La sagoma oscura di una Renault rossa
CONVERSAZIONI
CON ANTONIO BRUNO · EPISODIO VI
La sagoma oscura di una
Renault rossa
Il potere,
la paura, l'obbedienza e la libertà di cambiare strada.
Una
conversazione immaginaria tra Antonio Bruno e Massimo D'Alema, ispirata al
sesto capitolo di Eravamo comunisti.
Il racconto
attraversa il rapimento di Aldo Moro, la tragedia del terrorismo, l'Avana di
Fidel Castro, la Cina dopo Mao, il dissenso di Umberto Terracini e infine il
trasferimento di D'Alema in Puglia.
Antonio
Bruno interroga questi avvenimenti attraverso l'epistemologia di Humberto
Maturana e Heinz von Foerster, la fenomenologia dell'esperienza vissuta e la
questione etica della responsabilità.
Le risposte
attribuite a D'Alema sono ricostruzioni letterarie basate sul capitolo del
libro, non dichiarazioni di un'intervista reale. Le domande e le interpretazioni
filosofiche sono originali.
LA SAGOMA OSCURA DI UNA
RENAULT ROSSA
Sesta conversazione epistemologica e fenomenologica
tra Antonio Bruno e Massimo D'Alema
1. Il 16 marzo 1978: quando il mondo cambia in pochi
secondi
Antonio
Bruno: Massimo,
vorrei cominciare da un incrocio. Via Ripandelli e via Camillo Montalcini, a
Roma.
È la mattina
del 16 marzo 1978. Lei sale nell'automobile di suo padre per raggiungere la
Camera dei deputati, dove la Direzione del PCI deve decidere il voto sul governo
Andreotti.
Poche ore
dopo, in un garage proprio vicino a quell'incrocio, i terroristi delle Brigate
Rosse porteranno Aldo Moro prigioniero.
Lei scrive
di averci ripensato per tutta la vita.
Vorrei
chiederle una cosa.
Che cosa
aveva di particolare quell'incrocio quando lei vi passò quella mattina?
Massimo
D'Alema: Nulla. Era
semplicemente il luogo nel quale avevo appuntamento con mio padre. Soltanto
dopo, quando seppi che Moro era stato portato proprio lì, quel posto acquistò
un significato completamente diverso.
Antonio
Bruno: Ecco il
primo problema epistemologico.
Il luogo
fisico non è cambiato. È cambiato l'osservatore.
Quello che
prima era un incrocio qualsiasi diventa, attraverso la conoscenza successiva,
un luogo carico di significato.
Vorrei
richiamare Heinz von Foerster: non possiamo descrivere ciò che osserviamo senza
considerare il nostro stesso processo di osservazione.
Ma vorrei
essere ancora più preciso.
Quando oggi
ricorda quell'incrocio, sta ricordando ciò che visse quella mattina oppure sta
rivivendo quell'esperienza attraverso ciò che ha saputo dopo?
Massimo
D'Alema:
Inevitabilmente attraverso ciò che ho saputo dopo. Allora non potevo immaginare
nulla.
Antonio
Bruno: Dunque la
memoria non è una semplice registrazione.
È una ricostruzione
nel presente.
Non
significa che il fatto sia inventato. Significa che il significato del fatto si
trasforma con la storia di chi lo ricorda.
E allora le
domando:
Quante volte
nella nostra vita attribuiamo al passato un significato che non potevamo
conoscere mentre lo stavamo vivendo?
2. La radio: la fenomenologia dell'angoscia
Antonio
Bruno: Siete in
automobile quando la radio interrompe le trasmissioni e annuncia il rapimento
di Moro e l'uccisione degli uomini della scorta.
Lei racconta
che foste presi dall'angoscia.
Vorrei
fermarmi su quella parola.
Non le
chiedo che cosa pensò politicamente.
Le chiedo
che cosa accadde alla sua esperienza.
Come cambiò
il mondo intorno a lei nel momento in cui ascoltò quella notizia?
Massimo
D'Alema: Cambiò
improvvisamente tutto. Stavamo andando a una riunione difficile, ma pur sempre
una riunione politica. Da quel momento ci trovammo davanti a una tragedia che
minacciava la democrazia.
Antonio
Bruno: Ecco.
La strada
era sempre la stessa.
L'automobile
continuava a muoversi.
La città non
era materialmente cambiata in quell'istante.
Eppure il
mondo vissuto era diventato un altro.
Questa è una
questione propriamente fenomenologica.
La paura non
è soltanto un'emozione che si aggiunge a una situazione.
Può
modificare il modo in cui percepiamo lo spazio, il tempo, le persone e le
possibilità future.
Massimo
D'Alema: Sentimmo
immediatamente che la situazione era gravissima.
Antonio
Bruno: E vorrei
domandarle:
quando
l'angoscia restringe improvvisamente il campo delle possibilità, siamo ancora
capaci di distinguere ciò che è necessario da ciò che ci appare necessario?
3. La fermezza: una scelta o l'impossibilità di vedere
alternative?
Antonio
Bruno: Arriviamo
alla riunione della Direzione.
Giorgio
Amendola definisce quello di Andreotti uno dei peggiori governi democristiani
degli ultimi anni.
Eppure
sostiene che non si possa affrontare serenamente la questione del governo
mentre Moro è prigioniero.
Poi afferma
che non si deve cedere ai terroristi.
Nasce la
linea della fermezza.
Vorrei
chiederle:
che cosa
significa essere fermi?
Massimo
D'Alema: Significa,
in quella situazione, difendere le istituzioni democratiche e non riconoscere
alle Brigate Rosse il potere di condizionare le decisioni dello Stato
attraverso la violenza.
Antonio
Bruno: Questa è
una spiegazione politica.
Ma vorrei
osservarne la struttura epistemologica.
Una volta
definito il problema come difesa dello Stato democratico, alcune possibilità
diventano immediatamente inaccettabili.
La
trattativa può essere interpretata come cedimento.
La fermezza
come responsabilità.
Ma chi
propone una soluzione differente può ritenere di agire per salvare una vita
umana.
Come
possiamo stabilire se stiamo difendendo un principio oppure se abbiamo
trasformato quel principio in una distinzione che ci impedisce di osservare
altre possibilità?
Massimo
D'Alema: Era un
dilemma drammatico. Il rischio era che una concessione incoraggiasse ulteriori
azioni terroristiche.
Antonio
Bruno: Certamente.
E quel rischio non può essere cancellato.
Ma nemmeno
può essere cancellata la vita dell'ostaggio.
La questione
etica non è risolvibile con una formula.
Quando due
valori entrano in conflitto, possiamo davvero affermare che uno dei due non
esiste più?
Forse la
responsabilità consiste proprio nel riconoscere il conflitto senza nasconderlo
dietro la certezza.
4. Il governo Andreotti: quando un evento modifica il
significato di una decisione
Antonio
Bruno: Prima del
rapimento di Moro, lei e molti dirigenti della FGCI eravate profondamente
insoddisfatti della composizione del nuovo governo.
Dopo il
rapimento, il problema cambia.
Occorre
garantire immediatamente un governo al Paese.
Vorrei
domandarle:
il governo
era diventato migliore oppure erano cambiati i criteri attraverso i quali lo
giudicavate?
Massimo
D'Alema: Era
cambiata la situazione. Il giudizio politico sul governo rimaneva negativo, ma
la priorità era diventata difendere la democrazia.
Antonio
Bruno: Ecco.
Questa
distinzione è fondamentale.
Non è
necessariamente contraddittorio giudicare negativamente un governo e decidere
di sostenerlo.
Ma occorre
rendere esplicito il cambiamento dei criteri.
Altrimenti
il comportamento può apparire incoerente.
Quando
diciamo che le circostanze ci obbligano a cambiare decisione, stiamo
descrivendo un vincolo oggettivo oppure stiamo dichiarando quali valori abbiamo
scelto di privilegiare?
Massimo
D'Alema: Nel nostro
caso privilegiavamo la tenuta delle istituzioni.
Antonio
Bruno: E allora la
decisione acquista una maggiore chiarezza.
Non si
tratta di affermare che non esistessero alternative in assoluto.
Si tratta di
dire che, date le vostre valutazioni e le priorità che avevate assunto, quella
appariva la scelta più responsabile.
5. Le bandiere rosse e quelle bianche: il
riconoscimento dell'altro
Antonio
Bruno: Lei
descrive le piazze italiane nelle ore successive al rapimento.
Le bandiere
rosse del PCI e quelle bianche della Democrazia cristiana sventolano insieme.
Vorrei
soffermarmi su questa immagine.
Per decenni
quei simboli avevano rappresentato mondi politici in competizione.
E
improvvisamente appaiono uno accanto all'altro.
Che cosa era
cambiato nelle persone?
Massimo D'Alema: Si riconosceva una minaccia comune.
La difesa della democrazia diventava più importante delle differenze politiche.
Antonio
Bruno: Ecco.
Vorrei
richiamare Humberto Maturana.
La
convivenza democratica richiede il riconoscimento dell'altro come legittimo
altro.
Non
significa condividere le sue convinzioni.
Significa
riconoscere che la sua esistenza politica non deve essere eliminata affinché la
mia possa continuare.
Massimo
D'Alema: Quella
mobilitazione dimostrò che il Paese possedeva ancora una forte coscienza
democratica.
Antonio
Bruno: Ma allora
le chiedo:
perché
abbiamo bisogno di una tragedia per riconoscere la legittimità di chi non la
pensa come noi?
E ancora:
possiamo
costruire quella stessa convivenza senza aspettare che un nemico comune ci
costringa a riconoscerci?
6. Il congresso della FGCI: quando l'emergenza occupa
tutto lo spazio
Antonio
Bruno: Durante i
cinquantacinque giorni del sequestro Moro si svolge il congresso nazionale
della FGCI.
Volevate
discutere dell'autonomia dei giovani comunisti, del rapporto con i movimenti e
della riforma organizzativa.
Ma
l'emergenza terroristica travolge il programma.
Vorrei
chiederle:
che cosa
accade a una comunità quando l'urgenza diventa l'unico criterio per decidere?
Massimo
D'Alema: Le
questioni considerate meno immediate finiscono sullo sfondo. È ciò che accadde
al nostro congresso.
Antonio
Bruno: Eppure
quelle questioni non erano scomparse.
L'autonomia
della FGCI.
Il rapporto
con i giovani.
La distanza
crescente tra il PCI e una parte della società.
Tutti
problemi che continuavano a esistere.
L'emergenza
può diventare un modo attraverso il quale una comunità conserva se stessa
rinviando trasformazioni che teme di affrontare?
Massimo
D'Alema: È
possibile. Nel nostro caso, tuttavia, l'emergenza era reale e drammatica.
Antonio
Bruno: Certamente.
Non sto
negando la realtà dell'emergenza.
Sto
chiedendo come essa modifica il nostro modo di distinguere ciò che è
importante.
Perché
qualcosa può essere urgente senza essere l'unica cosa importante.
E qualcosa
può essere importante anche quando non appare urgente.
7. Nichi Vendola e Franco Giordano: perché ascoltare
chi vota contro?
Antonio
Bruno: Al
congresso viene rieletto con un consenso molto più convinto rispetto alla prima
elezione.
Soltanto
Nichi Vendola e Franco Giordano votano contro.
Lei si ferma
a parlare con loro.
Racconta di
aver sempre provato simpatia per chi aveva il coraggio di dissentire.
Vorrei
chiederle:
che cosa
desiderava conoscere attraverso quella conversazione?
Massimo
D'Alema: Le ragioni
del loro voto. Non volevo ridurre il dissenso a un gesto di ostilità personale.
Antonio
Bruno: Ecco.
Il voto
contrario è un comportamento osservabile.
Ma non ci
dice, da solo, quale esperienza abbia condotto una persona a quella decisione.
Potremmo
interpretarlo come sfiducia.
Opposizione.
Indipendenza.
Coraggio.
Oppure come
espressione di un diverso progetto politico.
Quando
trasformiamo un comportamento in un'etichetta, quante possibilità di conoscenza
perdiamo?
Massimo
D'Alema: Molte. Per
questo ritenevo importante ascoltare.
Antonio
Bruno: E forse qui
troviamo una delle condizioni della democrazia.
Non soltanto
permettere all'altro di dissentire.
Ma essere
disponibili a modificare la nostra comprensione attraverso il suo dissenso.
8. L'Avana: quando il corpo ritrova la gioia
Antonio
Bruno: Nell'agosto
del 1978 lei parte per Cuba.
L'Italia è
ancora sconvolta dall'assassinio di Moro.
All'Avana
trova migliaia di giovani, musica, incontri, feste, discussioni politiche.
Lei descrive
quell'esperienza come una liberazione dall'incubo.
Vorrei
fermarmi sul passaggio da Roma all'Avana.
Che cosa
accade al nostro corpo quando passiamo da un clima di angoscia collettiva a un
ambiente attraversato dalla festa e dalla vitalità?
Massimo
D'Alema: Fu un
cambiamento straordinario. Dopo mesi di tensione, ci ritrovammo immersi in
un'atmosfera di entusiasmo.
Antonio
Bruno: Ecco.
Non cambiano
soltanto i pensieri.
Cambiano i
ritmi.
Il sonno.
Le
conversazioni.
La
percezione del tempo.
La
disponibilità a incontrare persone nuove.
Il corpo
partecipa alla trasformazione del mondo vissuto.
La gioia può
farci riconoscere possibilità che la paura aveva reso invisibili?
Massimo
D'Alema: Credo di
sì. Quel festival ci restituì un senso di apertura.
Antonio
Bruno: E allora
vorrei chiederle:
che cosa
stavate conservando attraverso quella festa?
Forse non
soltanto un'identità politica.
Forse anche
la possibilità di sentirvi vivi dopo avere attraversato una tragedia.
9. Fidel Castro: il carisma e la costruzione
dell'autorità
Antonio
Bruno: Una notte
Fidel Castro convoca lei e gli altri dirigenti delle organizzazioni giovanili
comuniste dell'Europa occidentale.
Arriva in
uniforme, con il cinturone e la pistola.
Li posa sul
tavolo.
Poi comincia
una lunga conversazione.
Lei racconta
che Fidel era una leggenda, ma che vi colpì per la sua affabilità.
Vorrei
domandarle:
quanto della
nostra percezione di una persona dipende da ciò che sappiamo di lei prima
ancora di incontrarla?
Massimo
D'Alema: Moltissimo.
Fidel rappresentava una figura storica di enorme importanza per noi giovani
comunisti.
Antonio
Bruno: Ecco.
Prima di
incontrare Fidel, lei aveva già costruito un'immagine di Fidel.
La
rivoluzione cubana.
La Sierra
Maestra.
Il confronto
con gli Stati Uniti.
Il
comandante.
Il simbolo.
Poi incontra
una persona concreta.
La voce.
Il sorriso.
Il modo di
parlare.
Che cosa
accade quando l'essere umano reale incontra il personaggio che abbiamo
costruito nella nostra immaginazione?
Massimo
D'Alema: Scopriamo
aspetti che non conoscevamo.
Antonio
Bruno: Ma vorrei
aggiungere un'altra domanda.
L'affabilità
di un uomo potente ci permette di conoscere il modo in cui esercita il potere?
Non
necessariamente.
Una persona
può essere cordialissima nelle relazioni personali e governare attraverso
istituzioni che limitano profondamente la libertà.
Il carisma
non dimostra la legittimità.
La simpatia
non sostituisce la valutazione delle conseguenze.
Come
possiamo ammirare una persona senza rinunciare alla nostra autonomia critica?
10. L'Internazionale e l'Armata Rossa: quando i
simboli prevalgono sulle differenze
Antonio
Bruno: Durante
l'incontro con i rappresentanti sovietici, voi italiani insistete sulle
divergenze riguardanti democrazia, pluralismo e libertà.
Il clima
diventa teso.
Poi Famiano
Crucianelli propone un brindisi all'Armata Rossa cantando l'Internazionale.
La tensione
si scioglie.
Vorrei
chiederle:
come può un
simbolo che ci unisce convivere con convinzioni politiche che ci dividono
profondamente?
Massimo
D'Alema: L'Armata
Rossa e l'Internazionale richiamavano una storia che continuava a emozionarci,
nonostante le differenze con il sistema sovietico.
Antonio
Bruno: Ecco.
La nostra
identità non è necessariamente coerente in ogni sua componente.
Possiamo
criticare il presente di una comunità e continuare a sentirci legati alla sua
storia.
Ma vorrei
chiederle:
quando il
sentimento di appartenenza ci commuove, siamo ancora capaci di vedere ciò che
stiamo criticando?
Oppure
l'emozione sospende temporaneamente il giudizio?
Non
considero l'emozione un errore.
La considero
una parte essenziale dell'esperienza umana.
Ma proprio
per questo dobbiamo imparare a osservarla.
11. Demetrio Stratos: la musica che rompe le
aspettative
Antonio
Bruno: All'Avana
portate gli Area, Demetrio Stratos, Mauro Pagani, Francesco Guccini, Giovanna
Marini e altri artisti.
I cubani si
aspettano dall'Italia la musica melodica, la chitarra e il mandolino.
Arriva
invece la voce sperimentale di Demetrio Stratos.
E rimangono
affascinati.
Da uomo che
ama il canto, questo episodio mi interessa particolarmente.
Che cosa
accade quando ascoltiamo qualcosa che non corrisponde a ciò che ci aspettavamo?
Massimo
D'Alema: Possiamo
rimanere disorientati, ma anche scoprire una bellezza inattesa.
Antonio
Bruno: Ecco.
L'ascolto è
un'esperienza nella quale le aspettative possono essere confermate oppure
trasformate.
Se considero
musica soltanto ciò che già conosco, tutto il resto diventa rumore.
Ma se sono
disponibile a incontrare un'espressione nuova, posso scoprire possibilità che
prima non immaginavo.
La bellezza
appartiene all'oggetto che ascoltiamo oppure emerge nella relazione tra ciò che
ascoltiamo e la nostra storia di ascoltatori?
Non intendo
negare le caratteristiche musicali dell'opera.
Intendo
riconoscere che l'esperienza estetica non può essere ridotta alla sola
descrizione tecnica del suono.
Massimo
D'Alema: Demetrio
Stratos riuscì a sorprendere profondamente il pubblico.
Antonio
Bruno: E forse
proprio quella sorpresa fu il momento più autentico dell'incontro culturale.
12. Guido Rossa: il coraggio e la solitudine
Antonio
Bruno: Torniamo in
Italia.
Il 24
gennaio 1979 le Brigate Rosse assassinano Guido Rossa, operaio comunista
dell'Italsider di Genova.
Rossa aveva
denunciato un brigatista che distribuiva materiale terroristico in fabbrica.
Lei racconta
che era stato lasciato solo, anche dai suoi compagni.
Vorrei
fermarmi su questa solitudine.
Che cosa significa
appartenere a una comunità che condivide i nostri principi, ma non ci sostiene
quando decidiamo di metterli in pratica?
Massimo
D'Alema: Significa
vivere una contraddizione dolorosa. Guido Rossa fece ciò che riteneva giusto
anche senza il sostegno che avrebbe dovuto ricevere.
Antonio
Bruno: Ecco.
Una comunità
può proclamare valori condivisi.
Ma quei
valori acquistano significato concreto attraverso i comportamenti.
Non basta
dichiarare di difendere la democrazia.
Occorre
osservare come ci comportiamo quando difenderla comporta un rischio.
Che cosa
conservavano coloro che non sostennero Guido Rossa?
Forse la
propria sicurezza.
Forse il
timore di esporsi.
Forse la
speranza di non essere coinvolti.
Non possiamo
conoscere le motivazioni individuali senza ascoltare quelle persone.
Ma possiamo
riconoscere la contraddizione.
Quando la
paura ci impedisce di agire secondo i valori che dichiariamo, che cosa accade
alla nostra identità?
13. Ciro Principessa: la possibilità di cambiare la
propria storia
Antonio
Bruno: Poco dopo
viene assassinato Ciro Principessa, giovane militante della FGCI.
Lei racconta
una vita difficile.
La povertà.
L'emarginazione.
Un furto
commesso a diciassette anni.
Il carcere.
Poi
l'incontro con alcuni giovani comunisti e l'impegno nella biblioteca della
sezione.
Vorrei
chiederle:
quando
diciamo che una persona è cambiata, che cosa stiamo osservando?
Massimo
D'Alema: Osserviamo
un percorso differente. Ciro aveva trovato nella politica e nell'impegno
collettivo una possibilità di riscatto.
Antonio
Bruno: Ecco.
Una persona
non coincide necessariamente con ciò che ha fatto in passato.
Il passato
partecipa alla nostra storia, ma non determina in modo assoluto ogni nostra
possibilità futura.
Che cosa
rese possibile a Ciro un modo diverso di vivere?
Massimo
D'Alema: L'incontro
con altre persone, la partecipazione alla vita della sezione, la possibilità di
impegnarsi per gli altri.
Antonio
Bruno: Ecco la
dimensione relazionale del cambiamento.
Non siamo
esseri umani isolati che decidono tutto da soli.
Le relazioni
possono ampliare o restringere le nostre possibilità.
Quale mondo
emerge quando una comunità incontra una persona attraverso ciò che può
diventare, invece di identificarla definitivamente con ciò che è stata?
14. Berlinguer e la via obbligata
Antonio
Bruno: Durante il
funerale di Ciro Principessa, lei cammina accanto a Berlinguer.
Parlate
della frattura tra il PCI e i giovani.
Berlinguer
riconosce le sue ragioni, ma aggiunge che non c'erano alternative: era una via
obbligata.
Vorrei
fermarmi su questa espressione.
Che cosa significa
dire che non abbiamo alternative?
Massimo
D'Alema: Significa
ritenere che, nelle condizioni date, le altre possibilità comportassero rischi
o conseguenze peggiori.
Antonio
Bruno: Ma questa è
già una formulazione differente.
Dire che non
esistono alternative significa formulare un'affermazione sulla realtà.
Dire che non
vediamo alternative praticabili significa descrivere il nostro modo di valutare
quella realtà.
La
differenza è enorme.
Quando
diciamo «non potevo fare diversamente», stiamo descrivendo un'impossibilità
oppure stiamo proteggendo la nostra scelta dal confronto con altre possibilità?
Massimo
D'Alema: A volte può
essere un modo per giustificare retrospettivamente una decisione.
Antonio
Bruno: Ecco.
Non sto
dicendo che Berlinguer avrebbe necessariamente potuto scegliere una strada
migliore.
Sto dicendo
che la responsabilità epistemologica ci chiede di distinguere i vincoli reali
dai limiti della nostra capacità di immaginare.
15. Umberto Terracini: il dissenso che non si lascia
disciplinare
Antonio
Bruno: Arriviamo
alla campagna elettorale del 1979.
Il partito
la manda a Pisa per sostituire, di fatto, Umberto Terracini, che nei comizi
critica apertamente la linea politica del PCI.
Lei cerca di
sottrarsi all'incarico.
Non ci
riesce.
Terracini
ascolta il suo discorso e poi prende la parola.
Invece di
limitarsi a un saluto, critica per quasi un'ora le scelte del partito.
Lei racconta
che fu una lezione di vita.
Vorrei
chiederle:
che cosa
stava cercando di conservare il partito mandandola a Pisa?
Massimo
D'Alema: La propria
unità politica e la credibilità della linea ufficiale.
Antonio
Bruno: E Terracini
che cosa stava conservando?
Massimo
D'Alema: La propria
libertà di giudizio e la coerenza con la sua storia.
Antonio
Bruno: Ecco.
Due modi
differenti di conservare qualcosa.
Da una parte
l'unità organizzativa.
Dall'altra
l'autonomia critica.
Ma vorrei
chiederle:
quando una
comunità cerca di proteggere la propria unità limitando il dissenso, quale idea
di unità sta praticando?
Un'unità
costruita attraverso la conversazione?
Oppure
un'unità che richiede obbedienza?
Massimo
D'Alema: Terracini
non poteva essere messo in riga. Aveva una storia e un'autorevolezza che
rendevano assurdo quel tentativo.
Antonio
Bruno: E allora la
domanda diventa ancora più interessante.
Se
riconosciamo la libertà di dissentire a una persona perché è autorevole, siamo
disposti a riconoscere la stessa libertà anche a chi non possiede alcun
prestigio?
16. Le elezioni del 1979: la sconfitta e il linguaggio
Antonio
Bruno: Il PCI
perde circa quattro punti percentuali rispetto alle elezioni del 1976.
Lei descrive
la campagna elettorale come la ritirata di un esercito ferito.
Berlinguer
commenta che temeva un risultato peggiore.
Vorrei
chiederle:
come può lo
stesso risultato essere vissuto come una sconfitta e contemporaneamente come un
sollievo?
Massimo
D'Alema: Dipende
dalle aspettative. Avevamo perso molto consenso, ma il partito conservava una
forza elettorale importante.
Antonio
Bruno: Ecco.
La
percentuale è un dato.
La sconfitta
è un giudizio rispetto a un obiettivo.
Il sollievo
è un'esperienza rispetto a un timore.
Non dobbiamo
confondere questi tre livelli.
Ma vorrei
soffermarmi sulla metafora dell'esercito.
Quando
descriviamo gli elettori come soldati che abbandonano un esercito, quale
immagine della politica stiamo costruendo?
Massimo
D'Alema: È una
metafora che esprime il senso di una ritirata collettiva.
Antonio
Bruno: Certamente.
Ma gli
elettori non appartengono a un partito come i soldati a un esercito.
Sono
cittadini che possono cambiare orientamento.
Possiamo
vivere la perdita di consenso non soltanto come un abbandono, ma anche come
un'informazione sul modo in cui gli altri stanno valutando il nostro operato?
17. La vacanza sovietica: quando l'ospitalità diventa
prigionia
Antonio
Bruno: Lei e Giusi
venite invitati in Unione Sovietica.
Viaggiate
attraverso Sochi, l'Abcasia e la Georgia.
Poi vi
trasferiscono improvvisamente a Yalta e al campo dei pionieri di Artek.
Incontrate
Berlinguer e la sua famiglia.
Giusi dice
che siete in vacanza.
Bianca
Berlinguer risponde che loro sono prigionieri.
Vorrei
fermarmi su questa battuta.
Che
differenza c'è tra essere ospitati e sentirsi liberi?
Massimo
D'Alema:
Un'ospitalità rigidamente organizzata può diventare opprimente quando non si ha
la possibilità di decidere autonomamente.
Antonio
Bruno: Ecco.
Le
condizioni materiali possono essere eccellenti.
Gli
alberghi.
I viaggi.
Le
attenzioni.
Ma se non
posso scegliere dove andare, quando partire e come trascorrere il mio tempo,
posso vivere quelle attenzioni come una limitazione.
La libertà
consiste in ciò che gli altri ci offrono oppure nelle possibilità che
riconosciamo di poter scegliere?
Massimo
D'Alema: Direi
soprattutto nelle possibilità di scelta.
Antonio
Bruno: E allora
possiamo comprendere perché la stessa situazione venga descritta da una persona
come vacanza e da un'altra come prigionia.
Non perché
tutto sia soggettivo.
Ma perché il
vissuto della libertà dipende anche dal rapporto tra le possibilità disponibili
e quelle desiderate.
18. La Cina: il fiume di biciclette
Antonio
Bruno: Arriviamo a
Pechino, nel dicembre del 1979.
Lei racconta
di essere stato svegliato da un rumore simile a quello di un fiume.
Guarda fuori
e scopre che sono migliaia di biciclette.
Vorrei
soffermarmi su questa esperienza.
Che cosa
accade quando incontriamo un mondo che non corrisponde alle categorie attraverso
le quali siamo abituati a interpretare la realtà?
Massimo
D'Alema: Dobbiamo
modificare il nostro modo di osservare. La Cina ci apparve molto diversa
dall'Europa.
Antonio
Bruno: Ecco.
Prima sente
un rumore.
Lo
interpreta come acqua che scorre.
Poi osserva
e modifica l'interpretazione.
Questa è una
piccola ma bellissima esperienza epistemologica.
La
percezione non è una semplice copia del mondo.
È un
processo nel quale ciò che abbiamo appreso orienta ciò che riconosciamo.
Che cosa ci
permette di cambiare interpretazione quando l'esperienza contraddice la nostra
aspettativa?
Massimo
D'Alema: La
disponibilità a osservare e a correggerci.
Antonio
Bruno: E forse
questa disponibilità è una delle forme più importanti dell'intelligenza.
19. La Rivoluzione culturale: quando l'ideale
giustifica la distruzione
Antonio
Bruno: In Cina
incontrate persone segnate dalla Rivoluzione culturale.
L'interprete
era stata mandata per tre anni in un campo di rieducazione perché conosceva
lingue occidentali.
In una
fabbrica vi mostrano il punto nel quale gli artigiani avevano fermato le
Guardie rosse che volevano colpirli per il loro legame con l'arte tradizionale.
A Shanghai
incontrate ex Guardie rosse che riconoscono di aver ucciso il proprio
professore.
Vorrei
chiederle:
come può una
rivoluzione che dichiara di voler liberare gli esseri umani arrivare a
perseguitarli per ciò che sanno, insegnano o creano?
Massimo
D'Alema: Quando
l'ideologia diventa dogmatica e il dissenso viene considerato un nemico da
eliminare.
Antonio
Bruno: Ecco.
Ma vorrei
approfondire.
L'ideologia
non produce automaticamente la violenza.
La violenza
emerge attraverso comportamenti concreti, relazioni di potere, istituzioni e
decisioni.
Quale
distinzione dobbiamo compiere per arrivare a considerare una persona un
ostacolo da eliminare anziché un essere umano con il quale confrontarci?
Massimo
D'Alema: Occorre
trasformarla in un nemico, negarle una legittimità.
Antonio
Bruno: Ed è qui
che l'etica di Maturana diventa decisiva.
Quando
neghiamo l'altro come legittimo altro, rendiamo possibili relazioni nelle quali
la sua eliminazione può apparire coerente con il nostro progetto.
Possiamo
costruire una società giusta attraverso modi di agire che negano la dignità
delle persone che la compongono?
20. Il giovane Fan: educazione o normalizzazione?
Antonio
Bruno: I dirigenti
cinesi vi raccontano la storia del giovane Fan.
Era stato
una Guardia rossa.
Era finito in
carcere.
La madre
chiede di poterlo recuperare e promette di ricondurlo sulla giusta strada.
Fan diventa
un operaio produttivo e un militante responsabile.
La sua
storia viene proposta come modello nazionale.
Vorrei
chiederle:
chi
stabilisce quale sia la giusta strada?
Massimo
D'Alema: In quel
caso era il partito a definire il modello di comportamento desiderabile.
Antonio
Bruno: Ecco.
Possiamo
leggere questa storia come una possibilità di riconciliazione dopo anni di
violenza.
Ma possiamo
anche interrogarci sul significato della normalizzazione.
Il giovane
Fan è diventato libero oppure è diventato conforme alle aspettative
dell'organizzazione?
Non possiamo
rispondere senza conoscere la sua esperienza.
E proprio
questo è il problema.
La
narrazione ufficiale ci racconta ciò che Fan è diventato agli occhi del
partito.
Non ci
racconta necessariamente che cosa Fan desiderasse vivere.
Quando
definiamo riuscita un'educazione perché una persona si comporta come
desideriamo, stiamo osservando la sua crescita oppure la nostra capacità di
ottenere obbedienza?
21. Il bambino del ping pong: l'ironia come
rovesciamento del potere
Antonio
Bruno: In Cina lei
gioca a ping pong con un dirigente del Comitato centrale e vince.
Qualche
giorno dopo viene invitato a giocare con un bambino davanti a migliaia di
ragazzi.
Riesce a
fare un solo punto.
Lei
interpreta l'episodio come una vendetta cinese.
Vorrei
chiederle:
che cosa
accade quando una persona abituata a rappresentare un'autorità viene
improvvisamente messa nella condizione di perdere?
Massimo
D'Alema: In quel
caso accadde qualcosa di molto divertente. Il bambino era fortissimo e io fui
completamente sconfitto.
Antonio
Bruno: Ecco.
Il ruolo
politico non conta più.
Il prestigio
non serve.
L'esperienza
precedente non basta.
C'è soltanto
un bambino che sa giocare meglio.
La capacità
di ridere di noi stessi può liberarci, almeno per un momento,
dall'identificazione con il nostro ruolo?
Massimo
D'Alema: Credo di
sì.
Antonio
Bruno: E forse
l'ironia è una forma di conoscenza.
Ci permette
di osservare la distanza tra l'immagine che abbiamo di noi e ciò che
effettivamente accade.
22. Giusi e il libro di Tina Modotti: l'autonomia
nelle relazioni
Antonio
Bruno: Giancarlo
Pajetta invita lei e Giusi a cena.
Giusi non
viene, pensando che si tratti di un incontro politico nel quale avrebbe
soltanto assistito alla conversazione.
Pajetta se
ne dispiace e le dedica un libro fotografico di Tina Modotti, invitandola a
partecipare comunque ai viaggi del compagno.
Vorrei
chiederle:
perché una
donna dovrebbe partecipare a un incontro soltanto perché vi partecipa il suo
compagno?
Massimo
D'Alema: Giusi aveva
valutato che non fosse un'occasione interessante per lei. Pajetta, invece,
riteneva che avrebbe potuto apprezzarla.
Antonio
Bruno: Ecco.
Due modi di
interpretare la stessa possibilità.
Ma la
domanda importante è:
chi ha il
diritto di decidere che cosa costituisce un'esperienza desiderabile per Giusi?
Giusi.
Naturalmente.
Possiamo
proporre, invitare, raccontare.
Ma non
possiamo sostituire il nostro desiderio al desiderio dell'altro.
Come
possiamo amare una persona senza trasformare la nostra idea della sua felicità
in un obbligo per lei?
23. La fine della FGCI: quando il riconoscimento viene
meno
Antonio
Bruno: Nel gennaio
del 1980 termina la sua esperienza alla guida della FGCI.
A Rimini i
giovani le manifestano un affetto straordinario.
Poi il
partito non sa dove collocarla.
Il Piemonte
la vorrebbe come segretario regionale, ma Napolitano e Chiaromonte si
oppongono.
In Puglia,
invece, non la desiderano.
Vorrei
chiederle:
che cosa
accade quando una persona passa improvvisamente dall'essere riconosciuta e
desiderata al sentirsi indesiderata?
Massimo
D'Alema: Fu un
passaggio difficile. Avevo guidato la FGCI in anni molto impegnativi e mi
ritrovavo in una situazione incerta.
Antonio
Bruno: Ecco.
Il valore
personale non cambia necessariamente.
Cambiano le
relazioni nelle quali quel valore viene riconosciuto.
Se la mia
identità dipende dall'incarico che ricopro, che cosa rimane di me quando
quell'incarico finisce?
Massimo
D'Alema: È una
domanda che ogni dirigente dovrebbe porsi.
Antonio
Bruno: E non
soltanto ogni dirigente.
Ogni persona
che abbia identificato se stessa con il proprio lavoro.
Con il
prestigio.
Con il
riconoscimento.
Con il ruolo
sociale.
Perché la
fine di una funzione non coincide con la fine della persona.
24. Il padre: «Rimboccati le maniche»
Antonio
Bruno: Lei
racconta di essersi sentito come Efesto precipitato dall'Olimpo.
Dalla
Direzione del PCI alla responsabilità della propaganda in Puglia.
Suo padre le
dice che il partito è fatto così, che deve rimboccarsi le maniche e andare a
lavorare.
Vorrei
fermarmi su questa frase.
Che cosa le
stava offrendo suo padre?
Massimo
D'Alema: Un invito a
non drammatizzare, ad accettare la nuova situazione e a impegnarmi nel lavoro
che mi veniva affidato.
Antonio
Bruno: Ecco.
Ma vorrei
distinguere due possibilità.
Accettare
una situazione perché non vediamo alternative.
Oppure
riconoscere la situazione e scegliere come parteciparvi.
Sono
esperienze differenti.
Quando suo
padre le dice di rimboccarsi le maniche, la invita a obbedire oppure a
recuperare la capacità di agire?
Massimo
D'Alema: Credo
soprattutto a recuperare la capacità di agire.
Antonio
Bruno: E questa mi
sembra una distinzione decisiva.
Non possiamo
sempre scegliere le circostanze nelle quali ci troviamo.
Ma possiamo
osservare come stiamo partecipando a quelle circostanze e quali possibilità
rimangono aperte.
25. La Fiat 127 verso Bari: chi sta partendo?
Antonio
Bruno: Arriviamo
all'ultima scena.
Marzo 1980.
Lei sale
sulla sua Fiat 127 e parte per Bari.
Quattro anni
prima era stato chiamato da Berlinguer a dirigere la FGCI.
Aveva
partecipato alle grandi decisioni politiche.
Aveva
attraversato il terrorismo, la crisi della solidarietà nazionale, il confronto
con il comunismo internazionale.
Aveva
incontrato Fidel Castro.
Era stato in
Cina.
E ora parte
per la Puglia, dove non è particolarmente atteso.
Vorrei
chiederle:
chi è l'uomo
che sale su quella Fiat 127?
Massimo
D'Alema: È un uomo
che ha vissuto esperienze importanti e che deve ricominciare da una realtà
diversa.
Antonio
Bruno: Ma è lo
stesso giovane che nel 1975 entrò nella stanza di Berlinguer?
Massimo
D'Alema: Sono sempre
io, ma certamente quelle esperienze mi hanno cambiato.
Antonio
Bruno: Ecco.
Vorrei
concludere con una domanda di Maturana.
Che cosa
desiderava conservare mentre lasciava Roma per Bari?
L'appartenenza
al partito?
La
possibilità di continuare a fare politica?
La fiducia
nel proprio lavoro?
Il
riconoscimento?
Oppure
qualcosa di più profondo: la possibilità di continuare a sentirsi autore della
propria vita?
Massimo
D'Alema: Forse tutte
queste cose. Ma soprattutto desideravo continuare il mio percorso.
Antonio
Bruno: E allora
l'ultima domanda.
Se il
partito non l'avesse più riconosciuta come dirigente, avrebbe continuato a
riconoscersi come persona capace di costruire qualcosa?
Perché forse
è proprio qui che comincia una libertà diversa.
Non quella
che dipende dal ruolo che ci viene assegnato.
Ma quella
che nasce quando riconosciamo di poter continuare a vivere, scegliere e agire
anche dopo aver perduto il ruolo attraverso il quale ci eravamo abituati a
definirci.
Antonio Bruno — Riflessione conclusiva
Ho
attraversato idealmente questo capitolo cercando di osservare non soltanto gli
avvenimenti, ma i modi di vivere che emergono dalle relazioni.
Mi sono
fermato davanti a un incrocio romano che diventa tragico soltanto dopo che la
memoria lo collega al rapimento di Aldo Moro.
Ho ascoltato
una radio che interrompe le trasmissioni e trasforma una normale mattina
politica in un'esperienza collettiva di angoscia.
Ho osservato
una comunità che difende la democrazia e, nel farlo, deve affrontare il
conflitto tra principi, conseguenze e vite umane.
Ho
incontrato il coraggio solitario di Guido Rossa e la possibilità di
trasformazione rappresentata dalla vita di Ciro Principessa.
Ho visto le
bandiere rosse e bianche sventolare insieme, ricordandomi che il riconoscimento
dell'altro può emergere anche tra persone che hanno costruito identità
politiche differenti.
Ho ascoltato
la voce straordinaria di Demetrio Stratos all'Avana e ho immaginato lo stupore
di chi scopre una musica diversa da quella che si aspettava.
Ho
incontrato Fidel Castro, il fascino del carisma e la necessità di non
confondere la simpatia personale con la valutazione del potere.
Ho
attraversato la Cina e osservato quanto possa diventare pericolosa una
convinzione quando chi la sostiene smette di riconoscere l'umanità di chi
dissente.
Ho sorriso
davanti al bambino che sconfigge D'Alema a ping pong.
E infine ho
visto una Fiat 127 lasciare Roma e dirigersi verso Bari.
Ma
soprattutto ho incontrato una domanda.
Che cosa
conserviamo quando accettiamo di fare ciò che non desideravamo fare?
L'appartenenza?
La
sicurezza?
La
continuità della nostra storia?
Il
riconoscimento?
Oppure la
possibilità di continuare a vivere dentro una comunità che consideriamo
importante?
Non esiste
una risposta valida per tutti.
Per questo
l'epistemologia e la fenomenologia non devono diventare nuovi sistemi
attraverso i quali giudicare gli altri.
Devono
diventare strumenti per osservare il nostro stesso modo di osservare.
Maturana ci
invita a chiederci come facciamo ciò che facciamo.
Von Foerster
ci ricorda che l'osservatore partecipa alla costruzione delle proprie
descrizioni.
La
fenomenologia ci invita a non sostituire l'esperienza vissuta con le
spiegazioni che elaboriamo successivamente.
E l'etica ci
chiede di assumere la responsabilità delle conseguenze delle nostre azioni.
Da questo
capitolo porto con me cinque domande.
Che cosa sto
facendo?
Come faccio
quello che faccio?
Che cosa sto
cercando di conservare?
Qual è lo
scopo dello scopo?
Il mondo che
faccio emergere attraverso le mie azioni è un mondo nel quale desidero vivere
insieme agli altri?
E ne
aggiungo una sesta.
Se domani
perdessi il ruolo attraverso il quale oggi mi riconosco, continuerei a
riconoscere il valore della mia esistenza?
È una
domanda che non riguarda soltanto Massimo D'Alema.
Riguarda
ogni persona che abbia dedicato una parte importante della propria vita al
lavoro, alla politica, a un'organizzazione o a un progetto.
Perché
possiamo arrivare a confondere ciò che facciamo con ciò che siamo.
Possiamo
convincerci che il nostro valore dipenda dal riconoscimento degli altri.
E possiamo
vivere la perdita di un incarico come la perdita di noi stessi.
Ma forse
esiste un'altra possibilità.
Quella di
riconoscere che ogni esperienza vissuta partecipa alla nostra storia senza
esaurire ciò che possiamo diventare.
D'Alema
parte per Bari con una Fiat 127.
Non sa
ancora che cosa lo aspetta.
Ha perduto
una posizione centrale nella politica nazionale.
Ma non ha
perduto la possibilità di vivere e di agire.
Ed è proprio
questa la distinzione che considero più importante.
Non siamo
soltanto ciò che gli altri ci permettono di essere. Siamo anche il modo in cui
partecipiamo, responsabilmente, alle possibilità che riusciamo a riconoscere e
costruire.
Antonio Bruno
Pietro
Sesto
episodio delle conversazioni immaginarie ispirate a Eravamo comunisti di
Massimo D'Alema, Feltrinelli. Capitolo 6: «La sagoma oscura di una Renault
rossa».
La chiave epistemologica e fenomenologica
In questo
sesto episodio emerge una trasformazione che attraversa l'intero racconto:
dalla centralità del potere politico alla necessità di ricostruire il proprio
spazio di azione.
Il percorso
può essere letto attraverso quattro passaggi:
- La memoria ricostruisce il
significato: l'incrocio romano assume un significato nuovo dopo il
rapimento Moro.
- L'emergenza modifica le
possibilità percepite: la fermezza e il sostegno al governo Andreotti
vengono interpretati attraverso la necessità di difendere la democrazia.
- Le relazioni costruiscono e
limitano l'autonomia: da Terracini che rivendica il dissenso alle vittime
del terrorismo che difendono le proprie convinzioni.
- Il riconoscimento non coincide
con l'identità: la fine dell'esperienza alla FGCI non determina la fine
delle possibilità personali di D'Alema.
La domanda
che tiene insieme tutto il capitolo è:
«Quando la
vita mi porta dove non avevo scelto di andare, come posso riconoscere ciò che
desidero conservare senza rinunciare alla libertà di trasformarmi?»

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