L'UOMO CHE NON ASPETTAVA PIÙ

 


L'UOMO CHE NON ASPETTAVA PIÙ

Racconto di Antonio Bruno Pietro

Un uomo siede su una poltrona rossa.

Ha i capelli bianchi, un maglione scuro, i pantaloni grigi. Tiene una mano vicino alla bocca, come fanno quelli che stanno per dire qualcosa e poi scoprono che non è necessario.

Guarda di lato.

Non sembra cercare nessuno.

La luce entra da una finestra che non si vede. Gli attraversa il viso, si ferma sulle mani, raggiunge la parete.

È una luce di quelle che non chiedono permesso.

Arrivano e basta.

L'uomo ha sessantanove anni.

Li ha vissuti tutti, uno alla volta, anche quando gli sembrava che il tempo non bastasse, anche quando avrebbe voluto che una giornata finisse prima, anche quando aspettava qualcosa che doveva ancora accadere.

Per molti anni ha avuto fretta.

Fretta di diventare grande, di imparare, di lavorare, di arrivare, di essere riconosciuto.

Poi ha avuto fretta di finire il lavoro, di tornare a casa, di raggiungere il giorno successivo.

Come se la vita fosse sempre un poco più avanti del punto in cui si trovava.

Adesso è seduto.

Non perché sia stanco.

Non perché abbia rinunciato.

È seduto perché gli piace stare seduto.

La poltrona sostiene il suo corpo. Il maglione gli tiene caldo. La luce gli accarezza il volto.

Non manca niente.

Un tempo avrebbe pensato che un momento simile fosse una pausa.

Una pausa tra due impegni, tra due cose importanti, tra qualcosa che aveva fatto e qualcosa che doveva ancora fare.

Ora non lo pensa più.

Questo momento non è una pausa dalla vita. È la vita.

La mano vicino alla bocca non nasconde un pensiero.

È soltanto una mano appoggiata al viso.

Lo sguardo rivolto di lato non cerca il futuro.

Guarda quello che c'è.

L'uomo ha imparato una cosa che non gli avevano insegnato né a scuola né all'università, e nemmeno nei lunghi anni trascorsi a lavorare.

Ha imparato che non occorre meritarsi il diritto di essere vivi.

Non bisogna produrre qualcosa a ogni ora.

Non bisogna dimostrare di essere utili, intelligenti, importanti.

Si può semplicemente esserci.

Come un albero che non si domanda se sta crescendo abbastanza.

Come una pietra che riceve il sole.

Come il mare che arriva sulla riva senza sapere quante onde ha già mandato.

Gli anni gli hanno cambiato il volto.

Non gli hanno tolto la curiosità.

Può ancora ascoltare una canzone e sentirsi attraversare da qualcosa che non sa nominare.

Può leggere un libro e dimenticare l'orologio.

Può incontrare una persona e provare il piacere di conoscerla, senza chiedersi che cosa nascerà da quell'incontro.

Può cantare.

Può imparare.

Può amare.

Non perché voglia dimostrare di essere ancora giovane.

Ma perché è vivo.

E la vita non conosce l'età di chi la sta vivendo.

Qualcuno potrebbe guardarlo e pensare che stia riflettendo sul passato.

Sarebbe un errore.

Il passato non è seduto su quella poltrona.

C'è soltanto un uomo.

Il bambino che è stato non gli manca. Il ragazzo non gli manca. L'uomo che lavorava e correva da un impegno all'altro non gli manca.

Non sono persone perdute.

Sono la sua storia.

E lui non ha bisogno di tornare a ieri per ritrovarle.

Gli basta essere qui.

La luce intanto cambia.

Si sposta lentamente sulla parete.

L'uomo non la trattiene.

Non si domanda quanto durerà.

Non pensa alla sera che verrà.

La guarda mentre cambia.

Forse è questo che significa avere fatto pace con il tempo.

Non averlo fermato.

Non averlo sconfitto.

Aver smesso di considerarlo un avversario.

Perché il tempo non porta via la vita.

È il nome che diamo al suo accadere.

L'uomo appoggia meglio la schiena alla poltrona.

La mano resta vicino alla bocca.

Il suo sguardo è sereno.

Non c'è nessuna grande rivelazione.

Nessuna vittoria da celebrare.

Nessuna conclusione da raggiungere.

C'è un corpo che respira.

Una luce che entra.

Una poltrona rossa.

Un uomo che sta bene dove si trova.

E questo gli basta.

Un giorno qualcuno gli domanderà che cosa abbia fatto in quel momento.

Potrà rispondere che era seduto.

E se gli chiederanno a che cosa pensava, forse non saprà rispondere.

Non perché abbia dimenticato.

Ma perché non stava necessariamente pensando.

Stava vivendo.

C'è una differenza che si comprende soltanto quando si smette di cercarla.

Per quasi settant'anni aveva creduto che la vita fosse qualcosa da costruire.

Adesso non aveva smesso di costruire.

Aveva soltanto scoperto che non era necessario farlo per essere vivo.

La luce continuava a entrare.

Lui continuava a respirare.

E non aspettava più che arrivasse un altro momento.

Non perché non avesse più niente da aspettarsi.

Ma perché non gli mancava niente per vivere quello che c'era.

Antonio Bruno Pietro
24 ottobre 2026

 

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