La conoscenza non è nei libri. Nasce mentre viviamo.

 


Antonio Bruno conversa con Heinz von Foerster

La conoscenza non è nei libri. Nasce mentre viviamo.

Una conversazione immaginaria, epistemologica e fenomenologica, ispirata alla conferenza di Heinz von Foerster, “Technology: What Will It Mean to Librarians? [A Response]”, tenuta il 24 luglio 1970 all'Università del Wisconsin, a Madison. Le risposte attribuite a von Foerster sono ricostruzioni interpretative del suo pensiero, non citazioni letterali.

1. Non chiedere cosa farà la tecnologia di noi

Antonio Bruno: Professore, nel 1970 lei fu invitato a parlare del futuro delle biblioteche. Eppure, invece di rispondere alla domanda su come la tecnologia avrebbe cambiato il lavoro dei bibliotecari, propose di capovolgerla. Perché?

Heinz von Foerster: Perché nella domanda era già nascosta una rinuncia. Chiedere che cosa la tecnologia farà di noi significa immaginare che la tecnologia possieda una propria volontà e che gli esseri umani debbano adattarvisi.

Io suggerivo una domanda diversa: che cosa vogliono fare i bibliotecari della tecnologia?

Antonio: È una distinzione che mi interessa molto. Mi sembra che lei stia dicendo che la tecnologia non determina il nostro futuro. Siamo noi, attraverso il nostro modo di vivere, a partecipare alla costruzione del futuro nel quale la tecnologia opera.

Von Foerster: Esattamente. Quando rinunciamo a formulare i problemi che desideriamo affrontare e ci limitiamo a utilizzare le soluzioni che le macchine ci offrono, non siamo più in un'età della tecnologia. Siamo in un'età della tecnocrazia.

Antonio: Allora le pongo la domanda che rivolgo a me stesso quando osservo ciò che faccio: come faccio quello che faccio?

Quando utilizzo una tecnologia, come partecipo alla costruzione del mondo che attraverso quella tecnologia faccio emergere?

Von Foerster: Questa è una domanda cibernetica. Perché introduce l'osservatore nel sistema osservato. Non si limita a interrogare la macchina, ma interroga la relazione che emerge tra l'essere umano e la macchina.

2. Il bibliotecario come levatrice della conoscenza

Antonio: Nel suo scritto lei attribuisce al bibliotecario due funzioni: custodire i libri e aiutare le persone a far nascere nuove idee. La seconda mi sembra molto più interessante.

Von Foerster: Utilizzai deliberatamente l'immagine della levatrice. Una levatrice non fabbrica il bambino. Accompagna una nascita.

Analogamente, il bibliotecario non dovrebbe limitarsi a consegnare un documento. Dovrebbe partecipare a un processo nel quale una persona sviluppa una comprensione che prima non possedeva.

Antonio: Quindi la conoscenza non è qualcosa che si trasferisce da un libro a un cervello?

Von Foerster: Il libro è un oggetto fisico. Contiene segni, descrizioni, relazioni linguistiche. Ma conoscere è un'attività dell'organismo che incontra quei segni.

Antonio: Questo cambia completamente il significato della lettura.

Quando leggo un libro, non sto introducendo nella mia mente il pensiero dell'autore. Sto vivendo un incontro con una struttura linguistica che perturba la mia organizzazione attuale.

Von Foerster: È una formulazione coerente con l'idea di autonomia cognitiva. Il libro non specifica ciò che accadrà nel lettore. La trasformazione dipende dalla struttura del lettore e dalla sua storia di interazioni.

Antonio: E allora ogni lettura è irripetibile.

Lo stesso libro letto oggi e riletto fra dieci anni non produrrà necessariamente la stessa esperienza.

Von Foerster: Perché non sarà lo stesso lettore.

3. L'informazione non si trova nel mondo

Antonio: Nel suo testo incontro una proposizione radicale: il mondo non contiene informazione. L'informazione emerge nell'organismo attraverso la sua interazione con il mondo.

Vorrei soffermarmi su questo.

Von Foerster: Siamo abituati a parlare dell'informazione come se fosse una merce. Diciamo che viene immagazzinata, trasportata, recuperata.

Ma un sistema documentale immagazzina supporti e configurazioni di segni. Non immagazzina l'esperienza cognitiva di chi li incontrerà.

Antonio: Faccio un esempio che riguarda la mia vita.

Quando torno con il pensiero alla mia infanzia, non recupero un passato conservato in qualche archivio della mente. Ricostruisco nel presente un'esperienza.

In questi giorni ho ripensato agli anni della mia infanzia e della mia adolescenza. Ho incontrato nuovamente mio padre, mia madre, mia sorella Daniela, i nonni, i parenti e gli amici.

E mi sono accorto che quella vita, che per tanti anni avevo raccontato in un certo modo, oggi emerge piena d'amore.

Von Foerster: Lei sta descrivendo una trasformazione del significato della propria storia.

Antonio: Sì. E non ho cambiato gli avvenimenti. È cambiato il modo in cui li ricostruisco adesso.

Perciò mi domando: se la mia infanzia emerge oggi in un modo nuovo, quale infanzia sto vivendo?

Von Foerster: Quella che prende forma nella sua esperienza presente. Questo non significa che gli avvenimenti storici siano modificabili a piacimento. Significa che la memoria non è riducibile alla riproduzione di un archivio.

Antonio: Allora il passato non è semplicemente qualcosa che possiedo. È anche qualcosa che faccio emergere.

Von Foerster: E può osservare come lo fa emergere.

4. La circolarità: percepisco agendo e agisco percependo

Antonio: Lei formula due proposizioni che considero fondamentali: le interpretazioni delle sensazioni determinano l'attività dell'organismo e l'attività dell'organismo determina le interpretazioni delle sensazioni.

Non esiste dunque una freccia che parte dal mondo e arriva semplicemente al cervello.

Von Foerster: Esatto. Esiste una circolarità. E quella circolarità non è un difetto del ragionamento: è una caratteristica fondamentale dell'organizzazione dei sistemi viventi.

Antonio: Provo a tradurla nella mia esperienza.

Quando canto, ascolto la mia voce. Ma mentre la ascolto modifico la respirazione, l'articolazione, il modo in cui emetto i suoni. Queste modificazioni cambiano ciò che ascolto.

Non esiste prima l'ascolto e poi il canto, come due eventi completamente separati.

Von Foerster: È un esempio efficace di accoppiamento tra attività e percezione. L'organismo non riceve passivamente un mondo già organizzato per lui. Partecipa alla costituzione della propria esperienza percettiva.

Antonio: Allora quando mi domando «Come faccio quello che faccio?» non sto cercando una causa esterna. Sto osservando una circolarità nella quale sono coinvolto.

Von Foerster: E proprio per questo la sua domanda non può essere completamente separata dal suo vivere.

5. Il ricordo non è un deposito

Antonio: Lei contesta l'idea che la memoria sia un magazzino di dati. Per spiegarsi ricorre persino all'esempio di una gigantesca tabella delle moltiplicazioni.

Von Foerster: Perché un sistema che dovesse immagazzinare tutte le risposte possibili diventerebbe enormemente inefficiente.

Un dispositivo capace di calcolare non deve conservare ogni prodotto aritmetico. Gli basta possedere un'organizzazione che gli permetta di produrlo.

Antonio: Quindi, applicando con prudenza questa analogia alla memoria umana, ricordare non significa necessariamente estrarre un contenuto già confezionato.

Von Foerster: Significa riconoscere che i processi cognitivi non si spiegano adeguatamente attraverso la sola metafora dell'immagazzinamento.

Antonio: E questo mi porta a una domanda fenomenologica: che cosa accade nel mio corpo mentre ricordo?

Perché quando ripenso a mio padre non incontro soltanto un'immagine. Sento tenerezza. Quando ricostruisco una scena della mia infanzia, avverto una trasformazione del mio modo di stare nel presente.

Von Foerster: La sua domanda riguarda l'esperienza vissuta del ricordare, non soltanto la sua descrizione funzionale.

Antonio: È proprio ciò che desidero esplorare. Non mi basta chiedere che cosa ricordo. Voglio accorgermi di come ricordo e di quale mondo emerge mentre lo faccio.

6. I fatti non sono le descrizioni dei fatti

Antonio: Nel suo intervento lei insiste sulla differenza tra i fatti e le loro descrizioni. Dice che sono le descrizioni a poter essere vere o false.

Von Foerster: È una distinzione essenziale. Se confondiamo ciò che accade con la descrizione che ne diamo, perdiamo la possibilità di interrogare criticamente le nostre affermazioni.

Antonio: Questo è importante anche nella mia professione di agronomo.

Se osservo un olivo disseccato, il disseccamento è un fenomeno che posso rilevare. Ma quando affermo che è stato provocato da una determinata causa, sto formulando una descrizione esplicativa che richiede prove.

Von Foerster: Precisamente. L'osservazione non deve essere confusa con l'inferenza causale.

Antonio: E quando osservo una persona?

Se dico «quella persona mi ha offeso», potrei confondere un comportamento osservabile con la mia interpretazione di quel comportamento.

Von Foerster: La distinzione le permette di interrogare il processo attraverso il quale attribuisce significato a ciò che accade.

Antonio: Ecco perché, quando mi accorgo di un'emozione, provo a distinguere ciò che è accaduto, ciò che percepisco nel corpo, ciò che sto facendo e gli scenari che costruisco.

Non per negare l'emozione, ma per vedere come partecipo alla sua configurazione.

7. La risposta definitiva è un mito

Antonio: Nel suo testo compare un'affermazione che mi ha colpito: «The Answer is a myth». La risposta, quella definitiva, è un mito.

Von Foerster: Una domanda può ricevere risposte differenti a seconda del contesto, delle relazioni considerate e di chi la pone.

Prenda la domanda sulla data di nascita di Napoleone. Si può rispondere indicando l'anno, oppure collocando la sua nascita in relazione ad altri avvenimenti storici.

Antonio: Quindi non tutte le risposte sono equivalenti sul piano della correttezza, ma il significato e l'utilità di una risposta dipendono anche dalla domanda e dall'osservatore.

Von Foerster: Esattamente. Non dobbiamo confondere la pluralità delle descrizioni con l'arbitrarietà delle affermazioni.

Antonio: Questo mi conduce alla mia domanda preferita: qual è lo scopo dello scopo?

Quando cerco una risposta, per quale ragione desidero quella risposta?

Voglio risolvere un problema? Voglio avere ragione? Voglio eliminare un'incertezza? Oppure desidero aprire nuove possibilità di vivere?

Von Foerster: La domanda sullo scopo rende visibili i criteri con cui selezioniamo ciò che consideriamo una risposta soddisfacente.

Antonio: E posso interrogare anche quei criteri.

8. Dalla macchina che risponde alla macchina che cambia

Antonio: Nel 1970 lei distingueva due architetture informatiche: i Question-Answering Systems, che rispondono a partire da una base di conoscenza relativamente fissa, e la Cognitive Memory, la cui struttura cambia attraverso le interazioni.

È una distinzione che oggi, nell'epoca dell'intelligenza artificiale generativa, mi sembra particolarmente attuale.

Von Foerster: La distinzione concettuale è tra un sistema che applica operazioni a una struttura predefinita e un sistema nel quale l'interazione modifica anche l'organizzazione delle relazioni disponibili per le operazioni successive.

Antonio: Quando converso con un'intelligenza artificiale, le mie domande contribuiscono a orientare le risposte successive. Ma questo non significa necessariamente che la macchina apprenda stabilmente da ogni conversazione.

Von Foerster: È una distinzione importante. L'adattamento nel contesto di un dialogo e la modificazione persistente della struttura di un sistema non sono la stessa cosa.

Antonio: E neppure dovrei confondere la capacità di elaborare relazioni linguistiche con l'esperienza vissuta di un organismo.

Von Foerster: Esatto. Un modello computazionale della cognizione non dimostra, da solo, l'esistenza di un'esperienza soggettiva.

Antonio: Allora posso utilizzare la macchina come interlocutore per ampliare le mie distinzioni, senza attribuirle automaticamente il mio stesso modo di vivere.

9. La biblioteca del futuro è una conversazione

Antonio: Lei immaginava biblioteche capaci di consentire l'accesso alle relazioni semantiche tra le conoscenze, oltre i confini dei singoli documenti e delle discipline.

Von Foerster: Volevo spostare l'attenzione dal recupero di documenti alla possibilità di esplorare relazioni, formulare domande e sviluppare comprensione.

Antonio: Mi sembra che questa intuizione sia diventata particolarmente significativa.

Oggi posso leggere un testo di cibernetica, confrontarlo con Maturana, collegarlo alla mia esperienza di agronomo, alla musica, ai sogni e alla ricostruzione della mia infanzia.

Non sono costretto a conservare ciascuna di queste esperienze in un compartimento separato.

Von Foerster: Perché la conoscenza non coincide con la collocazione dei documenti su uno scaffale.

Antonio: E io stesso, mentre collego quelle esperienze, mi trasformo.

Mi accorgo che il mio modo di conoscere è inseparabile dal mio modo di vivere.

10. La domanda etica

Antonio: Professore, vorrei concludere tornando alla tecnologia.

Se sono io a partecipare alla costruzione del mondo che faccio emergere, non posso sottrarmi alla responsabilità delle mie azioni.

Von Foerster: La responsabilità diventa centrale quando smettiamo di immaginare di essere semplici esecutori di un mondo già determinato.

Antonio: Allora non mi basta domandarmi se una tecnologia funziona. Devo domandarmi che cosa rende possibile, quali relazioni favorisce, quali conseguenze produce.

E soprattutto: ciò che farò potrà arrecare danno a qualcuno o all'ambiente?

Von Foerster: È il passaggio dalla sola questione dell'efficienza alla questione etica delle possibilità che scegliamo di realizzare.

Antonio: Mi sembra che siamo tornati alla sua domanda iniziale.

Non che cosa farà la tecnologia di noi, ma che cosa faremo noi della tecnologia.

E vorrei aggiungerne una terza.

Von Foerster: Quale?

Antonio: Come ci trasformeremo mentre la utilizziamo?

Von Foerster: È una domanda che rimette in gioco l'osservatore. E proprio per questo non ha una risposta indipendente dalla vita che egli conduce.

Epilogo — Antonio Bruno

Ho cominciato questa conversazione immaginaria con Heinz von Foerster pensando ai libri e alle biblioteche. La concludo pensando alla mia vita.

Mi accorgo che leggere, cantare, ricordare, studiare, camminare e conversare non sono semplicemente attività attraverso le quali acquisisco informazioni.

Sono modi nei quali vivo, percepisco, agisco e mi trasformo.

Il libro che leggo non contiene la mia esperienza. La canzone che canto non contiene il mio canto. Il passato che ricordo non contiene il mio ricordo presente.

Tutto questo emerge nel mio vivere, nelle relazioni che intrattengo con gli altri, con il mio corpo e con l'ambiente.

E allora torno al sogno nel quale attraverso le onde dell'oceano con una tavola da surf e con i miei libri.

Mi accorgo che quelle onde sono tutto ciò che mi accade. I libri, le persone, le emozioni, gli incontri, i conflitti, la musica, le trasformazioni.

La tavola è la struttura che sono diventato attraverso la mia storia.

Non posso comandare all'oceano di non produrre onde. Ma posso osservare come vivo mentre le attraverso.

E soprattutto posso accorgermi che mi piace questo modo di vivere.

Forse la conoscenza più importante non è quella che mi permette di possedere una risposta, ma quella che mi permette di vedere come sto vivendo mentre cerco di rispondere.

Perché non sto soltanto conoscendo il mondo.

Sto vivendo nel mondo che, insieme agli altri, contribuisco a far emergere.

Testo di riferimento: Heinz von Foerster, Technology: What Will It Mean to Librarians? [A Response], conferenza del 24 luglio 1970.

 

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