Sandro Pertini. Il prezzo della libertà, il coraggio di essere uomini

 


CONVERSAZIONI CON GLI AUTORI

Sandro Pertini. Il prezzo della libertà, il coraggio di essere uomini

Antonio Bruno conversa idealmente con Antonio Scurati, a partire dal ritratto di Sandro Pertini contenuto nel libro Storie di donne e uomini in lotta per la democrazia (2026).

Una conversazione immaginaria, costruita sui temi del brano fornito. Le risposte attribuite a Scurati sono una ricostruzione letteraria, non dichiarazioni autentiche dell'autore.

ANTONIO BRUNO: Professore Scurati, lei apre il ritratto di Sandro Pertini con una riflessione sulla possibilità di guardarsi indietro e riconoscere di aver speso bene la propria vita. Mi colpisce questa prospettiva perché, leggendo, mi sono chiesto: chi stabilisce se una vita è stata spesa bene? È la persona che l'ha vissuta oppure sono gli altri, quelli che ne conservano il ricordo?

ANTONIO SCURATI (voce immaginaria): È una domanda che attraversa tutta la vicenda di Pertini. Noi tendiamo a giudicare una vita a partire dai suoi risultati. Ma il risultato non racconta necessariamente il percorso. Pertini ha attraversato sconfitte, persecuzioni, solitudini, lutti. Se avessimo interrotto il racconto nel 1930, avremmo trovato un uomo sconfitto, rinchiuso in carcere, privato della libertà. Eppure quella vita aveva già assunto una sua direzione. Forse spendere bene la vita significa proprio questo: riconoscersi nelle scelte compiute, anche quando non producono il risultato sperato.

ANTONIO BRUNO: Ecco, io vorrei soffermarmi proprio sulla parola scelta. Perché mi sembra che noi ricostruiamo il passato a partire da ciò che siamo diventati. Pertini, quando scrive quella lettera dopo l'assassinio di Matteotti, non conosce il proprio futuro. Non sa che diventerà Presidente della Repubblica. Non sa neppure se sopravvivrà. In quel momento sente qualcosa e agisce. È possibile che noi attribuiamo retrospettivamente una coerenza a una vita che, mentre viene vissuta, non possiede ancora una trama?

ANTONIO SCURATI: Certamente. La storia raccontata possiede una forma che la vita vissuta non ha. Chi vive non conosce l'ultimo capitolo. E questo è particolarmente importante nel caso di Pertini. Noi conosciamo il Presidente amato dagli italiani, l'uomo della pipa, il vecchio che esulta ai Mondiali del 1982. Ma il giovane che prende posizione contro il fascismo nel 1924 non conosce nulla di tutto questo. Agisce in una circostanza precisa. La sua indignazione incontra una possibilità concreta: iscriversi al partito di Matteotti. Il significato storico di quel gesto emergerà successivamente.

ANTONIO BRUNO: Allora potremmo dire che la coerenza non è necessariamente un programma formulato in anticipo. È qualcosa che possiamo riconoscere osservando il susseguirsi delle azioni. Mi interessa molto questa distinzione. Noi spesso diciamo che una persona è coerente perché fa ciò che aveva deciso di fare. Ma Pertini sembra fare, ogni volta, ciò che sente legittimo fare nella circostanza che sta vivendo.

ANTONIO SCURATI: Nel suo caso esiste certamente una convinzione politica profonda, una fedeltà al socialismo e all'antifascismo. Ma questa convinzione non elimina l'imprevedibilità delle circostanze. La sua vita non è l'esecuzione meccanica di un progetto. È una successione di incontri, conflitti, decisioni e conseguenze. La continuità emerge dal modo in cui risponde agli eventi.

La libertà e il prezzo delle convinzioni

ANTONIO BRUNO: Lei racconta un episodio che mi ha profondamente colpito. Pertini è in carcere, sta male, sua madre chiede la grazia a Mussolini e lui reagisce con parole durissime. Io mi sono fermato. Ho pensato a quella madre che aspetta il figlio per quindici anni, seduta su un muretto. E ho pensato a quel figlio che, per difendere la propria dignità, arriva a ferirla. Qui vedo due amori che sembrano non riuscire a incontrarsi.

ANTONIO SCURATI: È uno dei punti più dolorosi della sua storia. La madre agisce per salvare il figlio. Il figlio interpreta quel gesto come una rinuncia alla propria dignità politica. Entrambi agiscono all'interno di un universo di significati che, in quel momento, non riescono a conciliare. E il dramma è proprio questo: nessuno dei due, probabilmente, intende negare l'amore dell'altro.

ANTONIO BRUNO: Vorrei proporle una lettura diversa, che nasce dal pensiero di Humberto Maturana. Noi esseri umani viviamo nelle relazioni e nelle emozioni che rendono possibili le nostre azioni. La madre vive nell'amore per il figlio e vede nella grazia una possibilità di conservarne la vita. Pertini vive nella fedeltà a un principio e vede nella richiesta di grazia la negazione della propria identità. Non è forse la pretesa che l'altro debba vedere il mondo come lo vediamo noi a generare tanta sofferenza?

ANTONIO SCURATI: È una lettura interessante, purché non dimentichiamo la natura del contesto. Pertini è prigioniero di una dittatura. La sua intransigenza non nasce in una situazione ordinaria. Per lui chiedere grazia significa riconoscere al potere che lo perseguita il diritto di concedergli ciò che gli ha ingiustamente sottratto. Ma sul piano umano la sua reazione resta dolorosa, e il racconto non deve cancellare quella sofferenza in nome dell'eroismo.

ANTONIO BRUNO: È proprio questo che mi interessa. Non voglio giudicare Pertini, né sua madre. Voglio osservare come fanno quello che fanno. Quando lei racconta che Pertini, uscito dal carcere, torna finalmente a Stella e trascorre soltanto tre giorni con la madre, sapendo noi che non la rivedrà più, avverto una tristezza enorme. Ma quella tristezza è mia, nasce adesso, mentre leggo. Pertini, in quei tre giorni, viveva il proprio presente. Non conosceva l'ultima pagina.

ANTONIO SCURATI: Ed è una distinzione essenziale. La letteratura storica possiede una conoscenza che i suoi protagonisti non avevano. Noi sappiamo che quello sarà l'ultimo incontro. Loro no. Il nostro compito è restituire, per quanto possibile, l'incertezza della loro esperienza, senza rinunciare alla conoscenza storica degli eventi.

La democrazia non è soltanto libertà

ANTONIO BRUNO: C'è un altro passaggio sul quale vorrei confrontarmi con lei. Pertini sostiene che la libertà politica, senza giustizia sociale, rischia di restare vuota. Io sono un agronomo e ho trascorso gran parte della mia vita professionale a contatto con il mondo agricolo. So che cosa significhi parlare di libertà a una persona che non dispone delle condizioni materiali per esercitarla. Ma mi domando: possiamo considerare democratica una società nella quale i cittadini sono formalmente uguali e concretamente vivono possibilità profondamente differenti?

ANTONIO SCURATI: È precisamente il problema che Pertini poneva. La democrazia non può esaurirsi nel riconoscimento formale dei diritti. Deve interrogarsi sulle condizioni che permettono di esercitarli. Il diritto di parola, di partecipazione e di scelta perde parte del proprio significato quando la sopravvivenza quotidiana assorbe tutte le energie di una persona.

ANTONIO BRUNO: Io aggiungerei che la democrazia non è soltanto un sistema istituzionale. È anche un modo di convivere. Maturana parla di legittimità dell'altro nella convivenza. Quando riconosco l'altro come legittimo altro, non ho bisogno di negarlo per affermare me stesso. Mi chiedo se una democrazia possa conservarsi quando questa disposizione relazionale viene meno, anche se le istituzioni continuano formalmente a funzionare.

ANTONIO SCURATI: Le istituzioni democratiche sono indispensabili proprio perché gli esseri umani non vivono sempre nel reciproco riconoscimento. Il conflitto esiste. Le differenze di interesse esistono. La democrazia deve consentire a queste differenze di esprimersi senza trasformarsi in sopraffazione. Ma è vero che nessuna architettura istituzionale può sopravvivere indefinitamente se viene meno la disponibilità a riconoscere la legittimità degli altri cittadini.

ANTONIO BRUNO: Quindi non dobbiamo immaginare una democrazia senza conflitti, ma una convivenza nella quale il conflitto non comporti la negazione dell'altro.

ANTONIO SCURATI: È una distinzione fondamentale. La democrazia non promette l'assenza di contrasti. Promette, o dovrebbe promettere, la possibilità di affrontarli senza distruggere le condizioni della convivenza.

L'uomo che piange e l'uomo che ride

ANTONIO BRUNO: Professore, lei scrive di Pertini che un uomo deve saper piangere e deve anche saper ridere. Mi sono commosso leggendo queste pagine. Perché mi sembra che nella nostra cultura abbiamo spesso separato la forza dalla tenerezza. Come se un uomo, per essere forte, dovesse nascondere ciò che sente. Pertini, invece, piange pubblicamente e ride pubblicamente. Non si vergogna delle proprie emozioni.

ANTONIO SCURATI: In Pertini questa dimensione è particolarmente evidente. Il suo linguaggio emotivo rompe la distanza tradizionale tra il potere e i cittadini. Non è un Presidente che si limita a rappresentare lo Stato attraverso il cerimoniale. È un uomo che manifesta partecipazione. E questa partecipazione contribuisce a creare un rapporto riconoscibile con la popolazione.

ANTONIO BRUNO: Mi viene da pensare che non sia la manifestazione delle emozioni a renderlo vicino agli italiani. È piuttosto il fatto che non sembri impegnato a nasconderle. Quando esulta per la vittoria dell'Italia ai Mondiali, non sta eseguendo il comportamento che ci aspetteremmo da un Presidente. Sta semplicemente esultando.

ANTONIO SCURATI: Ed è proprio quella spontaneità a rendere memorabile la scena. Naturalmente anche l'immagine pubblica di un Presidente è costruita attraverso i mezzi di comunicazione. Ma ciò non impedisce che alcuni gesti siano percepiti come autentici. Nel caso di Pertini, il contrasto tra la solennità della carica e l'immediatezza della reazione è particolarmente forte.

ANTONIO BRUNO: Io chiamerei questo candore. La corrispondenza immediata tra l'emozione che emerge e il comportamento che prende forma. Non significa fare qualunque cosa si provi l'impulso di fare. Significa non essere continuamente impegnati a rappresentare una versione di noi stessi per ottenere l'approvazione degli altri. In quel momento, allo stadio, Pertini non sta cercando di essere il Presidente che esulta. È un uomo che esulta, ed è anche il Presidente della Repubblica.

ANTONIO SCURATI: È una lettura suggestiva. E aiuta a comprendere perché certe immagini storiche sopravvivano più a lungo di molti discorsi ufficiali.

Il mare che non si vede

ANTONIO BRUNO: Vorrei concludere tornando alla sua immagine finale. Pertini muore a Roma, ma lei lo immagina sul muretto della casa di Stella, mentre guarda verso un mare che da lì non si vede. È un'immagine bellissima. Quel muretto era stato il luogo dell'attesa di sua madre. Alla fine diventa il luogo di un'altra attesa. Perché ha scelto proprio questa immagine?

ANTONIO SCURATI: Nella costruzione letteraria del ritratto, il muretto permette di riunire l'inizio e la fine della vicenda. È un luogo ordinario, domestico, lontanissimo dai palazzi della politica e dagli avvenimenti che hanno attraversato il Novecento. Eppure contiene qualcosa di essenziale: la relazione tra una madre e un figlio, il tempo che passa, l'attesa, la perdita.

ANTONIO BRUNO: Sa che cosa mi è accaduto leggendo? Ho smesso per un momento di pensare al Presidente Pertini. Ho visto soltanto Sandro. Un bambino che è stato amato da sua madre. Un ragazzo che ha lasciato la propria casa. Un uomo che ha attraversato la sofferenza, la gioia, la paura, la determinazione. E mi sono chiesto se, alla fine, non sia proprio questo il senso più profondo della sua storia: dietro ogni personaggio storico c'è una persona che ha vissuto senza sapere di essere un personaggio storico.

ANTONIO SCURATI: È uno degli interrogativi più importanti della narrazione storica. Restituire l'essere umano senza cancellare il significato pubblico delle sue azioni. Pertini non è soltanto un simbolo della Repubblica. È stato un uomo che ha amato, sofferto, combattuto, sbagliato, resistito. La dimensione storica e quella umana non si escludono.

ANTONIO BRUNO: E allora vorrei rivolgerle un'ultima domanda. Lei comincia chiedendosi quanti di noi potranno dire di avere speso bene la propria vita. Io, dopo aver letto, mi domando se non ci sia un'altra possibilità. Non attendere la fine per pronunciare un giudizio sulla vita, ma vivere ciò che facciamo mentre lo facciamo, senza trasformare continuamente il presente in uno strumento per raggiungere qualcosa che ancora non esiste. Pertini ha vissuto una vita straordinaria. Ma forse ciò che possiamo incontrare nella sua storia non è un modello da imitare. È un essere umano da comprendere.

ANTONIO SCURATI: La storia non dovrebbe chiedere ai lettori di riprodurre le vite dei suoi protagonisti. Dovrebbe offrire loro la possibilità di interrogare la propria esperienza attraverso quella degli altri. La vicenda di Pertini mostra quanto possano costare certe scelte e quali conseguenze possano avere nella vita individuale e collettiva. Comprendere non significa necessariamente imitare. Significa riconoscere la complessità di un'esistenza.

ANTONIO BRUNO: Allora mi permetta di lasciare aperta la nostra conversazione con una riflessione.

Quando penso a Sandro Pertini seduto su quel muretto, non mi domando più se abbia speso bene la sua vita. Mi domando che cosa stesse vivendo in quel preciso momento, quale emozione accompagnasse il suo sguardo, quali ricordi emergessero, quali pensieri svanissero.

E poi penso a sua madre.

Per quindici anni qualcuno le aveva chiesto che cosa facesse seduta lì. E lei aveva risposto che aspettava Sandro.

Noi sappiamo che Sandro tornò. Sappiamo anche che ripartì e che non la rivide mai più.

Ma lei, mentre aspettava, non conosceva nulla di tutto questo.

Era una madre che aspettava suo figlio.

E forse è proprio qui che la storia, per un istante, smette di essere la storia di un Presidente e diventa qualcosa che ci riguarda tutti.

Perché ciascuno di noi, nella propria vita, è stato qualcuno che aspettava e qualcuno che veniva aspettato.

E mentre il mare continua a non vedersi, possiamo ancora sentirlo.

Non perché conosciamo il futuro.

Ma perché siamo vivi, adesso.

Conversazione immaginaria di Antonio Bruno con Antonio Scurati, ispirata al capitolo dedicato a Sandro Pertini in Storie di donne e uomini in lotta per la democrazia (2026).

Il dialogo intreccia la narrazione storica del brano con le riflessioni epistemologiche e fenomenologiche di Antonio Bruno, in particolare sul vivere nel presente, sulla ricostruzione del passato, sulle emozioni e sul riconoscimento dell'altro.

 

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