I social network: dallo specchio alla finestra sul mond
I social network: dallo
specchio alla finestra sul mondo
Appunti di Antonio Bruno
ascoltando l’intervento di Diego Contino - Brand strategist il 18 ottobre 2026
a NASCA Teatri Via Siracusa Lecce
Da Pompeii ai social di oggi: come una semplice
comunicazione può trasformarsi in qualcosa di straordinario
Quando gli
archeologi riportarono alla luce Pompei, si accorsero che la maggior parte dei
muri era ricoperta da migliaia di scritte.
Non si
trattava soltanto di iscrizioni solenni, dedicate agli imperatori o a personaggi
illustri. Erano soprattutto le parole della gente comune, persone che avevano
scritto sui muri qualsiasi cosa passasse loro per la testa.
C'erano
nomi, date, manifesti elettorali, messaggi d'amore, dichiarazioni personali e
persino le proteste di clienti insoddisfatti.
Uno di loro,
furioso con un oste, aveva scritto qualcosa del genere: «Tu vendi acqua e tieni
per te il vino!».
Potremmo
considerarla una delle prime recensioni negative della storia.
Quei muri
erano, in fondo, i grandi social network dell'antichità: spazi pubblici nei
quali chiunque poteva lasciare un messaggio, esprimere un'opinione, raccontare
qualcosa di sé o rivolgersi agli altri.
Tra le tante
iscrizioni pompeiane, ce n'è una che mi ha particolarmente colpito. È scritta
in latino:
«Admiror,
paries, te non cecidisse ruinis, qui tot scriptorum taedia sustineas.»
Che
significa, più o meno:
«Mi
meraviglio, o muro, che tu non sia ancora crollato sotto il peso delle
sciocchezze di tanti scrittori».
Devo
confessarvi che sono abbastanza d'accordo con l'uomo o la donna che scrisse
questa frase.
Questa sera
dovrei essere qui a fare l'avvocato difensore dei social network. Eppure, se
devo essere sincero, gran parte di quello che leggo o vedo sui social
semplicemente non mi interessa.
Non mi interessa
sapere che cosa abbia mangiato qualcuno a pranzo. Non mi interessa quanti like
abbia ricevuto una fotografia.
E non mi
appassionano nemmeno quelle discussioni interminabili che ogni giorno si
accendono su Instagram, Facebook o TikTok, per poi essere sostituite,
ventiquattr'ore dopo, da altre discussioni altrettanto interminabili e
apparentemente indispensabili.
Quello che
mi interessa davvero dei social network è un'altra cosa.
Mi interessa
ciò che accade dopo.
Mi interessa
quando qualcosa che nasce dentro uno schermo produce una conseguenza fuori
dallo schermo.
Quando una secchiata d'acqua cambia qualcosa nel mondo
Non so
quanti di voi ricordino quello che accadde nel 2014, quando sui social network
cominciò a diffondersi una sfida diventata rapidamente virale.
Si chiamava Ice
Bucket Challenge.
Il
meccanismo era semplicissimo: bisognava farsi riprendere mentre ci si
rovesciava addosso una secchiata d'acqua ghiacciata, pubblicare il video sui
social e invitare altre persone a fare altrettanto.
Sembrava una
delle cose più stupide del mondo.
E
probabilmente, a guardarla superficialmente, lo era.
Eppure
quella sfida contribuì a raccogliere circa cento milioni di dollari in
donazioni per la ricerca sulla sclerosi laterale amiotrofica, la SLA.
I
finanziamenti contribuirono anche a sostenere ricerche che, negli anni
successivi, portarono a importanti scoperte genetiche legate alla malattia.
Pensateci un
momento.
Un gesto
apparentemente assurdo, ripetuto da milioni di persone davanti a una telecamera,
si trasformò in una straordinaria mobilitazione collettiva.
Ecco, per me
questo rappresenta il vero valore dei social network.
Non la
pubblicazione in sé, ma le conseguenze che può generare.
Per
comprendere meglio come nascano queste conseguenze, vorrei raccontarvi tre
piccole storie.
Tre esempi
che, secondo me, ci aiutano a osservare il cambiamento introdotto dai social
nella comunicazione contemporanea.
Prima storia: dalle grandi platee al pubblico giusto
Nel 2014 una
donna inglese, Vicky Bennison, cominciò a girare per l'Italia con un'idea tanto
semplice quanto originale: filmare le nonne italiane mentre preparavano la
pasta fatta in casa.
Nessuna
troupe televisiva, nessuna produzione professionale, nessun grande
investimento.
Soltanto una
videocamera, una cucina, qualche pentola, un mattarello e le mani esperte di
donne che custodivano ricette tramandate da generazioni.
Era nato il
progetto Pasta Grannies.
Una
televisione tradizionale avrebbe forse considerato quell'idea troppo piccola,
troppo particolare, troppo lontana dai grandi interessi del pubblico.
E invece è
accaduto qualcosa di sorprendente.
Quel
progetto ha conquistato un pubblico internazionale, raggiungendo milioni di
persone attraverso le piattaforme digitali.
Molte di
quelle nonne, prima sconosciute al grande pubblico, sono diventate protagoniste
di racconti seguiti in tutto il mondo.
Che cosa
significa?
Significa
che è cambiato profondamente il concetto di rilevanza.
Un tempo,
per raggiungere un pubblico numeroso, bisognava necessariamente passare
attraverso i grandi mezzi di comunicazione: la televisione, la radio, i
giornali, le case editrici.
Erano questi
soggetti a decidere quali storie meritassero di essere raccontate e quali,
invece, dovessero rimanere nell'ombra.
Oggi quella
soglia si è spostata.
Anche una
storia geograficamente periferica, economicamente modesta o lontana dai grandi
centri del potere mediatico può raggiungere persone interessate, ovunque si
trovino.
Non è
necessario parlare a tutti.
È importante
riuscire a incontrare coloro per i quali quella storia ha un significato.
Ed ecco il
primo grande cambiamento:
Dal pubblico
grande al pubblico giusto.
Seconda storia: dall'autore alla comunità
Nel 2008 la
Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti, una delle più grandi biblioteche
del mondo, decise di realizzare un esperimento.
Caricò su
Flickr, una piattaforma dedicata alla fotografia, migliaia di immagini
appartenenti ai propri archivi storici.
Molte di
quelle fotografie presentavano un problema: le didascalie erano incomplete,
alcune informazioni erano inesatte e, in diversi casi, non si conoscevano i
nomi delle persone ritratte o i luoghi nei quali erano state scattate.
La
biblioteca decise di condividere quelle immagini con il pubblico, consentendo
agli utenti di commentarle e contribuire alla loro identificazione.
Che cosa
accadde?
Nel giro di
pochi mesi arrivarono numerosi contributi.
Persone
comuni riconobbero volti, identificarono località, segnalarono errori nelle
date e aggiunsero informazioni che gli archivisti non possedevano.
La
Biblioteca del Congresso poté così integrare e correggere alcune delle
descrizioni ufficiali delle fotografie grazie al contributo di persone esterne
all'istituzione.
Pensate alla
portata di questo cambiamento.
Prima, nella
comunicazione tradizionale, il percorso era prevalentemente unidirezionale: un
autore produceva un contenuto e un pubblico lo riceveva.
Con i social
network diventa possibile qualcosa di differente.
Il pubblico
non si limita a ricevere informazioni. Può partecipare alla loro costruzione,
verificarle, arricchirle e correggerle.
La
comunicazione diventa multidirezionale.
Non c'è più
soltanto qualcuno che parla e qualcun altro che ascolta.
C'è una
comunità che può contribuire alla conoscenza.
E qui arriviamo
a una considerazione che trovo particolarmente importante:
I social
network esprimono una delle loro possibilità migliori quando non ci limitiamo a
raccontare ciò che sappiamo, ma scopriamo insieme ciò che ancora non sappiamo.
Questo è il
secondo cambiamento:
Dall'autore
alla comunità.
Terza storia: dallo specchio alla finestra
Per il terzo
esempio dobbiamo tornare indietro di oltre duemila anni.
Conoscete
tutti il mito di Narciso.
Narciso è un
giovane bellissimo che, specchiandosi nell'acqua, rimane incantato dalla
propria immagine.
Se ne
innamora a tal punto da non riuscire più ad allontanarsene.
Continua a
guardarsi, dimenticando tutto ciò che lo circonda, fino a consumarsi.
Molti secoli
dopo, nel Quattrocento, Leon Battista Alberti, nel suo trattato sulla pittura,
propone un'immagine completamente diversa.
Descrive il
dipinto come una finestra aperta attraverso la quale osservare ciò che viene
rappresentato.
Ecco due
immagini straordinarie.
Lo specchio
e la finestra.
Lo specchio
ci restituisce la nostra immagine.
La finestra
ci permette di guardare oltre.
E io credo
che queste due immagini descrivano molto bene i differenti modi nei quali
possiamo utilizzare i social network.
A volte li
utilizziamo come uno specchio.
Pubblichiamo
una fotografia e aspettiamo di vedere quanti like riceverà. Controlliamo
quante persone ci seguono, quante visualizzazioni otteniamo, quanto interesse
riusciamo a suscitare.
Cerchiamo
conferme, approvazione, riconoscimento.
Sono bisogni
profondamente umani, che i social possono amplificare.
Altre volte,
invece, utilizziamo gli stessi strumenti come una finestra.
Scopriamo un
luogo che non conoscevamo, incontriamo il pensiero di una persona lontana,
ascoltiamo una musica nuova, veniamo a conoscenza di un'iniziativa alla quale
decidiamo di partecipare.
Lo schermo
non ci rimanda soltanto la nostra immagine.
Ci permette
di osservare qualcosa che prima non conoscevamo.
E allora la
domanda che vorrei proporvi questa sera non è semplicemente se i social network
facciano bene oppure male.
La domanda
è:
In quale
direzione stiamo orientando il nostro sguardo?
Verso noi
stessi oppure verso ciò che ancora non conosciamo?
Stiamo
cercando soltanto conferme alla nostra immagine oppure stiamo utilizzando questi
strumenti per scoprire il mondo?
Personalmente
preferisco di gran lunga un contenuto che ottiene diecimila visualizzazioni, ma
induce qualcuno a fare qualcosa di concreto, rispetto a un contenuto che
raggiunge un milione di persone e viene dimenticato dopo tre secondi.
Perché,
ancora una volta, ciò che mi interessa non è soltanto il numero delle
visualizzazioni.
È quello che
accade dopo.
Ecco dunque
il terzo cambiamento:
Dallo
specchio alla finestra.
Il vero valore dei social è ciò che rendono possibile
Se ci
pensate, le tre storie raccontano aspetti diversi di una stessa trasformazione.
Siamo
passati dalla necessità di raggiungere un pubblico enorme alla possibilità di
incontrare il pubblico realmente interessato.
Siamo
passati da una comunicazione prevalentemente unidirezionale alla possibilità di
costruire conoscenza insieme a una comunità.
E possiamo
passare dall'utilizzo dei social come specchio di noi stessi al loro utilizzo
come finestra aperta sul mondo.
Alla fine,
credo che un buon social network sia quello che riesce a farci uscire dai
social network.
Quello che
ci fa venire voglia di chiudere l'applicazione perché abbiamo scoperto qualcuno
da incontrare, un posto da visitare, un'esperienza da vivere o qualcosa di
nuovo da imparare.
Per questo
faccio fatica a considerare il tempo trascorso sui social soltanto come tempo
perso.
Penso
piuttosto a quante possibilità mi abbiano offerto.
Un'amicizia,
una collaborazione professionale, un'opportunità di lavoro, un incontro
inatteso e, perché no, anche l'amore.
Sono tutte
esperienze che possono nascere da una semplice interazione digitale e
trasformarsi in qualcosa di importante nella nostra vita.
Certo, quel
cittadino o quella cittadina di Pompei aveva ragione.
Su quei muri
si scrivevano moltissime sciocchezze.
E oggi, sui
nostri muri digitali, continuiamo a scriverne altrettante.
Ma su uno di
quei muri può comparire anche un messaggio capace di cambiare la nostra
giornata.
O magari
qualcosa di più.
A me è
successo.
Un giorno mi
è arrivato un messaggio privato su Instagram.
Era un
messaggio che mi invitava a partecipare proprio a questa serata.
Ed eccomi
qui.
Quel
messaggio è nato dentro uno schermo, ma ha prodotto qualcosa che sta accadendo
fuori dallo schermo, in questo teatro, tra persone che si incontrano e si
ascoltano.
Il messaggio
era il punto di partenza.
Io, qui con
voi questa sera, sono una delle sue conseguenze.
Grazie.

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