L'UOMO CHE CAMMINAVA SENZA ANDARE DA NESSUNA PARTE
L'UOMO CHE CAMMINAVA SENZA ANDARE DA NESSUNA PARTE
Un racconto
ispirato all'universo filosofico
Un giorno un
uomo di sessantanove anni decise di attraversare una stanza, non aveva nessun
appuntamento dall'altra parte, nessuno lo aspettava, non c'era un premio da
ritirare né una persona da convincere, e tuttavia camminava con quella
determinazione che di solito attribuiamo a chi sa esattamente dove sta andando,
la cosa curiosa era che lui non aveva alcuna intenzione di arrivare, gli
piaceva semplicemente camminare.
Indossava
una giacca elegante, una sciarpa annodata con una certa disinvoltura, guanti di
pelle e occhiali scuri, un abbigliamento che avrebbe potuto far pensare a un
uomo importante, e forse lo era stato, ma adesso la questione dell'importanza
gli sembrava piuttosto bizzarra, perché aveva scoperto che si può essere
qualcuno anche senza doverlo dimostrare a nessuno.
Un
osservatore avrebbe potuto domandargli, Dove sta andando, e lui avrebbe
risposto, Sto camminando, ma non le ho chiesto cosa sta facendo, le ho chiesto
dove sta andando, e allora l'uomo avrebbe sorriso, perché conosceva bene quella
difficoltà degli esseri umani a considerare sufficiente ciò che accade, come se
ogni gesto dovesse necessariamente giustificarsi con qualcosa che viene dopo.
Per molti
anni aveva vissuto proprio così.
Studiava per
ottenere un titolo, lavorava per raggiungere una posizione, si impegnava per
conquistare un riconoscimento, e quando finalmente raggiungeva ciò che aveva
desiderato, ecco comparire una nuova destinazione, un altro traguardo, un'altra
ragione per rimandare a domani la soddisfazione di essere vivo.
Era una
faccenda piuttosto singolare, quella di trascorrere la vita preparando la vita.
Gli esseri
umani, pensava, sembrano convinti che il presente sia una sala d'attesa nella
quale bisogna comportarsi bene per meritare l'ingresso nel futuro.
E così aspettano.
Aspettano di
finire gli studi, di trovare un lavoro, di ottenere una promozione, di andare
in pensione, di avere finalmente tempo.
Poi, quando
il tempo arriva, alcuni non sanno più cosa farsene.
Ma
quell'uomo aveva scoperto qualcosa.
Non era
stata una rivelazione improvvisa, non c'erano stati fulmini, voci dal cielo o
apparizioni, era accaduto lentamente, quasi senza che se ne accorgesse,
attraverso un modo diverso di osservare ciò che faceva.
Un giorno
aveva letto un libro e si era accorto che non lo stava leggendo per finirlo.
Lo leggeva
perché gli piaceva leggere.
Un altro
giorno aveva cantato una canzone e non aveva pensato a come sarebbe stata
giudicata la sua voce.
Cantava
perché gli piaceva cantare.
Poi aveva
camminato, ascoltato, scritto, incontrato persone, e ogni volta aveva scoperto
che non era necessario aggiungere uno scopo all'esperienza perché questa fosse
completa.
Naturalmente
il mondo non era d'accordo.
Il mondo
pretende risultati.
Un uomo deve
produrre, dimostrare, migliorare, raggiungere, accumulare, lasciare un segno,
possibilmente un segno abbastanza grande da essere notato dagli altri.
Ma lui aveva
cominciato a sospettare che la vita non fosse stata inventata per lasciare
segni.
Forse era
stata inventata soltanto per essere vissuta.
Se qualcuno
gli avesse domandato quale fosse il suo progetto per i prossimi dieci anni,
avrebbe potuto rispondere, Vivere i prossimi dieci anni, e probabilmente il suo
interlocutore avrebbe pensato che si trattasse di una battuta.
Non lo era.
C'era stato
un tempo nel quale quell'uomo aveva creduto di dover diventare qualcosa.
Adesso non
aveva più quella necessità.
Non perché
avesse rinunciato ai desideri, anzi, ne aveva molti, desiderava ancora
imparare, cantare, leggere, conoscere, innamorarsi di una musica, lasciarsi
sorprendere da una persona, ma aveva smesso di trasformare ogni desiderio in un
obbligo.
Se qualcosa
gli piaceva, la faceva.
Se non gli
piaceva, poteva non farla.
E quando
faceva qualcosa, era lì.
Interamente.
Si potrebbe
obiettare che una simile libertà non sia sempre possibile, che esistono doveri,
responsabilità, necessità, e sarebbe un'obiezione ragionevole, ma quell'uomo
non aveva mai sostenuto che il mondo dovesse smettere di funzionare, aveva
soltanto scoperto che anche un dovere può essere vissuto senza aggiungervi il
peso inutile della resistenza.
Aveva
sessantanove anni.
L'età,
naturalmente, era un fatto che interessava moltissimo agli altri.
Quando
incontravano un uomo con i capelli bianchi, sentivano spesso il bisogno di
domandargli come si sentisse alla sua età, come se l'età fosse una malattia
della quale bisognasse periodicamente verificare i sintomi.
Lui trovava
curiosa quella domanda.
Come mi
sento, avrebbe potuto rispondere, Mi sento come mi sento, e se oggi sono
contento non è perché ho sessantanove anni, così come se domani sarò triste non
sarà necessariamente per la stessa ragione.
Aveva
conosciuto giovani che si comportavano come se la vita fosse già finita e
anziani che continuavano a guardare il mondo con lo stupore dei bambini.
Ne aveva
concluso che il calendario è uno strumento abbastanza preciso per stabilire le
date, ma decisamente insufficiente per descrivere una persona.
Quanto ai
capelli bianchi, non aveva alcuna intenzione di discuterne.
Erano
diventati bianchi senza chiedergli il permesso, e lui aveva deciso di concedere
loro la medesima libertà.
Ora
attraversava quella stanza.
Il pavimento
lucido rifletteva la sua figura, e per un momento gli sembrò di vedere due
uomini, uno che camminava e uno che gli veniva incontro da sotto i piedi.
Pensò che
forse era sempre stato così.
C'era stato
l'uomo che viveva e quello che lo osservava vivere, quello che faceva e quello
che giudicava ciò che era stato fatto, quello che desiderava e quello che
domandava se fosse giusto desiderare.
Per molto
tempo i due avevano discusso.
Uno voleva
cantare, l'altro si preoccupava del giudizio.
Uno voleva
riposare, l'altro ricordava gli impegni.
Uno
desiderava semplicemente esserci, l'altro pretendeva una spiegazione.
Poi, un
giorno, la discussione si era interrotta.
Non perché
uno dei due avesse vinto.
Perché non
c'era più niente da discutere.
L'uomo
camminava e sapeva di camminare.
Non aveva
bisogno di un secondo uomo che gli spiegasse il significato del primo.
A un certo
punto si fermò.
Non perché fosse
arrivato.
Si fermò
perché gli andava di fermarsi.
Guardò
davanti a sé.
La stanza
era sempre la stessa, il pavimento era sempre lucido, la giacca continuava a
essere elegante, i capelli erano bianchi e il mondo, da qualche parte,
continuava a correre verso destinazioni che riteneva indispensabili.
Lui sorrise
appena.
Non provava
alcuna superiorità nei confronti di chi correva.
Aveva corso
anche lui.
Sapeva che
ogni essere umano fa ciò che fa dentro il mondo che riesce a vedere, e che non
serve rimproverare a qualcuno di non vedere ciò che ancora non vede.
Riprese a
camminare.
Se qualcuno
gli avesse chiesto quale fosse la cosa più importante che aveva imparato, forse
avrebbe risposto che non era necessario imparare qualcosa da ogni esperienza.
Si poteva anche
semplicemente fare esperienza.
Vivere senza
trasformare ogni momento in una lezione.
Amare senza
pretendere che l'amore insegnasse qualcosa.
Cantare
senza cercare un significato nascosto nella propria voce.
Camminare
senza domandare alla strada dove conducesse.
Era una
scoperta talmente semplice che gli erano occorsi quasi settant'anni per
smettere di complicarla.
E forse
proprio questo era il particolare più divertente.
Aveva
trascorso una parte considerevole della vita cercando di capire come si dovesse
vivere, per arrivare infine a scoprire che, mentre cercava di capirlo, stava
già vivendo.
Non c'era
stato alcun momento nel quale la vita avesse aspettato che lui fosse pronto.
Era sempre
accaduta.
Anche quando
lui pensava ad altro.
Adesso,
però, era lì.
Un passo.
Poi un
altro.
La sciarpa
si muoveva leggermente sul petto.
Il rumore
delle scarpe accompagnava il movimento.
La luce
cadeva sul pavimento.
Non mancava
niente.
E se
qualcuno avesse insistito nel domandargli dove stesse andando, avrebbe potuto
rispondere con la pazienza di chi non deve più convincere nessuno,
Sto andando
dove sono.
L'interlocutore
avrebbe certamente protestato, Non è possibile andare dove già ci si trova.
E l'uomo
avrebbe sorriso ancora.
Perché
finalmente aveva compreso una cosa che nessun orologio avrebbe mai potuto
misurare.
Gli altri
pensavano che stesse andando da qualche parte, lui sapeva soltanto che stava
camminando, e per la prima volta nella sua vita non c'era alcuna differenza tra
le due cose.
Antonio
Bruno Pietro
23 ottobre 2026

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