L'UOMO CHE NON DOVEVA PIÙ DIVENTARE NESSUNO

 


L'UOMO CHE NON DOVEVA PIÙ DIVENTARE NESSUNO

Una storia sul corpo, sul tempo e sulla libertà di essere

Mi sono guardato in quella fotografia e per qualche istante ho avuto la sensazione di osservare uno sconosciuto.

Indossavo un cappotto scuro, lungo, pesante, una camicia bianca, una cravatta, pantaloni grigi. Camminavo con una borsa in mano, come se stessi andando a un appuntamento importante. Avevo l'aria di un uomo che sa perfettamente dove deve arrivare.

Eppure non dovevo andare da nessuna parte.

È stata questa la prima cosa che mi ha commosso.

Per quasi settant'anni avevo camminato verso qualcosa. Anche quando mi fermavo, dentro di me continuavo a muovermi. Dovevo raggiungere un risultato, soddisfare un'aspettativa, essere all'altezza di un compito, dimostrare che la fiducia riposta in me era meritata.

Avevo imparato molto presto che essere qualcuno significava diventare qualcuno.

E così ero diventato tante persone.

Il bambino che cercava negli occhi degli adulti la conferma di essere amato. Il ragazzo che desiderava il mondo senza sapere ancora che cosa fosse. L'uomo che lavorava, studiava, costruiva, si innamorava, diventava padre, assumeva responsabilità, cercava di non deludere.

Ogni volta pensavo che quella fosse finalmente la mia forma definitiva.

Ogni volta mi sbagliavo.

Adesso guardo questa fotografia e mi accorgo che il corpo ha continuato a cambiare anche quando io ero occupato a fare altro.

I capelli sono diventati bianchi. Il viso conserva tracce che non saprei più attribuire a un dolore, a una gioia, a una notte insonne. Le mani sono quelle di un uomo che ha toccato molte cose e ne ha lasciate andare altrettante.

Eppure non provo nostalgia.

Questa assenza di nostalgia mi sorprende.

Per molto tempo ho creduto che invecchiare significasse perdere progressivamente qualcosa. La forza, la bellezza, le possibilità, il desiderio, la capacità di sorprendersi.

Mi avevano insegnato a considerare la vita come una sottrazione.

Poi ho cominciato a osservare quello che facevo mentre lo facevo.

E mi sono accorto che non stavo perdendo la vita.

La stavo vivendo.

Non è stata una rivelazione improvvisa. Non c'è stato un giorno in cui mi sono svegliato diverso. Ci sono stati piccoli momenti, quasi invisibili, nei quali ho smesso di pretendere che ciò che stavo facendo dovesse servire a qualcos'altro.

Ho letto una pagina senza preoccuparmi di ricordarla.

Ho cantato una canzone senza chiedermi se la mia voce fosse abbastanza bella.

Ho ascoltato una persona senza preparare la risposta.

Ho camminato senza desiderare di arrivare.

E in ciascuno di questi momenti ho provato qualcosa che non conoscevo bene.

Non la felicità come premio.

Non la serenità come conquista.

Qualcosa di più semplice.

La sensazione di non dovermi correggere per avere il diritto di esistere.

Nella fotografia cammino verso chi mi guarda.

Il cappotto si apre appena, la borsa accompagna il movimento, un piede precede l'altro.

Potrei sembrare un uomo importante.

Mi viene da sorridere.

Perché oggi l'importanza non mi interessa più come una volta.

Mi interessa essere presente.

Mi interessa sentire quello che sento, riconoscere quello che faccio, lasciare che una relazione sia una relazione e non un esame da superare.

Mi interessa soprattutto non abbandonarmi per diventare la persona che immagino gli altri desiderino incontrare.

Non sempre ci riesco.

Ci sono ancora momenti in cui una parola mi ferisce, uno sguardo mi mette in difficoltà, una vecchia paura torna a chiedermi obbedienza.

Ma adesso posso accorgermene.

E quando me ne accorgo, qualcosa cambia.

Non devo necessariamente combattere.

Posso scegliere.

Guardo ancora la fotografia.

Quell'uomo con il cappotto scuro sembra avanzare con decisione. Ha il volto di chi ha attraversato molte stagioni e non sente il bisogno di raccontarle tutte.

Vorrei avvicinarmi a lui.

Vorrei domandargli se è soddisfatto della propria vita.

Ma so già che sarebbe una domanda sbagliata.

Perché lo costringerei ancora una volta a fare un bilancio, a mettere su un piatto ciò che ha ottenuto e sull'altro ciò che gli è mancato.

Come se una vita potesse essere giudicata dal suo risultato.

Allora immagino di chiedergli soltanto:

«Come stai, adesso?»

E lui, forse, mi risponderebbe:

«Sto camminando.»

Nient'altro.

Non sarebbe una risposta evasiva.

Sarebbe la risposta più precisa che potrebbe darmi.

Perché sta camminando davvero.

Non verso la giovinezza perduta.

Non verso una vecchiaia da temere.

Non verso un riconoscimento ancora da ottenere.

Cammina.

E mentre cammina è interamente dentro la propria vita.

Mi accorgo allora di una cosa che per anni non avevo saputo vedere.

Non ho bisogno di riconciliarmi con tutti gli uomini che sono stato. Non sono miei nemici. Sono le forme che la mia vita ha assunto mentre accadeva.

Il ragazzo non deve perdonare l'adulto.

L'adulto non deve giustificarsi davanti al vecchio.

E il vecchio non deve dimostrare di essere rimasto giovane.

Possono stare tutti insieme.

Possono persino volersi bene.

La fotografia resta immobile.

Io no.

Continuo a cambiare, a desiderare, a imparare, a sorprendermi.

E finalmente non sento più il bisogno di sapere in anticipo chi diventerò.

Mi basta scoprire chi sono mentre vivo.

Forse è questo che mi emoziona di quell'immagine.

Non il cappotto.

Non l'eleganza.

Non l'uomo che sembra sicuro di sé.

Ma il fatto che, dopo quasi settant'anni trascorsi a cercare una forma nella quale riconoscermi, posso finalmente vivere senza dover coincidere con un'immagine definitiva di me stesso.

E allora continuo a camminare.

Con i miei capelli bianchi.

Con tutto quello che ho vissuto.

Con quello che ancora non conosco.

Senza fretta.

Senza dover arrivare.

Perché non sono in ritardo sulla mia vita.

Sono esattamente nel momento in cui la sto vivendo.

Antonio Bruno Pietro
25 ottobre 2026

 

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