Oggi ascolto Gigi D'Alessio – PICCERÈ
Oggi ascolto Gigi D'Alessio –
PICCERÈ
Quando una canzone ti restituisce tuo padre e ti fa
ritrovare tua figlia
25 ottobre
2026
Ci sono
canzoni che ascolti. E poi ci sono canzoni che ti ascoltano. Che sembrano
sapere qualcosa di te che nemmeno tu sapevi di avere ancora dentro. Arrivano
senza chiedere permesso, attraversano gli anni, spalancano porte che credevi
chiuse e ti mettono davanti alle persone che hai amato più di ogni altra cosa
al mondo.
Oggi mi è
successo questo.
Ho ascoltato
Piccerè, la nuova canzone di Gigi D'Alessio.
E ho
cominciato a piangere.
Non alla
fine, quando una canzone ti lascia addosso quella malinconia dolce che
conosciamo tutti. No. Ho cominciato a piangere mentre la ascoltavo, perché
quelle parole, una dopo l'altra, mi arrivavano addosso come se qualcuno le
avesse scritte conoscendo la mia vita.
Sapete chi
sentivo parlare?
Mio padre.
Proprio lui.
Era come se
fosse tornato, come se il tempo avesse improvvisamente smesso di separare i
vivi dai ricordi, come se la sua voce avesse trovato quella di Gigi D'Alessio
per dirmi ancora una volta ciò che un padre vorrebbe dire a suo figlio.
E io ero lì,
ad ascoltare.
Non avevo
più sessantanove anni. O forse li avevo tutti, insieme agli anni della mia
infanzia, della giovinezza, della maturità. Ero contemporaneamente l'uomo che
sono diventato e il bambino che mio padre aveva conosciuto.
È una cosa
straordinaria, questa.
Perché noi
crediamo che il tempo proceda in una direzione sola. Che i nostri genitori
appartengano al passato, che la nostra infanzia sia rimasta laggiù, in qualche
fotografia ingiallita, in una strada che non percorriamo più, in una casa che
forse non esiste nemmeno.
E invece
basta una canzone.
Bastano un
pianoforte, una voce, poche parole pronunciate nella lingua degli affetti.
E tutto
torna presente.
Gigi
D'Alessio ha scritto testo e musica di Piccerè. Una ballata in
napoletano, con il pianoforte al centro e un arrangiamento orchestrale affidato
ad Adriano Pennino. Una musica che non ha bisogno di alzare la voce per
arrivare lontano.
E arriva
lontanissimo.
Mi accarezza
e contemporaneamente mi sconvolge. È più forte del mare, più forte del sole,
più forte di quella nostra ostinazione a credere di avere imparato a governare
le emozioni.
Ogni parola
è una spada che entra nella mia anima. Ma non è una ferita di dolore soltanto.
È una ferita d'amore, di affetto, di riconoscenza.
Perché sento
mio padre parlarmi.
E mentre lo
ascolto accade un'altra cosa, forse ancora più sorprendente.
Penso a
Sara.
Mia figlia.
Immagino di
essere io a pronunciare quelle parole. Immagino che sia lei ad ascoltarle, che
la mia voce possa accompagnarla quando io non sarò accanto a lei, che possa
riconoscere in quelle frasi tutto ciò che ho sentito per lei dal momento in cui
è entrata nella mia vita.
E ricomincio
a piangere.
Più forte di
prima.
Perché Sara
è il bene più prezioso della mia esistenza. È una parte di me che vive una vita
propria, che cammina per strade che non posso percorrere al suo posto, che
incontra persone, affronta difficoltà, conosce gioie e delusioni.
E io posso
amarla.
Posso
esserci.
Posso dirle
che la vedo, che la sento, che la accolgo, che ho fede in lei.
Ma non posso
vivere al posto suo.
Forse è
proprio questo il mistero più grande dell'essere padre: desiderare di
proteggere qualcuno da ogni sofferenza e sapere che amarlo significa anche
riconoscergli la libertà di vivere la propria vita.
E allora
capisco qualcosa che fino a pochi minuti prima non avevo compreso.
In questa
canzone io sono due persone.
Sono il
figlio che ascolta suo padre e sono il padre che parla a sua figlia.
Sono colui
che riceve amore e colui che lo offre.
E tra questi
due movimenti non c'è distanza. C'è una continuità che attraversa le
generazioni, che non appartiene soltanto alla mia famiglia, ma a tutte quelle
persone che hanno conosciuto la meraviglia di essere amate e la responsabilità
di amare.
Forse Gigi
ha scritto questa canzone pensando a sua figlia Ginevra. È questa la dedica che
accompagna l'uscita del brano.
Ma una
canzone, quando è autentica, non rimane proprietà della storia che l'ha
generata.
Diventa la
storia di chi l'ascolta.
E oggi Piccerè
è diventata anche la mia.
Ho cercato
il testo, perché volevo leggerlo, fermarmi su ogni parola, impararlo. Non sono
riuscito a trovarne una trascrizione completa.
Ma appena lo
avrò, canterò questa canzone.
O almeno ci
proverò.
Perché già
immagino di essere davanti a un microfono, di aspettare le prime note del
pianoforte, di cominciare a cantare e di sentire improvvisamente la voce che si
spezza.
E non so se
riuscirò ad arrivare alla fine.
Ma forse non
importa.
La musica
non è una gara a chi arriva senza sbagliare all'ultima nota. È un incontro. Qualche
volta con gli altri, qualche volta con noi stessi. E certe volte con qualcuno
che non possiamo più abbracciare.
Oggi, grazie
a questa canzone, ho abbracciato mio padre.
E nello
stesso momento ho abbracciato Sara.
Senza
muovermi dalla stanza.
Pensate che
cosa può fare una canzone.
È domenica
25 ottobre 2026. Una mattina come tante, almeno fino a quando non ho premuto il
tasto per ascoltare Piccerè.
Chi avrebbe
potuto immaginare che una domenica d'ottobre mi avrebbe regalato un incontro
così?
E allora
voglio dire una cosa a Gigi D'Alessio.
Gigi mio, tu
forse non sai quello che hai fatto.
Hai scritto
una canzone per raccontare un amore e hai finito per far parlare un padre a suo
figlio, e un padre a sua figlia, in una casa lontana da Napoli.
Hai
attraversato la vita di uno sconosciuto e gli hai restituito, per qualche
minuto, la presenza delle due persone che abitano i luoghi più profondi del suo
cuore.
Non so se
esista un premio musicale capace di misurare una cosa del genere.
So soltanto
che oggi sto piangendo.
E che queste
lacrime non vorrei fermarle.
Gigi mio,
che bello quello che mi hai regalato.
Grazie.
Antonio
Bruno Pietro

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