Oggi ascolto Margherita Vicario – La persona che più mi odia

 


Oggi ascolto Margherita Vicario – La persona che più mi odia

Quando la voce che ci condanna non è la nostra. E la musica ci insegna che possiamo smettere di crederle.

di Antonio Bruno

C'è una cosa che mi ha sempre colpito delle persone. Riescono a perdonare agli altri quello che non perdonerebbero mai a se stesse. Un errore, una parola sbagliata, una decisione infelice. Agli altri concedono le attenuanti, le circostanze, perfino la comprensione. A se stesse riservano il tribunale.

E il giudice, quasi sempre, è spietato.

Ascolto Margherita Vicario cantare La persona che più mi odia e mi domando se sia davvero così per tutti. Se ciascuno di noi, almeno qualche volta, si sia trovato davanti a una specie di doppio di se stesso, uno che lo osserva con il dito puntato, pronto a giudicare quello che pensa, quello che dice, quello che fa.

Non lo so.

So che Margherita questa canzone l'ha scritta. E quando qualcuno scrive certe parole, quando le mette in musica e trova il coraggio di cantarle davanti agli altri, accade qualcosa che va oltre la semplice composizione di un brano.

Si apre una porta.

Non posso sapere quanto ci sia della sua vita in queste parole. Una canzone non è una cartella clinica, e un artista non è necessariamente il personaggio che racconta. Ma la verità emotiva di questo testo è così potente che mi viene voglia di rivolgermi direttamente a lei.

Margherita, posso dirti una cosa?

Vorrei consigliarti di guardare i video di una psicoterapeuta, Gabriella Tupini. Sono disponibili gratuitamente su YouTube. Non è pubblicità, non ho nulla da vendere e non conosco scorciatoie per la felicità. Ti racconto semplicemente quello che è accaduto a me.

Quei video mi hanno accompagnato a osservare la mia infanzia.

Ecco, ho scritto osservare, non giudicare.

Perché la differenza è enorme.

Ho cominciato a guardare il bambino che ero stato, le relazioni nelle quali ero cresciuto, le parole ascoltate, i comportamenti appresi. E ho scoperto quanto di ciò che consideravo mio fosse nato nel rapporto con le persone significative della mia vita.

Poi sono arrivati Heinz von Foerster, Humberto Maturana e Ximena Dávila. Ho letto libri, anche in spagnolo, ho incontrato la cibernetica del secondo ordine, la biologia del conoscere, la biologia dell'amare.

Ma ti assicuro, Margherita, che quelle letture hanno acquistato per me un significato profondo soltanto dopo aver attraversato la mia infanzia.

Prima avrei potuto comprenderle intellettualmente. Dopo ho cominciato a riconoscerle nella mia esperienza.

È una differenza che nessuna biblioteca, da sola, può colmare.

E mentre ti ascolto cantare mi viene in mente una domanda.

Di chi è quella voce che ti dice che non sei abbastanza?

Perché questo è il punto che mi interessa.

Non è detto che quella voce sia nata con noi. Talvolta assomiglia a quella di nostra madre, di nostro padre, di un insegnante, di qualcuno che abbiamo amato e dal quale desideravamo essere riconosciuti. Altre volte non è possibile attribuirla a una persona precisa. È il risultato di una storia di relazioni, aspettative e giudizi che abbiamo imparato a rivolgere contro noi stessi.

E arriva un momento in cui non sentiamo più la differenza.

Crediamo di essere noi a giudicarci.

Crediamo che quella severità sia la nostra coscienza, la nostra responsabilità, perfino la nostra intelligenza.

E invece potremmo stare semplicemente ripetendo qualcosa che abbiamo imparato molto tempo prima.

Non ti sto proponendo di cercare un colpevole. Sarebbe soltanto un altro tribunale. Ti propongo di osservare come accade quello che accade.

Maturana avrebbe posto una domanda che trovo straordinaria nella sua semplicità: come faccio quello che faccio?

Come faccio, Margherita, a trasformare una cosa bella in qualcosa di cui vergognarmi? Come faccio a perdonare tutti tranne me? Come faccio a incontrare la mia immagine nello specchio e vedere prima i difetti della persona che ho davanti?

E soprattutto, cosa conservo di me quando continuo a farlo?

Non conosco le tue risposte. Posso soltanto dirti che quelle domande hanno cambiato il mio modo di vivere.

E adesso veniamo alla musica.

Perché questa canzone non è soltanto un testo interessante. È anche una scelta musicale che merita attenzione.

Margherita Vicario firma le parole e compone la musica insieme a Giovanni Pallotti, che cura anche la produzione.

Siamo in un territorio dove il pop cantautorale incontra l'art pop e suggestioni soul. Ma le etichette, quando ascolto una canzone, mi interessano fino a un certo punto.

Mi interessa quello che succede dentro.

E qui succede una cosa bellissima.

Il testo racconta una donna che si giudica, che si mortifica, che fatica a riconoscere il proprio valore. La musica, invece, sembra volerle dire esattamente il contrario.

Arrivano i fiati. E sono trionfali.

Li sentite?

Non sono lì per accompagnare educatamente una confessione dolorosa. Entrano con una forza calda, quasi festosa, come se qualcuno avesse spalancato le finestre di una stanza rimasta chiusa troppo a lungo.

È questo il contrasto che mi affascina.

Da una parte una voce interiore che condanna. Dall'altra un arrangiamento che sembra annunciare una liberazione.

Come se Giovanni Pallotti e Margherita Vicario avessero deciso di non lasciare l'ascoltatore prigioniero delle parole.

La canzone dice una cosa. La musica ne suggerisce un'altra.

E insieme raccontano una possibilità.

Mi viene in mente che forse la vita è proprio così. Possiamo continuare a raccontarci la nostra insufficienza mentre, intorno a noi, esiste già una musica che non abbiamo ancora imparato ad ascoltare.

Quei fiati potrebbero essere il suono di una scoperta.

Il momento in cui ci accorgiamo che non siamo obbligati a credere a ogni pensiero che ci attraversa.

Che possiamo riconoscere la provenienza di un giudizio senza trasformarlo in una sentenza.

Che possiamo osservare il nostro passato senza restarne prigionieri.

E qui vorrei dire una cosa a Margherita, ma anche a tutte le donne e a tutti gli uomini che ascoltano questa canzone riconoscendosi nelle sue parole.

Non so se attraversare la propria infanzia conduca necessariamente alla felicità. Non sarebbe serio prometterlo. So però che per me è stato l'inizio di un cambiamento straordinario.

Ho smesso progressivamente di considerare la vita un esame da superare.

Ho cominciato a vivere quello che faccio mentre lo faccio.

Senza dover dimostrare continuamente qualcosa.

Senza aspettare il momento in cui sarei finalmente diventato abbastanza bravo, abbastanza capace, abbastanza degno.

E sapete qual è stata la sorpresa?

Che non dovevo diventare un'altra persona.

Potevo semplicemente vivere.

Forse è questo che vorrei augurare a Margherita. Non di diventare migliore, non di correggere ogni difetto, non di imparare a convincersi di essere bella o brava davanti allo specchio.

Vorrei augurarle di potersi guardare senza dover pronunciare un verdetto.

E magari, un giorno, di svegliarsi, andare in bagno, incontrare la propria immagine e sorridere.

Non perché abbia finalmente vinto qualcosa.

Ma perché non c'è più nessuna guerra da combattere.

E immagino che proprio in quel momento potrebbero arrivare di nuovo quei fiati.

Gli stessi fiati trionfali che attraversano questa canzone.

Soltanto che stavolta non accompagnerebbero una donna che racconta quanto sia difficile amarsi.

Accompagnerebbero una donna che vive, e basta.

Non so se Margherita Vicario abbia pensato a tutto questo mentre scriveva La persona che più mi odia. Probabilmente no. E non ha nessuna importanza.

Le canzoni appartengono a chi le scrive, ma quando le ascoltiamo entrano nella nostra storia. Diventano incontri, ricordi, domande, qualche volta perfino occasioni per cambiare il modo in cui guardiamo il mondo.

È per questo che continuo ad ascoltare musica.

Non per cercare qualcuno che abbia ragione.

Ma per incontrare qualcuno che abbia qualcosa da raccontarmi.

Oggi quella persona è Margherita Vicario.

E voglio ringraziarla.

Perché ha avuto il coraggio artistico di mettere in musica una voce che giudica e, nello stesso tempo, di regalarle un accompagnamento che sembra volerla liberare.

Margherita, ascolta quei fiati.

Forse stanno già suonando per te.

E per tutte e tutti noi.

La bellezza non comincia quando diventiamo finalmente come vorremmo essere. Comincia quando possiamo guardarci senza dover essere diversi.

 

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