L'UOMO CHE NON PORTA IL PESO DEGLI ANNI
L'UOMO CHE NON PORTA IL PESO
DEGLI ANNI
Un racconto
sul tempo, sul corpo e sulla libertà di esserci.
C'è un uomo
in piedi, con le mani nelle tasche.
Indossa una
giacca color terra, una camicia di jeans, pantaloni larghi e sandali ai piedi.
Ha i capelli
bianchi.
Non guarda
indietro. Non guarda nemmeno avanti. Guarda chi gli sta davanti.
Non sembra
aspettare niente.
Ha l'aria di
chi è uscito di casa senza portarsi dietro il bisogno di arrivare da qualche
parte.
I piedi sono
ben piantati per terra. Hanno camminato molto, quei piedi. Hanno conosciuto
strade asfaltate, sentieri di campagna, pavimenti di case amate, scale salite
in fretta e discese lentamente.
Adesso
stanno fermi.
Non perché
il cammino sia finito.
Perché anche
fermarsi è un modo di abitare la terra.
Le mani sono
nelle tasche. Non stringono nulla. Non trattengono nulla. Hanno lavorato,
accarezzato, scritto, salutato, stretto altre mani. Qualcuna l'hanno lasciata
andare.
Adesso
riposano.
La giacca ha
il colore della terra asciutta, quella che aspetta la pioggia senza domandarle
quando arriverà.
Sotto c'è il
blu del jeans, il colore delle cose che resistono all'uso, che diventano più
belle quando smettono di essere nuove.
E poi c'è il
volto.
Non è un
volto giovane.
È un volto
che ha vissuto.
La
differenza è tutta qui.
La
giovinezza è una stagione che ci viene consegnata senza averla chiesta. La vita
vissuta è invece ciò che ne abbiamo fatto.
Ci sono
rughe che non raccontano sofferenza. Raccontano il numero delle volte in cui
abbiamo sorriso, strizzato gli occhi davanti al sole, cercato un volto nella
folla.
I capelli bianchi
non sono neve caduta sulla testa.
Sono luce
rimasta.
Un uomo può
trascorrere molti anni a costruirsi un'identità. Diventare qualcuno, ottenere
qualcosa, occupare un posto, difenderlo.
Poi può
accadere che un giorno non abbia più bisogno di tutto questo.
Non perché
abbia rinunciato.
Perché non
gli serve.
Può indossare
una giacca, infilare le mani nelle tasche e stare davanti a un obiettivo senza
chiedersi che impressione farà.
Non deve
sembrare più giovane.
Non deve
apparire importante.
Non deve
raccontare i propri meriti.
Gli basta
essere presente.
Questo è il
lusso che non si compra.
Arrivare a
un'età nella quale non si sente più il bisogno di aggiungere qualcosa a sé
stessi per avere il diritto di esserci.
Non è
indifferenza.
È libertà.
E non
significa che siano finiti i desideri.
Anzi.
Un uomo può
avere quasi settant'anni e desiderare ancora di imparare una canzone, conoscere
una persona, attraversare una città sconosciuta, leggere un libro che gli cambi
il modo di vedere le cose.
Può
innamorarsi di un'idea.
Può sentire
una voce e commuoversi.
Può
svegliarsi al mattino senza sapere cosa gli porterà il giorno e non avere
bisogno di saperlo.
Non è
necessario che la vita prometta qualcosa.
È
sufficiente che accada.
Guardo
quest'uomo e penso che forse la vecchiaia non comincia quando il corpo cambia.
Comincia quando
si smette di incontrare il mondo.
E quest'uomo
il mondo lo incontra ancora.
Non gli
corre incontro. Non lo rincorre.
Gli sta
davanti.
Come si sta
davanti a una persona cara, senza dover riempire il silenzio.
C'è qualcosa
di tenero in quella figura vestita di terra e di blu.
Non la
tenerezza che si prova per chi è fragile.
Quella che
nasce davanti a chi ha smesso di combattere contro sé stesso.
Un giorno
impariamo che non dobbiamo diventare altro da ciò che siamo.
Che il corpo
non è un nemico da correggere.
Che il tempo
non è un ladro da inseguire.
Che il
passato non è una casa nella quale tornare.
È il terreno
sul quale siamo in piedi.
E allora succede
una cosa semplice.
Ci mettiamo
le mani nelle tasche.
Guardiamo
davanti a noi.
E ci
accorgiamo che non manca niente a questo momento.
L'uomo della
fotografia non sta cercando di fermare il tempo.
Non gli
chiede di tornare.
Non gli
domanda quanto ne rimanga.
Sta vivendo.
E mentre
vive non deve fare altro che vivere.
Il resto è
rumore.
Antonio
Bruno Pietro
22 ottobre 2026

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