OGGI ASCOLTO – SENZA CRI, «STRADE»
OGGI ASCOLTO – SENZA CRI,
«STRADE»
Da Brindisi a Milano, passando per Lecce: quando una
canzone riapre le ferite che credevamo guarite
di Antonio
Bruno Pietro
Non
immaginavo che a Brindisi potesse nascere una cantautrice come Cristina
Carella, in arte Senza Cri.
E non perché
Brindisi non abbia qualcosa da raccontare. Tutt'altro. Ma perché, ascoltando
«Strade», mi sono ritrovato improvvisamente a Milano. Non quella delle
fotografie patinate, della moda e dei grattacieli. La Milano dei tram, delle
fermate affollate, delle persone che camminano velocemente senza sapere bene
perché debbano sempre avere tanta fretta.
La Milano
che corre, corre, corre. E basta.
È questo il
primo miracolo della canzone: una ragazza di Brindisi che, attraverso la
musica, mi trasporta in una città distante mille chilometri, per poi
riportarmi, senza chiedere permesso, a Lecce, dentro una storia che ho vissuto
molti anni fa.
Perché le
canzoni fanno questo. Non rispettano la geografia, non rispettano il calendario
e, soprattutto, non rispettano le nostre decisioni di dimenticare.
Cristina
canta un amore che amore forse non è. O forse è proprio una delle forme più
tormentate dell'amore, quella che nasce quando sappiamo perfettamente che una
persona non fa per noi, ma non riusciamo a rinunciare alla sua presenza.
E qui
comincia il dramma.
Perché se
una persona non fa per me, la soluzione sembrerebbe semplice: la lascio andare.
La saluto. Le auguro ogni bene. Riprendo la mia strada.
Semplice?
Per niente.
Perché
quella persona, proprio quella che razionalmente sappiamo essere incompatibile
con noi, può diventare l'oggetto di un'attrazione così potente da renderci
incapaci di fare ciò che consideriamo giusto.
Non siamo
più noi a decidere. O almeno questa è la sensazione.
È come se
qualcosa che abita dentro di noi, qualcosa di antico, inquieto, doloroso,
trovasse finalmente in quella persona la possibilità di manifestarsi.
E allora non
desideriamo soltanto lei. Desideriamo anche ciò che lei risveglia.
Persino
quando ci fa soffrire.
Io questa
condizione l'ho conosciuta.
Non l'ho
letta nei romanzi, non l'ho studiata nei manuali di psicologia, non l'ho
osservata soltanto nelle vite degli altri.
L'ho
attraversata.
Ho
conosciuto quella fibrillazione continua, quell'inquietudine che ti accompagna
al risveglio, che ti segue mentre lavori, che si siede accanto a te quando
mangi e che viene a trovarti anche quando vorresti soltanto dormire.
Ho
conosciuto il desiderio di una persona e, contemporaneamente, la consapevolezza
che continuare a desiderarla mi avrebbe fatto male.
Una contraddizione
apparentemente insolubile.
Perché come
si fa a rinunciare a qualcuno che non fa per te, quando proprio quel qualcuno
ti piace da morire?
Bisognerebbe
strapparselo dal cuore.
Ma il cuore
non è una valigia dalla quale puoi togliere un vestito che non vuoi più
indossare.
E quando
strappi qualcosa che vi è profondamente radicato, sanguini.
Sanguini
metaforicamente, naturalmente, ma il dolore può essere così intenso da sembrare
fisico. Da toglierti il sonno, l'appetito, la concentrazione. Da farti perdere
il senso delle proporzioni.
Da farti
credere che non sopravvivrai alla separazione.
E invece
sopravvivi.
Io sono
sopravvissuto.
Anzi, devo
dire qualcosa che potrebbe sembrare paradossale: è stata proprio la pazzia a
salvarmi dalla pazzia.
È stato un
gesto che allora poteva apparire irragionevole, una rottura con la logica che
mi teneva prigioniero, a consentirmi di uscire da quel baratro.
Non perché
il dolore fosse improvvisamente scomparso.
Ma perché
avevo smesso di alimentare ciò che lo rendeva interminabile.
Ecco perché
«Strade» mi è arrivata dentro.
Cristina
racconta due persone che continuano a cercarsi pur sapendo di non riuscire più
a incontrarsi davvero.
Ci sono
bugie, scuse che hanno perduto efficacia, oggetti rimasti a testimoniare una
presenza, il desiderio di riavere il sonno e la sensazione terribile di
sentirsi soli persino in mezzo alla folla.
Ed ecco che
ritorna Milano.
Il tram.
La gente.
Il
movimento.
Quella folla
dentro la quale puoi scomparire senza che nessuno se ne accorga.
Ma io,
mentre ascolto, non sono a Milano.
Sono a
Lecce.
A
trentacinque chilometri circa da Brindisi, dove una giovane cantautrice ha
trovato le parole e soprattutto i suoni per raccontare qualcosa che io avevo
vissuto tanti anni prima.
Questa è la
straordinaria capacità della musica: trasformare una vicenda individuale in
un'esperienza nella quale un altro essere umano può riconoscersi.
Cristina non
sa nulla della mia storia.
Non sa chi
ero, chi desideravo, quanto ho sofferto, quali decisioni ho preso.
Eppure mi
racconta.
Mi racconta
così bene che, ascoltandola, per un momento ho la sensazione che quella canzone
sia stata scritta anche per me.
Poi c'è la
musica.
E qui
bisogna fermarsi, perché «Strade» non è soltanto un testo da leggere.
È una
canzone da ascoltare con tutto il corpo.
I
sintetizzatori costruiscono uno spazio sonoro ampio, quasi sospeso, mentre la
ritmica continua a spingere in avanti.
È un
movimento incessante.
Correre,
correre, correre.
Come quando
vorresti fuggire da un pensiero e invece scopri che quel pensiero corre
esattamente alla tua stessa velocità.
La
produzione ha qualcosa di urbano, di contemporaneo, di profondamente
metropolitano.
I critici
parlano di dream pop, di sintetizzatori ariosi, di ritmiche pop e di un
crescendo emotivo.
Sono
definizioni appropriate, per carità.
Ma io, dopo
averle lette, torno ad ascoltare.
Perché le
classificazioni servono a descrivere la musica, non necessariamente a spiegare quello
che la musica ci fa.
A me questa
canzone ha fatto qualcosa di molto preciso.
Mi ha preso.
Mi è entrata
dentro, fino alle ossa.
E mi ha
restituito, senza chiedermi il permesso, un pezzo della mia vita.
C'è poi
un'altra cosa che voglio dire.
Questa canzone
la canterò.
Ne sono
certo.
La canterò
perché quando una melodia mi coinvolge in questo modo sento il desiderio di
attraversarla con la mia voce, di abitarla, di vedere che cosa accade quando le
parole di un'altra persona passano attraverso il mio respiro.
La canterò
senza Auto-Tune.
Non ho nulla
contro l'Auto-Tune. È uno strumento espressivo, una scelta estetica, una
possibilità della musica contemporanea. E Cristina ha tutto il diritto di
utilizzare gli strumenti che meglio rappresentano la sua sensibilità.
Ma io
preferisco cantare con la voce che ho.
Quella che
il tempo mi ha lasciato.
Con le sue
imperfezioni, le sue esitazioni, il suo colore, la sua storia.
Perché anche
una voce è una strada.
La percorri
per tutta la vita e ogni esperienza lascia qualcosa nel suo suono.
A volte una
piccola incrinatura racconta più di una nota perfettamente intonata.
E forse è
proprio questo che mi piace della musica: non devo essere giovane per cantare
una canzone scritta da una giovane donna. Non devo aver vissuto la sua storia.
Non devo appartenere alla sua generazione.
Mi basta
riconoscere qualcosa di umano.
E in
«Strade» riconosco il dolore di chi non riesce a lasciare andare, la lucidità
di chi sa che dovrebbe farlo e il tormento di chi continua a desiderare ciò che
lo ferisce.
Riconosco
anche una verità che ho impiegato molti anni a comprendere.
Non tutto
ciò che ci attrae ci fa bene. E non tutto ciò che ci fa soffrire merita di
essere conservato.
L'amore non
dovrebbe essere una condanna da scontare per dimostrare quanto siamo capaci di
amare.
Eppure,
quando siamo dentro certe storie, confondiamo facilmente l'intensità con la
profondità, la sofferenza con la passione, l'impossibilità di separarci con la
prova di un sentimento autentico.
A volte non
siamo innamorati della persona che abbiamo davanti.
Siamo
prigionieri di quello che quella persona riesce a far emergere dentro di noi.
È una
distinzione difficile.
Ma può
salvarci.
Oggi ascolto
Senza Cri.
Una ragazza
di Brindisi che mi fa sentire a Milano e mi riporta a Lecce.
Tre città
dentro una sola canzone.
Una giovane
donna che canta qualcosa che un uomo di sessantanove anni riconosce come parte
della propria esistenza.
E mentre la
musica continua a correre, io finalmente non ho più bisogno di correrle dietro.
Posso
ascoltarla.
Posso
cantarla.
Posso
persino sorridere pensando a quanto ho sofferto allora.
Perché
quella storia non è più una ferita aperta.
È diventata
memoria.
E oggi,
grazie a Cristina, è diventata anche musica.
Le strade
possono dividere due persone. Ma qualche volta una canzone riesce a riunire
l'uomo che siamo diventati con quello che eravamo quando ancora non sapevamo
come salvarci.

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