapere che stava lasciando dentro di me qualcosa che sarebbe sopravvissuto a entrambi i nostri corpi di allora: al suo corpo di giovane padre e al mio corpo di bambino.

Nella nostra famiglia c'erano anche gli oggetti che arrivavano da altre famiglie, passando di mano in mano e accompagnando i cambiamenti della vita.

Lo zio Gino comprò una Seicento Multipla rossa.

Quando la acquistò, vendette a mio padre la sua Gilera 125.

Ricordo quella motocicletta come una delle presenze della nostra storia familiare.

Papà l'avrebbe tenuta fino a quando non avrebbe acquistato una Fiat 600 verdina, di seconda mano, con la targa di Bologna.

Erano passaggi che segnavano il tempo.

La bicicletta, la motocicletta, l'automobile.

Oggi si potrebbe ricostruire la storia economica di quegli anni attraverso questi cambiamenti, ma a me interessa soprattutto ciò che essi rappresentavano nella nostra casa: la vita che procedeva, gli adulti che prendevano decisioni, le possibilità che lentamente si allargavano.

E intanto la famiglia cresceva.

Nacque Maria Rosaria.

La mamma aveva ottenuto l'assegnazione di una casa INA, nella quale ci saremmo trasferiti e che sarebbe diventata la residenza dei miei genitori fino alla loro morte.

Ma prima di quel trasferimento, quando ancora abitavamo in via Unità d'Italia, accadeva una cosa che ricordo con una dolcezza particolare.

Mia madre prendeva la carrozzina, vi sistemava la bambina e uscivamo a piedi.

Andavamo verso Lequile, a Villa Pranzo.

Penso fosse primavera.

Non posso esserne certo, ma la luce che accompagna questo ricordo è una luce primaverile, e mi pare che nell'aria ci fosse quella particolare promessa di tepore che rende piacevole uscire di casa senza dover cercare riparo dal freddo o dal sole eccessivo.

La mamma preparava l'uovo sbattuto per me e Daniela.

Poi ci avviavamo.

La signora Pranzo le aveva concesso il permesso di sostare nel giardino della villa, sotto una struttura di ferro ricoperta di rampicanti.

Un bersò.

Ho ritrovato soltanto oggi questa parola.

Bersò.

Mi piace pronunciarla, perché sembra restituire una forma precisa a qualcosa che avevo conservato senza sapere come chiamarlo.

Era una di quelle costruzioni leggere che si trovavano nei giardini delle ville e dei casini di villeggiatura della borghesia leccese, una struttura fatta per essere avvolta dalle piante e offrire un luogo d'ombra e di riposo.

Per la mia mamma era molto più di questo.

Era un luogo nel quale poteva finalmente sedersi.

Ricordo i suoi sospiri.

Non erano sospiri di sofferenza.

Erano sospiri di serenità.

La guardavo e capivo che era felice.

Ed ero felice anch'io.

È strano quanto possa essere grande, nella vita di un bambino, la felicità che vede sul volto della madre.

Non c'era bisogno che lei dicesse nulla.

Mi bastava osservarla.

La carrozzina era lì, Daniela era con noi, l'uovo sbattuto era stato preparato e, per un momento, sembrava che non ci fosse nient'altro da fare.

Mamma poteva riposare.

Io potevo starle vicino.

E il mondo era perfetto.

Ma osservavo mia madre anche per un'altra ragione.

Avevo imparato a riconoscere la sua stanchezza.

Quando la vedevo comparire sul suo volto, sapevo che probabilmente il giorno successivo sarei andato dai nonni.

Non ricordo di aver vissuto questa possibilità con dispiacere.

Anzi.

Mi piaceva moltissimo andare dai nonni.

E tuttavia oggi mi colpisce che già allora fossi così attento alle espressioni di mia madre.

Non conoscevo la fatica di una donna che aveva tre figli piccoli.

Non potevo conoscere tutte le sue preoccupazioni.

Ma riconoscevo qualcosa nel suo viso.

E quel qualcosa mi diceva che la giornata successiva sarebbe stata diversa.

Forse impariamo a conoscere il mondo molto prima di imparare a spiegarlo.

Lo conosciamo attraverso i volti delle persone che amiamo.

Mio nonno Pietro, che tutti chiamavano Petruzzu, era un uomo capace di raccontare.

Mi raccontava di tutto.

Non ricordo tutte le storie, ma ricordo il piacere di ascoltarlo.

E ricordo soprattutto un aquilone.

Un giorno mi insegnò a costruirlo.

Lo fece davanti a me.

Non si limitò a mostrarmi un oggetto finito, né a spiegarmi astrattamente come fosse fatto.

Lo costruì.

Io guardavo le sue mani, seguivo i movimenti, vedevo nascere qualcosa che prima non esisteva.

Mi sembra, oggi, che in quell'episodio fosse contenuta una delle esperienze più belle che un bambino possa fare: scoprire che le cose possono essere costruite, che ciò che immaginiamo può prendere forma attraverso le nostre mani e che un adulto può dedicarci il proprio tempo per mostrarci come.

Il nonno mi portava anche alla Società Operaia.

C'era una sala con il televisore.

E io andavo con lui.

Se mio padre era il gigante che mi prendeva per mano per accompagnarmi dai nonni, mio nonno era il gigante che mi prendeva per mano per portarmi alla Società Operaia.

Due giganti.

Così li vedo oggi.

Non perché fossero necessariamente uomini di statura eccezionale, ma perché io ero piccolo e loro erano grandi.

E soprattutto perché, quando tenevo la loro mano, il mondo diventava un luogo che potevo attraversare senza paura.

Non sapevo ancora che un giorno quelle mani non ci sarebbero state più.

Non sapevo che avrei dovuto imparare a camminare senza di loro.

E, per fortuna, non lo sapevo.

Perché l'infanzia ha anche questo privilegio: vivere la presenza senza dover continuamente immaginare l'assenza.

Quando il nonno aveva da fare, stavo con la nonna.

Mi portava alla Chiesa Madre.

Lì, insieme ad altre donne, recitava il rosario.

Io ero con lei.

Non so quanto comprendessi delle preghiere, ma ricordo il loro ripetersi, le voci delle donne, quella particolare atmosfera nella quale il tempo sembrava procedere in maniera diversa da quello della strada.

Quando la nonna non poteva andare in chiesa, il rosario si recitava nella casa a corte dove abitavano i miei nonni.

Si riunivano le vicine.

All'ingresso c'era una sorta di altarino con un gigantesco Cuore di Gesù.

Ricordo quella figura.

Ricordo la sua grandezza.

E mi colpisce che, nella memoria, il Cuore di Gesù sia rimasto legato alla casa della nonna, alle donne che pregavano e a quella forma di vita comunitaria nella quale la religione non era soltanto un insieme di credenze, ma anche un modo di stare insieme.

La nonna, però, possedeva un'altra capacità che ai miei occhi di bambino era forse ancora più importante.

Faceva le frittelle.

Uovo, pane e menta.

Le adoravo.

Non saprei dire se fossero davvero le frittelle più buone del mondo, perché non possiedo alcun termine di paragone che possa restituire il sapore di quelle preparate da lei.

Ma so che erano buonissime.

E lo sono ancora.

Lo sono nel ricordo, che non mi restituisce soltanto il gusto, ma la nonna che le preparava, la casa nella quale le mangiavo, il piacere che provavo e il fatto che qualcuno sapesse esattamente che cosa mi rendeva felice.

Accanto alla casa dei nonni abitava un farmacista.

Si chiamava Don Gennaro.

Era un uomo buono e autorevole.

Mi chiamava Don Frittella.

Mi piace pensare che quel soprannome fosse nato dalla mia passione per le frittelle della nonna e che, in qualche modo, quella piccola predilezione alimentare fosse diventata una parte della mia identità agli occhi degli adulti.

Don Frittella.

È curioso che un nome inventato per scherzo possa attraversare tanti anni e tornare a far sorridere chi lo portava.

Ma forse non è curioso affatto.

Forse il bambino che ero continua a riconoscersi in quel nome perché vi ritrova la benevolenza con la quale veniva guardato.

C'era anche il buio.

Quando andavamo a trovare i nonni di sera, le strade erano completamente buie.

Non c'era illuminazione pubblica.

Oggi è difficile immaginare che cosa significasse attraversare un paese quando, al calare della sera, gli edifici e le strade scomparivano quasi interamente nell'oscurità.

Ma io ricordo quel buio.

E ricordo la mano che mi accompagnava.

La stessa strada che avrei potuto trovare inquietante diventava percorribile perché qualcuno era con me.

Quando pioveva molto, Piazza XX Settembre, quella dell'Orologio, si allagava completamente.

L'acqua occupava la piazza.

L'energia elettrica saltava e non tornava se non dopo molte ore, quando il temporale era ormai passato.

Anche questi ricordi sono rimasti.

Le strade senza luce.

La piazza allagata.

Le case immerse nel buio.

Le persone che aspettavano il ritorno della corrente.

E tuttavia, mentre oggi ricostruisco quelle serate, non provo il disagio che potrei immaginare di aver provato allora.

Sento soprattutto la presenza degli altri.

Mio padre.

Mia madre.

Daniela.

Maria Rosaria.

Il nonno Pietro.

La nonna.

Le mani che mi accompagnavano.

Le voci che mi parlavano.

La casa verso la quale stavamo andando.

Per molti anni non avevo più pensato veramente a quel tempo.

Naturalmente sapevo di averlo vissuto.

Conoscevo i nomi delle persone, ricordavo le case, sapevo che mio padre lavorava alle Ferrovie dello Stato e che mia madre aveva dovuto affrontare la fatica di crescere tre bambini.

Ma non avevo mai ricostruito tutto questo nel modo in cui lo sto ricostruendo oggi.

È come se quei ricordi fossero rimasti disponibili, ma privi della particolare luce nella quale adesso li vedo.

E mi domando che cosa sia cambiato.

Certamente non il passato.

La casa di via Unità d'Italia è quella che era.

Il pozzo era nel giardino.

La Grundig era nella camera da pranzo.

Il vasino era azzurro.

La Gilera era una 125.

La mamma sospirava sotto il bersò di Villa Pranzo.

Il nonno costruiva aquiloni.

La nonna faceva frittelle con la menta.

Mio padre mi toccava la fronte.

Nulla di questo è cambiato.

Eppure è cambiato tutto.

Perché oggi non sto semplicemente ricordando ciò che è accaduto.

Sto vivendo ciò che accade in me mentre ricordo.

Mi accorgo della tenerezza che provo.

Mi accorgo della gratitudine.

Mi accorgo dell'amore.

E mi sorprende che questo amore sia così grande, perché non avevo mai pensato alla mia infanzia come a un tempo interamente attraversato da esso.

Ricordavo le malattie.

Ricordavo le preoccupazioni.

Ricordavo la stanchezza di mia madre.

Ricordavo le difficoltà materiali, il buio delle strade, la mancanza dell'acqua corrente in casa, i temporali che interrompevano l'elettricità.

Tutto questo c'era.

Ma oggi, mentre quelle stesse immagini tornano, non sono più le difficoltà a occupare il centro della scena.

Sono le persone.

È la mamma che prepara l'uovo sbattuto e porta i bambini a Villa Pranzo.

È il papà che torna dal lavoro e chiede come stiamo.

È il nonno che costruisce un aquilone.

È la nonna che prepara le frittelle.

È Don Gennaro che mi chiama Don Frittella.

È perfino Diana, il cane bianco di Nunna Maria, che mi lasciava sperimentare la gioia semplicissima di accarezzare un animale.

E mi accorgo che la felicità che provo oggi non consiste nel desiderio di tornare a quel tempo.

Non voglio tornare bambino.

Non voglio che mio padre ricominci a lavorare alla stazione, né che mia madre debba affrontare ancora la fatica di quei giorni.

Non voglio ripetere la mia infanzia.

La sto vivendo adesso, in una forma che allora non avrei potuto conoscere.

Allora ero il bambino che riceveva amore.

Oggi sono l'uomo che se ne accorge.

E questo accorgermi non è una semplice aggiunta al ricordo.

È una trasformazione della mia vita presente.

Penso ancora a mia madre sotto il bersò.

La vedo seduta, con la carrozzina accanto, Daniela e me vicino a lei.

Non so quale fosse il colore esatto dei rampicanti, né quale forma avessero le ombre sul terreno.

Non voglio inventarlo.

Mi basta ciò che ricordo.

I suoi sospiri di serenità.

E quella mia felicità che nasceva nel vederla felice.

Mi domando se lei sapesse quanto la osservavo.

Se avesse immaginato che, tanti anni dopo, suo figlio avrebbe ricordato non tanto le parole che pronunciava, quanto il modo in cui respirava quando finalmente poteva riposare.

Forse no.

Forse per lei era soltanto un pomeriggio di primavera, una breve sosta durante una giornata faticosa.

Ma per me quel pomeriggio è diventato qualcosa di immenso.

E mi sembra che in questo consista una parte del mistero della nostra esistenza: compiamo gesti che per noi non hanno nulla di straordinario e che, senza saperlo, diventano la materia più preziosa della vita di qualcun altro.

Mio padre non sapeva che la sua mano sarebbe rimasta sulla mia fronte per tutta la vita.

Mia madre non sapeva che i suoi sospiri sarebbero tornati a rendermi felice.

Il nonno non sapeva che quell'aquilone avrebbe continuato a esistere anche dopo essere scomparso.

La nonna non sapeva che le sue frittelle avrebbero conservato, molto più a lungo del loro sapore, la certezza di essere amato.

E io non sapevo nulla di tutto questo.

Ero soltanto un bambino.

Un bambino che si ammalava spesso.

Che voleva il papà e la mamma tutti per sé.

Che non sopportava Comare Annina quando pretendeva di scegliere i programmi della televisione.

Che accarezzava Diana anche se Nunna Maria non gradiva.

Che guardava la Grundig seduto su un vasino azzurro.

Che mangiava l'uovo sbattuto sotto un bersò.

Che si lasciava prendere per mano da due giganti.

Adesso quei giganti non ci sono più.

Eppure non mi sembra che siano scomparsi.

Non intendo dire che siano ancora presenti come lo erano allora, né che la memoria possa abolire la morte.

La loro assenza appartiene alla mia vita quanto la loro presenza vi è appartenuta.

Ma oggi accade qualcosa che non avevo previsto.

Mentre ricostruisco quei giorni, l'amore che provo per loro non diminuisce a causa del tempo trascorso.

Aumenta.

Si allarga.

Trabocca.

E mi sembra di comprendere, forse per la prima volta, che la vita non è fatta soltanto di ciò che ci accade, ma anche di ciò che facciamo emergere, nel presente, da quanto abbiamo vissuto.

La mia infanzia non è diventata diversa perché siano cambiati gli avvenimenti.

È diversa perché sono cambiato io.

E, cambiando io, cambia il mondo che prende forma mentre lo ricordo.

La casa di via Unità d'Italia non è più soltanto una casa.

È il luogo nel quale ho imparato, senza saperlo, che qualcuno si sarebbe preoccupato per me.

Villa Pranzo non è più soltanto una villa lungo la strada per Lequile.

È il luogo nel quale ho scoperto che la felicità di mia madre poteva diventare la mia.

La casa a corte dei nonni non è più soltanto un edificio nel quale si recitava il rosario e si preparavano le frittelle.

È il luogo nel quale ho conosciuto la generosità del tempo che gli adulti dedicano ai bambini.

E la mano di mio padre non è più soltanto una mano.

È l'amore.

Non un amore astratto, proclamato, spiegato.

Un amore che torna dalla stazione in bicicletta, entra in una camera da letto, si avvicina a una culla metallica e cerca la febbre sulla fronte di un bambino.

Vorrei poter dire a mio padre che oggi ho capito.

Vorrei poter dire a mia madre che ricordo i suoi sospiri.

Vorrei raccontare al nonno Pietro che il suo aquilone vola ancora.

Vorrei dire alla nonna che nessuna frittella è stata più buona delle sue.

Ma forse non ho bisogno di tornare indietro per farlo.

Perché mentre scrivo sto già parlando con loro.

Li vedo.

Li sento.

Li accolgo.

E li amo.

Li amo con una gratitudine che non avevo mai conosciuto in questa forma, con una pienezza che mi sorprende e che non desidero spiegare fino a consumarla.

Mi basta accorgermene.

Mi basta sentire che è qui.

Che sono vivo.

Che tutto questo continua ad accadere in me.

E che, dopo tanti anni, posso finalmente guardare quel bambino senza vedere soltanto le sue malattie, le sue paure, le sue piccole gelosie, ma riconoscendo l'immensità dell'amore nel quale viveva.

Quel bambino ero io.

E sono ancora io.

Non perché il tempo si sia fermato, ma perché la mia vita, trasformandosi, ha reso possibile questo incontro.

Allora mio padre mi prendeva per mano e mi portava dai nonni.

Oggi sono io che, attraverso la memoria, torno a prendere per mano quel bambino.

Lo accompagno lungo le strade buie, attraverso Piazza XX Settembre, davanti alla Società Operaia, fino alla casa a corte.

Poi lo riporto in via Unità d'Italia.

Entriamo dal rivellino.

Attraversiamo la camera da pranzo.

La Grundig è al suo posto.

Dalla finestra si vede il giardino con il pozzo.

Daniela dorme tra mamma e papà.

Io sono nella culla metallica.

Mio padre è appena tornato dalla stazione.

Si avvicina.

Mi guarda.

Allunga una mano.

La posa sulla mia fronte.

E in quell'istante, che non appartiene più soltanto al passato ma al presente nel quale lo sto vivendo, mi accorgo di una cosa semplicissima, così semplice che ho impiegato quasi una vita per riconoscerla.

Mio padre cercava la febbre.

Io, senza saperlo, ricevevo il suo amore.

E oggi, mentre sento ancora quella mano sulla fronte, non so più se sono io a ricordare mio padre o se è il suo amore che continua a ricordarsi di me.

 

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