Oggi ascolto “Odissea” di Carl Brave. E poi la canto.
Oggi ascolto “Odissea” di Carl
Brave. E poi la canto.
La felicità non è arrivare a Itaca. È scoprire che
Itaca cambia a ogni onda.
di Antonio
Bruno Pietro
Ci sono
canzoni che ascolti. Altre che ti entrano dentro. E poi ci sono quelle che, a
un certo punto, non puoi fare a meno di cantare. Non perché tu abbia qualcosa
da aggiungere all'autore, ma perché ti accorgi che, mentre lui racconta la sua
vita, tu stai vivendo la tua.
Mi è
successo con “Odissea” di Carl Brave, uscita il 16 ottobre 2026.
Carl Brave
si chiama Carlo Luigi Coraggio. Un nome che sembra inventato apposta per un
cantautore. Perché di coraggio ce ne vuole, a volte, per raccontare quello che
siamo stati. E ancora di più per accorgersi che quello che siamo stati non
esiste più, se non nel modo in cui lo facciamo vivere adesso.
La canzone
comincia con un pianoforte.
E già lì mi
fermo.
Perché il
pianoforte ha questa straordinaria capacità di togliere il superfluo. Prima
ancora che arrivino l'elettronica, il ritmo, quella produzione che trasforma
una confessione privata in una ballata da club, c'è un uomo che si accorge di
assomigliare sempre di più a suo padre.
Il tempo è
passato.
E lui, Carlo
Luigi Coraggio, dedica al padre le canzoni d'amore che scrive.
Mi sembra
una delle cose più belle di questo brano. Perché in quella somiglianza non c'è
soltanto la nostalgia. C'è la scoperta che nostro padre continua a vivere nel
nostro modo di stare al mondo. Nei gesti, nella voce, nelle parole che
scegliamo, persino nelle canzoni che dedichiamo a qualcun altro.
E poi arriva
lei.
Sempre lei.
Quella donna
che prima sembrava andare a doppia velocità, come se la vita non riuscisse a
starle dietro. Quella con cui si sono attraversati gli eccessi, le
esagerazioni, i pericoli, le notti in cui sembrava che tutto fosse possibile e
le mattine in cui si scopriva che qualcosa si era rotto.
Adesso
quella donna è diventata un riascolto.
E qui,
secondo me, Carl Brave fa qualcosa di musicalmente e umanamente interessante.
Non racconta
semplicemente una storia finita. La ricostruisce.
La
ricostruisce nel presente, attraverso le parole, il pianoforte, il ritmo
elettronico, la voce modificata dall'autotune.
E questa
ricostruzione fa male.
Fa male da
morire.
Come un
crash test.
Mi ha
colpito questa immagine perché un crash test è un collaudo distruttivo. Si
prende un veicolo, lo si sottopone a un urto controllato e si osserva che cosa
succede. Si studiano le deformazioni, le sollecitazioni, la capacità delle
strutture di proteggere chi viaggia.
Ma quando il
crash test riguarda un amore, non ci sono manichini strumentati. Ci sono i
ricordi. Ci sono le emozioni. Ci sono le parole che abbiamo detto e quelle che
non abbiamo avuto il coraggio di pronunciare.
E
soprattutto c'è il modo in cui, oggi, ricostruiamo tutto questo.
Perché il
passato non torna.
Siamo noi
che lo facciamo accadere nuovamente, qui, nel presente.
E ogni volta
può essere diverso.
È questo che
mi interessa della canzone di Carlo Luigi Coraggio.
La sua
Odissea non si svolge davvero nel Mediterraneo di Omero. Si svolge dentro il
modo in cui un uomo ricostruisce la propria vita.
Non c'è
Ogigia, l'isola della ninfa Calipso, dove Ulisse rimase sette anni.
Non c'è una
nave da riparare.
Non ci sono
mostri marini da sconfiggere.
C'è una
donna amata e perduta. E c'è un uomo che, attraverso la musica, rimette insieme
ciò che ha vissuto con lei.
La musica,
soprattutto.
Perché devo
dire che, ascoltando “Odissea”, sono stato trascinato molto più dai suoni che
dalle parole.
Quel
pianoforte iniziale, poi l'ingresso dell'elettronica, la pulsazione ritmica, il
contrasto tra una confessione sentimentale e una musica che sembra invitarti a
muovere il corpo.
È una
contraddizione bellissima.
Il dolore
che diventa ritmo.
La malinconia
che diventa movimento.
Una perdita
che diventa una canzone da ballare.
E allora mi
sono messo a cantarla.
Non potevo
farne a meno.
Naturalmente
senza autotune.
Non per una
scelta estetica, sia chiaro. Non voglio fare il purista della voce naturale
contro quella elettronica. Semplicemente, non ho ancora imparato a utilizzarlo.
E mi
dispiace, perché c'è quel passaggio, quel “fa fa fa fa farfalle”, che mi
emoziona moltissimo. La voce filtrata diventa parte della composizione, quasi
un altro strumento musicale. Senza autotune non sono riuscito a riprodurre
quell'effetto.
Ma ho
cantato lo stesso.
Con la mia
voce.
Con le mie
possibilità.
Con tutto
quello che sono diventato.
Ed è
successo qualcosa che non avevo previsto.
Mentre
cantavo l'Odissea di Carl Brave, mi sono accorto che stavo vivendo la mia.
Non quella
di Carlo Luigi Coraggio.
La mia.
E qui le
nostre storie si separano.
Perché io
non sto cercando Calipso.
E non sto
nemmeno cercando Penelope, con tutto il rispetto per quella donna che per
vent'anni ha aspettato il ritorno del suo uomo.
Io sono
arrivato alla mia Itaca.
Soltanto che
la mia Itaca non è un'isola.
Non è una
casa.
Non è una
persona che mi aspetta.
Non è
nemmeno un luogo nel quale finalmente fermarmi dopo avere attraversato tutte le
tempeste della vita.
La mia Itaca
è il surf.
È la tavola
sulla quale sto in equilibrio mentre attraverso le onde dell'oceano.
E quelle
onde sono i libri che leggo, le persone che incontro, le canzoni che ascolto, i
sogni che faccio, le emozioni che vivo, gli amori che ricostruisco, le
perturbazioni che mi trasformano mentre anch'io contribuisco a trasformare il
mondo nel quale vivo.
La tavola è
la mia struttura attuale.
È tutto
quello che sono diventato attraversando quasi settant'anni di vita.
Non è una
struttura definitiva. Cambia continuamente, proprio perché cambia il mio modo
di vivere.
E ogni onda
è diversa.
Ce ne sono
di sorprendenti, di bellissime, di spaventose.
E ce ne sono
di noiose.
Sì, anche la
noia.
Perché non
ho bisogno che ogni istante sia straordinario. Non devo trasformare ogni
giornata in un'avventura memorabile. Non devo fare un grande lavoro per
conquistarmi il diritto di essere felice.
Mi basta
accorgermi di come sto vivendo.
Di come
faccio quello che faccio.
Di quale
mondo faccio emergere mentre lo faccio.
Ecco perché
la mia Itaca non è il premio alla fine del viaggio.
È il viaggio
stesso, mentre accade.
Carlo Luigi
Coraggio mi ha accompagnato per qualche minuto nella sua Odissea. Mi ha fatto
incontrare suo padre, la sua donna perduta, le sue esagerazioni, il suo dolore
trasformato in musica.
Io l'ho
ascoltato.
Poi l'ho
cantato.
E cantandolo
ho incontrato ancora una volta me stesso.
Ma non il me
stesso di ieri.
Quello di
adesso.
Quello che
può ricordare la propria infanzia e scoprirla piena d'amore. Quello che può
ripensare a una persona perduta senza doverla necessariamente ritrovare. Quello
che può attraversare una perturbazione senza sapere in anticipo quale
trasformazione ne emergerà.
Quello che
può cantare una canzone senza riuscire a fare le farfalle con l'autotune e
sentirsi comunque felice.
Mi piace
questa vita.
Mi piace da
morire.
E mentre
Carlo Luigi Coraggio continua a cantare la sua Odissea, io penso a Ulisse.
A tutte le
tempeste che ha attraversato.
A tutti gli
anni che ha impiegato per tornare.
E mi viene
da sorridere.
Perché
forse, se avesse avuto una tavola da surf, avrebbe scoperto anche lui che non
era necessario aspettare Itaca per cominciare a vivere.
Io, invece,
a Itaca ci sono già.
Ci sono
quando ascolto.
Ci sono
quando canto.
Ci sono
quando un'onda mi sorprende e quando il mare sembra non avere niente da
raccontarmi.
E domani la
mia Itaca sarà diversa.
Perché sarò
diverso anch'io.
Questa, per
me, è la felicità.
Non qualcosa
da raggiungere.
Il modo in
cui vivo ciò che mi accade.
E allora,
grazie Carl Brave.
Perché oggi
ho ascoltato la tua Odissea.
Poi l'ho
cantata.
E ho
scoperto, ancora una volta, che la mia non ha bisogno di finire.
La mia
Odissea è essere vivo.
Antonio
Bruno Pietro — Oggi ascolto, 17 ottobre 2026

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