L’UOMO CHE HA IMPARATO A SURFARE LA VITA

 


L’UOMO CHE HA IMPARATO A SURFARE LA VITA

Una riflessione nel solco del giornalismo narrativo

Antonio Bruno ha fatto un sogno. E forse, senza saperlo, ha raccontato una delle più belle metafore della libertà umana.

Era il 17 ottobre 2026. Nel sogno c'era un oceano immenso, attraversato da onde gigantesche. E c'era lui, Antonio, quasi settant'anni, su una tavola da surf, con i suoi libri.

Non aveva paura. Non cercava la riva. Non aspettava che il mare si calmasse.

Surfava.

E, soprattutto, gli piaceva.

Quando gli ho chiesto che cosa rappresentassero quelle onde, mi ha dato una risposta che meriterebbe di essere scritta sulla parete di qualche università.

«Le onde oceaniche sono i libri e tutto ciò che mi accade. È tutto questo che surfo».

Mi sono fermato a riflettere.

Perché siamo abituati a pensare alla vita come a una successione di ostacoli da superare, di problemi da risolvere, di traguardi da raggiungere. Ci insegnano che bisogna conquistare la serenità, costruire la felicità, lavorare duramente per trovare un equilibrio.

E invece quest'uomo, che ha trascorso una vita tra l'agronomia, lo studio, il lavoro, la scrittura, la musica e gli incontri, racconta qualcosa di diverso.

Non vuole dominare l'oceano.

Vuole viverlo.

E qui arriva il particolare più sorprendente.

Gli ho chiesto che cosa rappresentasse la tavola da surf.

«La mia struttura attuale», ha risposto. «La sommatoria di tutte le trasformazioni mie e delle perturbazioni nelle quali vivo».

È una risposta che avrebbe fatto sorridere Humberto Maturana, il biologo cileno che ci ha insegnato a guardare gli esseri viventi non come macchine che ricevono istruzioni dall'ambiente, ma come sistemi che si trasformano secondo la propria struttura nella storia delle interazioni.

Antonio non è un uomo che sale su una tavola per affrontare la vita.

Antonio è anche quella tavola.

È la storia di tutto ciò che ha vissuto, degli incontri che lo hanno trasformato, delle esperienze che hanno modificato il suo modo di stare al mondo.

E mentre attraversa le onde, cambia ancora.

Non c'è una versione definitiva di noi stessi.

Non c'è un Antonio Bruno concluso, terminato, finalmente arrivato.

C'è un uomo che continua a diventare ciò che è, mentre vive.

In questi giorni Antonio ha raccontato di aver ripercorso la propria infanzia, gli anni dal 1963 al 1972. Ha ritrovato suo padre, sua madre, sua sorella Daniela, i nonni, i familiari, gli amici. Ha riscoperto un sentimento d'amore che prima non aveva riconosciuto in quella forma.

Gli avvenimenti di allora non sono cambiati.

È cambiato il modo in cui oggi li vive.

Ed è una distinzione enorme.

Perché il passato non è un luogo nel quale possiamo tornare. Ma possiamo ricostruirlo nel presente, e quella ricostruzione può trasformare la nostra esperienza.

Forse è per questo che nel dipinto ispirato al sogno i libri galleggiano sulle onde, le fotografie dell'infanzia si mescolano alla schiuma, la musica attraversa il mare e le persone amate sembrano affacciarsi dall'acqua.

Non sono relitti di un naufragio.

Sono la vita che continua ad accadere.

E Antonio sorride.

Quello che mi colpisce di più è proprio quel sorriso.

Non il sorriso di chi ha vinto.

Non quello di chi ha sconfitto il dolore o ha finalmente trovato tutte le risposte.

È il sorriso di chi scopre che non deve necessariamente vincere qualcosa per essere contento di vivere.

Penso a quante volte abbiamo raccontato uomini e donne che hanno dedicato l'esistenza a conquistare una meta, sacrificando il presente in nome di un futuro migliore.

E penso a quanto sia rivoluzionaria, nella sua semplicità, l'immagine di un uomo che attraversa l'oceano senza chiedere all'oceano di diventare diverso.

Certo, ci saranno onde difficili. Ci saranno cadute, paure, dolori. Il piacere di vivere non cancella la sofferenza e non rende innocue tutte le perturbazioni.

Ma nel sogno di Antonio c'è una possibilità diversa: non fare della vita una battaglia permanente contro ciò che accade.

Lasciarsi incontrare dal mondo, accorgersi di come ci trasformiamo e scoprire, qualche volta, che questo movimento ci piace.

Mi viene in mente una domanda che Antonio continua a rivolgersi, seguendo il pensiero di Maturana e Ximena Dávila:

«Come faccio quello che faccio?».

E poi un'altra, ancora più difficile:

«Qual è lo scopo dello scopo?».

Forse quel sogno suggerisce una risposta.

Non tutto deve servire a raggiungere qualcos'altro.

Non ogni esperienza deve essere giustificata da un risultato.

Si può leggere per il piacere di leggere. Cantare per il piacere di cantare. Ricordare per il piacere di ritrovare, nel presente, un mondo di affetti. Incontrare qualcuno senza sapere anticipatamente che cosa nascerà da quell'incontro.

Si può vivere senza trasformare ogni istante in un investimento sul futuro.

E allora guardo ancora quel quadro.

Un uomo dai capelli bianchi attraversa un oceano impossibile. Intorno a lui ci sono libri, fotografie, chitarre, paesaggi, persone, storie. Sotto i piedi ha una tavola che rappresenta tutto ciò che è diventato.

Davanti a lui non c'è un traguardo.

C'è un'altra onda.

E lui sembra felice che stia arrivando.

Forse la vita larga è proprio questa: non un mare senza onde, ma una vita nella quale possiamo scoprire il piacere di surfare anche ciò che non avevamo previsto.

Antonio Bruno ha quasi settant'anni e continua a studiare, a cantare, a interrogarsi, a ricostruire la propria storia.

Ma soprattutto continua a trasformarsi.

E il suo sogno mi lascia con un pensiero che vorrei condividere con chiunque abbia cominciato a credere che il meglio della vita sia ormai alle spalle.

Non importa quante onde abbiamo attraversato.

Non importa quante volte siamo caduti.

Finché siamo vivi, l'oceano continua a muoversi.

E possiamo ancora scoprire un modo nuovo di surfare.

«Io surfo la vita. E mi piace».

Forse non è una risposta a tutte le domande dell'esistenza.

Ma è un bellissimo modo di abitarla.

Antonio Bruno Pietro — 17 ottobre 2026

 

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