La medicina che nasce dalla relazione

 


La medicina che nasce dalla relazione

Una conversazione immaginaria tra Antonio Bruno, Riane Eisler e Teddie M. Potter

Ispirata al primo capitolo, «The Medicine of Nursing» («La medicina dell'assistenza infermieristica»), del libro Transforming Interprofessional Partnerships. Il dialogo è una ricostruzione originale, non una trascrizione di dichiarazioni delle autrici.

Antonio Bruno: Riane, Teddie, leggendo il vostro libro mi sono fermato su una questione che considero fondamentale. Voi sostenete che la medicina non appartiene esclusivamente ai medici. Ma a me interessa qualcosa che viene ancora prima: come abbiamo fatto a costruire un mondo nel quale abbiamo attribuito a una professione il potere di definire che cosa significhi guarire?

Riane Eisler: È proprio da questa domanda che possiamo cominciare. Le società costruiscono sistemi di credenze, racconti e istituzioni che possono favorire la partnership oppure la dominazione. Quando una professione rivendica il monopolio della conoscenza, rischia di trasformare una differenza di competenze in una gerarchia di valore.

La medicina, nella sua origine etimologica, rimanda all'arte del guarire. Per secoli questa arte è stata esercitata da persone differenti. Non possiamo ridurla alla storia di una sola professione.

Antonio Bruno: Ecco, Riane, io vorrei osservare il processo attraverso il quale tutto questo accade. Non soltanto denunciare la gerarchia, ma domandarmi: come facciamo quello che facciamo?

Perché se costruisco un mondo nel quale il medico possiede la conoscenza e l'infermiere esegue, non sto semplicemente descrivendo due professioni. Sto facendo emergere un sistema di relazioni.

E quel sistema diventa il mondo nel quale vivono il medico, l'infermiere e il paziente.

Teddie M. Potter: È esattamente il problema che affrontiamo nel capitolo. L'assistenza infermieristica possiede un proprio patrimonio di conoscenze e pratiche. Non è una medicina incompleta, subordinata a quella del medico.

Per renderlo comprensibile abbiamo proposto un modello che chiamiamo BASE of Nursing, costruito su quattro dimensioni.

Il modello BASE dell'assistenza infermieristica

B

Being present

Essere presenti nella relazione

A

Active caring

Prendersi cura attraverso l'azione

S

Stories

Ascoltare storie e narrazioni

E

Evidence

Utilizzare le evidenze scientifiche

Le quattro dimensioni hanno pari dignità nel modello proposto da Potter.

Antonio Bruno: Mi colpisce soprattutto la prima: Being present. Essere presenti.

Perché nella mia esperienza personale ho scoperto qualcosa che considero straordinario. Posso incontrare una persona e credere di conoscerla perché possiedo una storia su di lei. Oppure posso accorgermi di come la sto incontrando, di quello che provo, delle interpretazioni che produco e del mondo che faccio emergere nella relazione.

Nel secondo caso non sto semplicemente aggiungendo informazioni. Sto vivendo un'esperienza diversa.

Teddie M. Potter: La presenza terapeutica è una dimensione essenziale dell'assistenza. Non significa soltanto trovarsi fisicamente accanto al paziente. Significa offrire una presenza emotiva, psicologica e relazionale che permetta alla persona di esprimere la propria sofferenza e di partecipare al percorso di cura.

Antonio Bruno: Ma allora vi propongo una distinzione.

Io posso essere presente con l'intenzione di guarire qualcuno. Oppure posso essere presente perché riconosco nell'altro una persona con la quale entro in relazione.

Nel primo caso rischio di fare della mia presenza uno strumento per ottenere un risultato. Nel secondo la relazione ha un valore in sé.

E mi domando: qual è lo scopo dello scopo della mia presenza?

Riane Eisler: È una domanda importante. Una cultura della partnership non consiste semplicemente nel rendere più gentile una relazione gerarchica. Significa riconoscere dignità, capacità di partecipazione e valore alle persone coinvolte.

Anche il paziente deve poter partecipare alle decisioni che riguardano la propria salute.

Antonio Bruno: E qui arrivo a Humberto Maturana.

Nella prospettiva dell'autopoiesi, l'organismo vivente non è una macchina che riceve istruzioni dall'ambiente e le esegue. È un sistema la cui struttura determina le trasformazioni possibili nelle interazioni con l'ambiente.

Il medico, l'infermiere, il paziente non sono dunque semplicemente tre soggetti che si trasmettono informazioni.

Sono tre sistemi viventi che, incontrandosi, possono perturbarsi reciprocamente.

La mia domanda diventa: quale mondo facciamo emergere quando ci incontriamo?

Teddie M. Potter: La tua prospettiva introduce una lettura epistemologica del nostro modello. Noi sosteniamo che le narrazioni dei pazienti costituiscono una fonte di conoscenza indispensabile, accanto alle evidenze scientifiche.

Una ricerca può dirci come un trattamento agisce mediamente su una popolazione. Ma la storia della persona ci permette di comprendere come quella particolare persona vive la malattia, quali significati le attribuisce e quali possibilità riconosce davanti a sé.

Antonio Bruno: Vorrei soffermarmi proprio sulle storie.

Per molti anni ho raccontato a me stesso alcuni episodi della mia infanzia e della mia giovinezza in un certo modo. Erano racconti nei quali attribuivo responsabilità, individuavo delusioni, costruivo spiegazioni.

Recentemente ho ricostruito quegli stessi anni e mi sono accorto di qualcosa di nuovo: l'amore che avevo ricevuto da mia madre, da mio padre, da mia sorella e dalle persone che mi avevano accompagnato.

Gli avvenimenti del passato non erano cambiati.

Era cambiato il mio modo di ricostruirli nel presente.

E con quella trasformazione è cambiato anche il mio modo di vivere.

Riane Eisler: Questo esempio mostra quanto i racconti attraverso i quali interpretiamo le relazioni possano influenzare il nostro modo di stare con gli altri.

Nella prospettiva della partnership è importante riconoscere e trasformare le narrazioni che legittimano subordinazione, svalutazione e dipendenza.

Antonio Bruno: Io però farei un passo ulteriore.

Non vorrei sostituire semplicemente una storia negativa con una positiva. Vorrei accorgermi che sono io, nel presente, a ricostruire quella storia.

Perché anche una storia bellissima, se diventa una verità definitiva alla quale devo obbedire, rischia di imprigionarmi.

Mi interessa conservare la possibilità di osservare come costruisco il mio mondo.

Teddie M. Potter: Questo pone una questione molto interessante per l'assistenza infermieristica. La narrazione del paziente non deve essere ridotta a un dato da registrare in cartella.

È necessario ascoltarla, comprenderne il significato e riconoscere che può trasformarsi nel corso dell'esperienza.

Ma dobbiamo anche mantenere un punto fermo: la conoscenza narrativa non sostituisce la ricerca scientifica. Le due forme di conoscenza contribuiscono, in modi differenti, alla qualità dell'assistenza.

Antonio Bruno: Concordo. Non sto proponendo di rinunciare alle evidenze scientifiche.

Da agronomo conosco bene il valore dell'osservazione, della sperimentazione, della verifica e della riproducibilità dei risultati.

Ma conosco anche la differenza tra studiare un organismo isolando alcune variabili e osservare un organismo vivente nelle sue relazioni con l'ambiente.

Una pianta non è soltanto il risultato delle analisi chimiche del terreno. È una storia di interazioni, trasformazioni e condizioni ambientali.

E un essere umano non può essere ridotto ai valori delle proprie analisi cliniche.

Riane Eisler: È proprio per questo che occorre superare una concezione della collaborazione nella quale una professione decide e le altre eseguono.

La partnership non elimina le differenze di competenza. Le mette in relazione senza trasformarle automaticamente in differenze di dignità.

Antonio Bruno: E qui mi viene in mente una domanda etica che accompagna le mie scelte.

Ciò che sto per fare farà del male a qualcuno o all'ambiente?

Credo che questa domanda debba riguardare anche le professioni sanitarie.

Non basta chiedersi se un intervento sia tecnicamente corretto. Occorre considerare anche quali conseguenze possa produrre per la persona, per le sue relazioni e per l'ambiente nel quale vive.

Teddie M. Potter: La dimensione etica è fondamentale. Nel nostro modello, prendersi cura significa anche tutelare la persona, sostenere la sua autonomia, comunicare con gli altri professionisti e contribuire alla costruzione di ambienti favorevoli alla salute.

La cura non termina con l'esecuzione di una procedura.

Antonio Bruno: Vorrei allora tornare alla presenza.

Quando qualcuno soffre, siamo spesso tentati di intervenire immediatamente, di spiegare, di correggere, di rassicurare.

Ma che cosa accadrebbe se, prima di tutto, ci accorgessimo di ciò che stiamo facendo?

Se osservassimo il nostro desiderio di risolvere il problema?

Se riconoscessimo la nostra difficoltà a stare davanti alla sofferenza?

Forse scopriremmo che qualche volta il nostro intervento risponde più alla nostra necessità di agire che alla necessità dell'altro.

Riane Eisler: Una relazione di partnership richiede proprio questa attenzione al potere e al modo in cui viene esercitato. Non si tratta di rinunciare alle responsabilità professionali, ma di evitare che esse si traducano automaticamente in dominazione.

Antonio Bruno: E allora la cura diventa anche un'occasione per conoscere noi stessi.

Non soltanto: che cosa sta accadendo al paziente?

Ma anche: che cosa sto facendo io mentre incontro questo paziente?

Che cosa percepisco?

Quale interpretazione sto producendo?

Che cosa desidero conservare?

E soprattutto: quale mondo faccio emergere con il mio comportamento?

Teddie M. Potter: In questo modo le quattro dimensioni del BASE acquistano un ulteriore significato.

La presenza non è soltanto vicinanza.

L'azione non è soltanto esecuzione.

La narrazione non è soltanto raccolta di informazioni.

La scienza non è soltanto applicazione di protocolli.

Diventano dimensioni di una pratica professionale riflessiva, nella quale competenza, relazione e responsabilità si sostengono reciprocamente.

Antonio Bruno: Sapete qual è la cosa che più mi interessa di questa conversazione?

Che siamo partiti dalla medicina e siamo arrivati alla vita.

Perché io posso incontrare mia moglie, mia figlia, un amico, uno studente, un collega e comportarmi esattamente come il professionista che ritiene di possedere la verità.

Posso credere di sapere chi sia l'altro, che cosa debba fare, perché si comporti in un certo modo.

Oppure posso accorgermi che quella che considero la verità sull'altro è una mia costruzione, e aprirmi alla possibilità di un incontro diverso.

Riane Eisler: Ed è qui che la partnership smette di essere soltanto un modello organizzativo e diventa una cultura delle relazioni.

Antonio Bruno: Vorrei concludere con una riflessione.

Per molto tempo ho pensato che vivere bene significasse riuscire a governare gli avvenimenti, prevederli, indirizzarli verso uno scopo.

Oggi mi interessa qualcosa di diverso.

Mi interessa accorgermi di come vivo ciò che mi accade.

Non rinuncio a scegliere. Non rinuncio alla responsabilità. Non rinuncio alla conoscenza scientifica.

Ma non voglio neppure trasformare ogni incontro in un problema da risolvere.

Voglio poter incontrare la vita mentre accade.

E quando incontro una persona, prima di domandarmi che cosa posso fare per lei, vorrei riuscire a riconoscerla nella sua unicità.

Non come un oggetto delle mie cure.

Non come qualcuno che debba diventare ciò che io desidero.

Ma come un altro essere umano con il quale, nell'incontro, può emergere qualcosa che prima non esisteva.

Forse è proprio questo che oggi mi piace chiamare una vita larga.

Una vita nella quale la conoscenza non cancella la meraviglia, la responsabilità non diventa dominio e la cura non pretende di possedere l'altro.

Una vita nella quale posso dire:

Ti vedo. Ti sento. Ti accolgo. Ti benedico. Ho fede in te.

E poi accorgermi di quello che accade.

La riflessione conclusiva di Antonio Bruno

«Non è la cura a creare la relazione. È nella relazione che possiamo prenderci cura. E quando mi accorgo di come incontro l'altro, scopro che non sto soltanto partecipando alla sua vita: sto facendo emergere, insieme a lui, un mondo che prima di quell'incontro non esisteva.»

Antonio Bruno

Nota bibliografica: conversazione originale ispirata al capitolo 1, «The Medicine of Nursing», di Riane Eisler e Teddie M. Potter, Transforming Interprofessional Partnerships. Il modello BASE e le distinzioni tra conoscenza scientifica e narrativa provengono dal testo; i riferimenti a Maturana, all'autopoiesi e alle esperienze personali di Antonio Bruno costituiscono un'elaborazione dialogica aggiuntiva.

 

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