Oggi ascolto «Senz'allegria» di Gaia
Oggi ascolto «Senz'allegria»
di Gaia
Il Brasile dove non sono mai stato, un autobus del
1976 e cinquant'anni che scompaiono al primo ritmo di musica
di Antonio
Bruno — Un racconto musicale con il calore umano e la sensibilità narrativa del
giornalismo
Non sono mai
stato in Brasile.
Non ho mai
visto il Carnevale di Rio, non ho mai attraversato le strade di Salvador de
Bahia, non ho mai ballato una samba sotto quel cielo che sembra fatto apposta
per convincere gli esseri umani che la felicità sia una cosa possibile.
Eppure, il
Brasile, nella mia vita, c'è stato. Eccome se c'è stato.
Aveva il
rumore di un autobus, il volto di un autista che si chiamava Chiffi e il suono
di uno stereo 8.
Era il marzo
del 1976.
Avevo
diciotto anni e frequentavo l'ultimo anno dell'Istituto Tecnico Agrario
«Giovanni Presta» di Lecce. Eravamo in gita scolastica, quella che precedeva
l'esame di maturità, quando ancora la parola maturità sembrava indicare
qualcosa che sarebbe accaduto dopo, in un futuro lontanissimo, e non qualcosa
che stava già succedendo dentro di noi.
Il signor
Chiffi guidava il pullman.
Aveva uno
stereo 8, un apparecchio che oggi bisognerebbe portare in un museo per spiegare
ai ragazzi come si ascoltava la musica prima che diventasse invisibile.
Funzionava con delle cartucce contenenti un nastro magnetico senza fine. E da
quelle casse, sistemate nell'autobus, usciva una musica che ci accompagnava
lungo le strade d'Italia.
Una canzone
soprattutto.
Si
intitolava Brasilia Carnaval. La cantavano i Chocolat's.
Un ritmo
travolgente, una festa musicale che sembrava arrivare direttamente dall'altra
parte dell'Atlantico.
Io ascoltavo
e non capivo.
Che cosa
c'entrava quel carnevale brasiliano con noi, studenti salentini in viaggio
verso il Nord Italia? Che cosa c'entrava quella musica con le nostre
interrogazioni, i professori, gli esami che ci aspettavano, le nostre vite
ancora tutte da inventare?
Non lo
capivo.
Poi
arrivammo a Riva del Garda.
Nel nostro
albergo alloggiavano anche le ragazze di un liceo scientifico di Faenza.
E quella
musica, improvvisamente, trovò il suo significato.
Ballammo.
Ballammo con
quelle ragazze come se ci conoscessimo da sempre, come se non ci fosse niente
da spiegare, come se le parole fossero diventate superflue.
Eravamo come
impazziti.
Ridevamo, ci
cercavamo, ci avvicinavamo, ci allontanavamo, tornavamo a ballare.
E c'era
allegria.
Tanta
allegria.
Non quella
che si deve dimostrare agli altri. Non quella che si organizza. Non quella che
si programma.
Era
l'allegria che accade.
Quella che
ti prende il corpo prima ancora che tu abbia avuto il tempo di darle un nome.
Ecco, il
Brasile, per me, cominciò quella sera a Riva del Garda.
Cinquant'anni
dopo, due giorni fa, ascolto Gaia Gozzi.
La canzone
si intitola Senz'allegria.
Gaia è nata
a Guastalla nel 1997, ha una madre brasiliana, porta nella voce e nella
sensibilità musicale due mondi che sembrano lontani e invece, quando si
incontrano, diventano una cosa sola.
Il brano è
firmato da Gaia, Riccardo Zanotti e Marco Paganelli, con la produzione di PAGA
e Madfingerz.
Comincia la
musica.
E accade
qualcosa che non avevo previsto.
Mi viene
voglia di ballare.
Non è un
ricordo che arriva lentamente, non è la nostalgia di un tempo perduto, non è il
desiderio di tornare ad avere diciotto anni.
È il mio
corpo che riconosce qualcosa.
Prima ancora
che io possa ricostruire la scena, prima che mi venga in mente il signor Chiffi,
prima che riveda le ragazze di Faenza e quell'albergo di Riva del Garda, sento
la stessa frenesia.
La stessa
voglia di muovermi.
La stessa
allegria.
Sono passati
cinquant'anni.
Eppure, per
un istante, non è passato neppure un secondo.
Mi piace
moltissimo questa canzone.
Mi piace il
modo in cui Gaia mescola l'italiano e il portoghese, la melodia del nostro
cantautorato e quella musica brasiliana che sembra non conoscere freni.
Mi piace
perché non è un'operazione esotica, non è il Brasile utilizzato come
decorazione musicale.
È una
contaminazione autentica.
Dentro c'è
il pop italiano, ci sono le suggestioni urban, c'è il ritmo brasiliano, c'è
quella parola meravigliosa che i portoghesi chiamano saudade e che
nessuna traduzione riesce a contenere interamente.
Perché la
saudade non è soltanto nostalgia.
È la
presenza di qualcosa che manca. È il sentimento di un'assenza che continua a
vivere dentro di noi.
E Gaia fa
una cosa musicalmente interessante: mette insieme la saudade e l'allegria.
Due
sentimenti che sembrerebbero contraddirsi.
E invece
convivono.
Si può
ballare sentendo la mancanza di qualcuno. Si può sorridere mentre si attraversa
un ricordo. Si può desiderare un amore e, contemporaneamente, sentire la gioia
di essere vivi.
La canzone
racconta proprio questo intreccio.
Ci sono due
persone che si cercano, si confondono, si attraggono. Il passato entra nel
futuro, il corpo si mescola all'anima, l'amore perde le sue definizioni.
E in mezzo a
tutto questo c'è il ballo.
Il corpo che
si muove.
Il corpo che
non aspetta che la vita sia perfetta per cominciare a vivere.
C'è anche un
riferimento al Candomblé, la tradizione religiosa afrobrasiliana in cui musica,
danza, ritualità e relazione con il sacro si intrecciano profondamente.
E mi piace
pensare che Gaia, attraverso questa canzone, faccia incontrare non soltanto due
lingue e due culture, ma due modi di abitare il mondo.
Quello che
cerca di spiegare tutto.
E quello
che, qualche volta, semplicemente balla.
Io, nel
1976, volevo capire perché il signor Chiffi ci facesse ascoltare Brasilia
Carnaval.
Poi, a Riva
del Garda, smisi di chiedermelo.
Ballai.
Oggi,
ascoltando Senz'allegria, mi accorgo di una cosa ancora più
sorprendente.
Non è che
quella musica mi abbia riportato indietro nel tempo.
È che il
ragazzo del 1976 è ancora qui.
Non è
scomparso.
Non è stato sostituito
dall'uomo che sono diventato.
È dentro la
mia storia, dentro il mio modo di ascoltare, di emozionarmi, di riconoscere la
bellezza.
Quel ragazzo
e l'uomo di oggi non sono due persone separate.
Sono
Antonio.
Sempre
Antonio.
Con tutte le
trasformazioni che la vita ha reso possibili.
E questa
canzone, arrivata quasi per caso in una mattina di ottobre, mi ha fatto
incontrare ancora una volta quella parte di me che non ha bisogno di chiedere
il permesso per essere felice.
Mi viene da
pensare anche a una cosa che Gianni Minà aveva saputo raccontare attraverso i
suoi incontri con i grandi protagonisti della musica latinoamericana: dietro un
ritmo popolare non c'è mai soltanto intrattenimento.
C'è una
storia.
C'è un
popolo.
C'è un modo
di attraversare il dolore senza rinunciare alla gioia.
C'è la
capacità di fare della musica un luogo in cui gli esseri umani si riconoscono,
anche quando non parlano la stessa lingua.
Io il
portoghese non lo conosco.
Non sono mai
stato in Brasile.
Eppure, nel
marzo del 1976, un gruppo di ragazzi salentini e di ragazze romagnole, dentro
un albergo di Riva del Garda, aveva trovato in una musica brasiliana una lingua
comune.
Nessuno
doveva tradurre niente.
Bastava
ballare.
E adesso
Gaia Gozzi, che nel 1976 non era ancora nata, mi regala la possibilità di
vivere nuovamente quella stessa esperienza.
Non di
ripeterla.
Di viverne
un'altra.
Perché il
passato non ritorna. Siamo noi che, nel presente, possiamo ricostruirlo in modo
diverso, lasciando emergere sentimenti che magari allora non sapevamo neppure
di provare.
Ed è questa
la conferma che cercavo.
L'allegria
non ha età.
Non
appartiene ai diciottenni più di quanto appartenga a chi ha attraversato quasi
settant'anni di vita.
Non è un
premio riservato alla giovinezza.
È una
possibilità che continua a presentarsi, quando siamo disponibili ad
accoglierla.
A volte ha
la forma di un incontro.
A volte
quella di un abbraccio.
A volte
arriva da una canzone.
E allora
penso al signor Chiffi.
Chissà se
sapeva che, mettendo quella cartuccia nello stereo 8, stava consegnando a uno
dei ragazzi seduti nel suo autobus un'esperienza che sarebbe riemersa mezzo
secolo dopo.
Probabilmente
no.
Stava
semplicemente facendo ascoltare una canzone.
Come Gaia,
oggi, sta semplicemente cantando la sua.
Eppure, tra
quell'autobus del 1976 e questa mattina del 2026, è accaduto qualcosa di
straordinario.
Una musica
ha incontrato una vita.
E quella
vita ha continuato a danzare.
Gaia,
grazie.
Mi hai fatto
venire voglia di andare in Brasile.
Ma
soprattutto mi hai fatto scoprire che, per ritrovare quell'allegria, non devo
prendere un aereo.
Devo
soltanto lasciarmi attraversare dalla musica.
Perché, a
pensarci bene, il Brasile non è soltanto un posto dove non sono mai stato.
È anche un
posto dove, grazie alla musica, sono già stato felice.
E dove posso
esserlo ancora.
Antonio
Bruno
Oggi ascolto
— 19 ottobre 2026

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