L'UOMO CHE AVEVA FATTO PACE CON IL SUO RIFLESSO

 


L'UOMO CHE AVEVA FATTO PACE CON IL SUO RIFLESSO

Un racconto sul tempo e sulla meraviglia di essere vivi

La mattina in cui Antonio Bruno scoprì che il tempo aveva smesso di inseguirlo, indossava un cardigan color vino, un paio di pantaloni grigi e una cravatta che sembrava appartenere a un uomo molto più serio di lui.

Aveva sessantanove anni, i capelli bianchi e quella particolare espressione degli uomini che hanno conosciuto abbastanza il mondo da non pretendere più di capirlo tutto.

Si era appoggiato a una parete senza alcuna ragione particolare.

Accanto a lui c'era uno specchio.

E nello specchio c'era un altro Antonio.

Non era esattamente uguale.

Quello riflesso sembrava portare sulle spalle tutti gli anni che l'uomo aveva vissuto, mentre quello in carne e ossa non sembrava portarne nessuno.

Fu allora che accadde una cosa straordinaria.

Il suo riflesso gli domandò:

«Non ti manca niente?»

Antonio sorrise.

«Che cosa dovrebbe mancarmi?»

«La giovinezza, per esempio.»

L'uomo guardò i propri capelli bianchi, le mani infilate nelle tasche, il cardigan che gli teneva caldo il petto.

«Ma la giovinezza l'ho già vissuta.»

«E non vorresti riaverla?»

«Per farne che cosa?»

Lo specchio tacque.

Era la prima volta, in quasi settant'anni, che non sapeva cosa rispondere.

Perché gli specchi conoscono il volto degli uomini, ma ignorano quasi tutto della loro vita.

Non sanno delle mattine in cui ci si sveglia innamorati senza una ragione, delle canzoni cantate a voce alta quando nessuno ascolta, delle mani che abbiamo stretto e di quelle che avremmo voluto trattenere.

Non sanno che un uomo può avere sessantanove anni e provare ancora la stessa meraviglia di quando, bambino, scopriva che dopo la pioggia la terra aveva un odore diverso.

Non sanno nemmeno che certe persone, crescendo, diventano più giovani.

Non nel corpo.

Nel modo di stare al mondo.

Antonio aveva trascorso molti anni a cercare di essere all'altezza delle cose.

All'altezza del lavoro, delle aspettative, degli impegni, delle responsabilità, perfino dell'immagine che gli altri avevano costruito di lui.

Aveva creduto che vivere significasse raggiungere qualcosa.

Un risultato.

Una posizione.

Un riconoscimento.

Una felicità collocata sempre qualche giorno più avanti.

Poi, senza che nessuno lo avvertisse, era successo qualcosa.

Aveva cominciato a fare le cose per il semplice piacere di farle.

Leggeva perché gli piaceva leggere.

Cantava perché gli piaceva cantare.

Camminava perché gli piaceva camminare.

E quando incontrava qualcuno, non cercava più di indovinare che cosa quella persona si aspettasse da lui.

La incontrava.

Bastava.

Il suo riflesso, che aveva assistito a tutti quei cambiamenti senza comprenderne nessuno, tornò a interrogarlo.

«E il futuro? Non ti preoccupa?»

«Il futuro non è ancora arrivato.»

«Ma arriverà.»

«Quando arriverà, sarà presente.»

Lo specchio ebbe un piccolo tremito.

Non era abituato a quella risposta.

Gli uomini che aveva conosciuto passavano buona parte della vita a rimpiangere ciò che era stato e a temere ciò che sarebbe venuto.

Antonio, invece, sembrava aver perso entrambe le abitudini.

Non perché avesse dimenticato.

Ricordava tutto.

Ricordava le persone amate, gli amici perduti, le strade percorse, gli errori, le occasioni mancate e quelle accolte.

Ma aveva smesso di chiedere al passato di restituirgli qualcosa.

Il passato non gli doveva niente.

Gli aveva già dato una vita.

«E se potessi tornare indietro?» domandò lo specchio.

Antonio osservò a lungo l'uomo che aveva davanti.

Poi disse:

«Non saprei dove tornare. Io non sono più quello che ero.»

Lo specchio sembrò rattristarsi.

«Allora hai perduto tutti gli uomini che sei stato.»

«No», rispose Antonio. «Sono diventato tutti loro.»

Fu in quel momento che il riflesso comprese.

Il bambino, il ragazzo, l'uomo innamorato, il padre, il lavoratore, lo studente, il cantante, l'uomo che aveva pianto e quello che aveva riso non erano rimasti prigionieri degli anni trascorsi.

Erano tutti lì.

Dentro quel cardigan color vino.

Dentro quelle mani tranquille.

Dentro quello sguardo che non chiedeva niente.

E nessuno di loro aveva bisogno di essere recuperato.

Perché nessuno se n'era mai andato.

Allora lo specchio fece una cosa che nessuno specchio aveva mai fatto prima.

Sorrise per primo.

Antonio ricambiò.

Rimasero così per qualche istante, due uomini con gli stessi capelli bianchi, uno fatto di carne e di ricordi, l'altro di luce e di vetro.

Poi Antonio si staccò dalla parete.

Aveva voglia di uscire.

Forse avrebbe incontrato qualcuno.

Forse avrebbe ascoltato una canzone.

Forse non sarebbe accaduto assolutamente niente di memorabile.

E anche quella sarebbe stata una giornata intera.

Prima di andare, guardò ancora una volta il proprio riflesso.

«Sai qual è la cosa più bella?» gli domandò.

«Quale?»

«Che non devo più aspettare di diventare felice per vivere.»

Lo specchio non rispose.

Aveva finalmente capito che ci sono verità che, appena pronunciate, non hanno bisogno di essere spiegate.

Antonio si aggiustò il cardigan, infilò nuovamente le mani nelle tasche e si allontanò.

Il riflesso rimase dov'era.

Per la prima volta non tentò di seguirlo.

Aveva compreso che il suo compito non era trattenere quell'uomo, ma lasciarlo vivere.

E si racconta che da quel giorno, ogni volta che Antonio passava davanti a uno specchio, il vetro restituisse fedelmente i suoi capelli bianchi, le rughe e il volto.

Ma non riuscisse più a rifletterne l'età.

Perché gli anni appartenevano al calendario, mentre la vita apparteneva soltanto a lui.

E Antonio, che aveva trascorso quasi settant'anni a cercare il modo giusto di vivere, aveva finalmente scoperto che non esisteva un modo giusto.

Esisteva soltanto la vita che stava vivendo.

E quella, proprio quella, gli bastava.

Antonio Bruno Pietro
24 ottobre 2026

 

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