Il lavoro invisibile dietro i social network e l'intelligenza artificiale
Il lavoro invisibile dietro i
social network e l'intelligenza artificiale
Appunti di Antonio Bruno ascoltando l’intervento di Daniele
Caputo - Dottorando in filosofia politica il 18 ottobre 2026 a NASCA Teatri Via
Siracusa Lecce
Dallo sfruttamento dei moderatori digitali alla
necessità di una democrazia delle piattaforme
Vorrei
cominciare con una considerazione sul luogo in cui ci troviamo questa sera.
Credo che
spazi come questo siano particolarmente importanti perché rappresentano luoghi
nei quali si costruisce una cultura condivisa, si sviluppa una coscienza
critica e si esercita una partecipazione attiva.
Per
utilizzare un'espressione di Antonio Gramsci, potremmo considerarli luoghi nei
quali si costruisce un'egemonia culturale, attraverso quella che egli definiva
una guerra di posizione.
Partecipare
a questi incontri, contribuire alla loro organizzazione, confrontarsi con gli
altri non è quindi un'attività marginale. È già un modo concreto di intervenire
nella società.
Questa sera
vorrei raccontarvi alcune storie che ci aiuteranno a comprendere meglio i
meccanismi nascosti dietro i social network e l'intelligenza artificiale.
1. Chi decide che cosa possiamo vedere sui social?
Partiamo da
una situazione che probabilmente molti di noi hanno vissuto.
Immaginiamo
di essere seduti sul divano, una sera, mentre scorriamo distrattamente la
nostra bacheca di Facebook o Instagram.
A un certo
punto compare un video particolarmente violento, razzista o offensivo.
Ci disturba
profondamente.
Che cosa
facciamo?
Apriamo il
menu con i tre puntini, segnaliamo il contenuto e chiediamo alla piattaforma di
rimuoverlo.
Quel video,
però, potrebbe aver già raccolto migliaia di visualizzazioni e interazioni.
Per
un'azienda come Meta, che trae una parte importante dei propri ricavi dalla
pubblicità, i contenuti capaci di attirare attenzione rappresentano un elemento
economicamente rilevante.
Nonostante
questo, se un contenuto viola le regole della piattaforma o la normativa
applicabile, può essere rimosso.
L'autore può
contestare la decisione e chiedere una revisione.
Nell'Unione
europea esistono specifici obblighi procedurali e possibilità di ricorso
previsti dal Digital Services Act, anche se non ogni contestazione comporta
automaticamente una revisione umana individuale.
Ma la
domanda che vorrei porvi è un'altra.
Chi sono le
persone che, ogni giorno, contribuiscono a decidere quali contenuti possiamo
vedere e quali devono essere rimossi?
Chi osserva
quei video, li analizza, li classifica e stabilisce se rispettano le regole?
È di queste
persone che voglio parlarvi.
Perché
dietro l'apparente automatismo delle piattaforme digitali esiste un mondo di
lavoro umano che spesso rimane completamente invisibile.
2. Il lato oscuro della moderazione digitale
Quando
utilizziamo Facebook o Instagram, generalmente non vediamo la parte più
violenta dei contenuti che circolano sulle piattaforme.
I sistemi di
raccomandazione e moderazione contribuiscono a selezionare ciò che compare nei
nostri spazi digitali.
Ma ogni
giorno vengono pubblicati e segnalati enormi quantitativi di immagini e video
contenenti violenza, abusi, sfruttamento sessuale e altre forme di materiale
estremamente disturbante.
Le
segnalazioni relative agli abusi sessuali sui minori, per esempio, riguardano
quantità impressionanti di materiale digitale.
Sono numeri
che rendono evidente la dimensione del problema.
Una parte di
questi contenuti viene individuata attraverso sistemi automatici.
Un'altra
parte richiede l'intervento di persone che devono esaminarli, interpretarli e
classificarli.
E qui
comincia una storia che ci porta molto lontano dai nostri telefonini.
Ci porta in
Kenya.
3. Joshua, il lavoratore che non vediamo
Immaginiamo
di arrivare a Nairobi, capitale del Kenya.
Qui
incontriamo Joshua, un giovane nigeriano che ha lasciato il proprio Paese nella
speranza di trovare un lavoro.
Vive in un quartiere
poverissimo, dove i servizi essenziali sono insufficienti e le condizioni
abitative particolarmente difficili.
Ogni mattina
si sveglia molto presto.
Prende la
bicicletta, raggiunge un punto di raccolta e sale su un mezzo privato che lo
conduce al lavoro.
Il viaggio è
lungo e costoso.
Una parte
consistente del suo stipendio serve soltanto a pagare gli spostamenti
quotidiani.
Joshua
lavora per Sama, un'azienda che ha fornito servizi digitali anche a grandi
imprese tecnologiche, tra cui Meta.
Sama impiega
lavoratori impegnati in attività differenti, tra cui l'annotazione dei dati e
la moderazione dei contenuti.
Gli
annotatori svolgono un lavoro fondamentale per lo sviluppo dei sistemi di
intelligenza artificiale.
Per esempio,
possono identificare gli oggetti presenti nelle immagini, distinguere persone e
veicoli, riconoscere segnali stradali e classificare informazioni che saranno
utilizzate per addestrare i modelli.
È un lavoro
spesso ripetitivo, poco riconosciuto e, in diversi contesti, scarsamente
retribuito.
Joshua,
però, svolge un'attività ancora più difficile.
È un
moderatore di contenuti.
Il suo
compito consiste nell'esaminare materiale che può comprendere scene di violenza
estrema, omicidi, torture, decapitazioni e abusi sessuali.
Immagini e
video che la maggior parte di noi non vorrebbe vedere neppure per pochi
secondi.
Lui deve
osservarli per ore.
Deve
comprendere ciò che accade e descriverlo secondo criteri precisi, affinché il
contenuto possa essere classificato correttamente.
E deve
ripetere questa operazione per tutta la giornata lavorativa.
4. Quando il lavoro costringe a rivivere la propria
tragedia
Accanto a
Joshua lavorano persone provenienti da Paesi differenti, selezionate anche per
le loro competenze linguistiche.
Tra queste
c'è una lavoratrice che conosce una lingua parlata in Etiopia.
È fuggita da
un territorio segnato da conflitti e violenze.
La sua
conoscenza linguistica è preziosa per l'azienda, perché permette di comprendere
contenuti audio e video che altrimenti risulterebbero difficili da
interpretare.
Ma proprio
questa competenza può trasformarsi in una fonte di sofferenza.
La
lavoratrice si ritrova a esaminare immagini che riguardano la propria comunità,
i luoghi dai quali proviene e le violenze dalle quali è fuggita.
Non osserva
semplicemente immagini lontane.
Riconosce
persone, situazioni e tragedie che appartengono alla sua storia.
Secondo la
testimonianza riportata, dopo la morte della sorella chiede di essere
trasferita a un'altra mansione, meno esposta a contenuti traumatici.
La richiesta
viene respinta.
Chiede
allora di potersi assentare per partecipare al funerale.
Anche questa
possibilità le viene negata.
Sono
racconti che pongono una questione fondamentale: quale prezzo umano siamo
disposti ad accettare affinché le piattaforme digitali continuino a funzionare?
5. Il costo psicologico di un algoritmo apparentemente
automatico
Questi
lavoratori operano spesso in grandi centri, sottoposti a controlli rigorosi e a
obiettivi di produttività particolarmente impegnativi.
Devono
analizzare i contenuti con elevati livelli di accuratezza.
Talvolta i
materiali vengono inizialmente presentati con filtri che attenuano l'impatto
visivo delle immagini.
Ma per
comprendere e classificare correttamente ciò che accade può essere necessario
rimuovere i filtri e osservare il contenuto originale.
Questo
significa esporsi ripetutamente a immagini estremamente traumatiche.
Le
testimonianze raccolte in diverse inchieste descrivono lavoratori che hanno
sviluppato attacchi di panico, disturbi del sonno, difficoltà relazionali e
sintomi riconducibili al trauma psicologico.
Alcuni
raccontano di non riuscire più a vivere serenamente la propria sessualità.
Altri
riferiscono un progressivo distacco dalla famiglia e dagli amici.
Molti
faticano persino a raccontare che cosa fanno durante la giornata.
Eppure il
loro lavoro è essenziale per il funzionamento dei servizi digitali.
Noi vediamo
una piattaforma che sembra agire automaticamente.
Dietro
quella piattaforma, invece, ci sono persone che lavorano, soffrono e sostengono
una parte del costo umano del sistema.
6. L'intelligenza artificiale non nasce dal nulla
Le grandi
aziende tecnologiche presentano spesso l'intelligenza artificiale come il
risultato di processi sempre più automatizzati.
Si parla di
sistemi capaci di apprendere autonomamente, di generare dati sintetici e di
ridurre progressivamente la necessità dell'intervento umano.
Ma la realtà
è più complessa.
L'addestramento
dei sistemi di intelligenza artificiale richiede dati, infrastrutture, energia,
competenze specialistiche e numerose attività umane.
Anche quando
alcuni processi vengono automatizzati, rimangono importanti la selezione delle
informazioni, la valutazione dei risultati, la correzione degli errori e il
controllo della qualità.
La ricerca
scientifica ha inoltre evidenziato alcuni rischi legati all'utilizzo ripetuto
di dati generati artificialmente per addestrare nuovi modelli, tra cui il
cosiddetto model collapse, ossia il progressivo deterioramento di alcune
caratteristiche dei risultati prodotti.
Questo non
dimostra che l'addestramento con dati sintetici sia sempre impossibile o che
ogni operazione richieda necessariamente una persona.
Dimostra,
però, che l'automazione non elimina automaticamente i problemi legati alla
qualità dei dati e alla supervisione dei sistemi.
E
soprattutto non dobbiamo dimenticare che dietro le tecnologie esistono filiere
produttive e lavoratori.
7. Il lavoro non scompare: spesso viene spostato
Quando parliamo
di intelligenza artificiale, una delle paure più diffuse riguarda la perdita
dei posti di lavoro.
È una
preoccupazione comprensibile.
Alcune
mansioni vengono effettivamente automatizzate, altre si trasformano e nuove
attività vengono create.
Ma c'è un
aspetto che spesso trascuriamo.
Una parte
del lavoro non scompare: viene trasferita altrove.
È ciò che è
già accaduto con la delocalizzazione industriale.
Le imprese
hanno spostato attività produttive verso Paesi nei quali il costo del lavoro
era inferiore.
Oggi
qualcosa di simile può accadere anche nell'economia digitale.
Il lavoro
necessario per sostenere i servizi utilizzati nei Paesi più ricchi viene
svolto, almeno in parte, da persone che vivono in aree economicamente più
fragili.
Con una differenza
importante.
Una fabbrica
è visibile.
Possiamo
vedere gli stabilimenti, i macchinari e gli operai.
Il lavoro
digitale, invece, può rimanere nascosto dietro un'interfaccia apparentemente
immateriale.
Per questo
il problema non riguarda soltanto la quantità di lavoro disponibile.
Riguarda
anche i salari, i diritti, la sicurezza e la distribuzione del valore economico
prodotto.
8. Ravi e le fabbriche delle interazioni
Lasciamo il
Kenya e spostiamoci in India.
Qui
incontriamo Ravi, un lavoratore impegnato in un'attività completamente diversa.
Il suo
compito consiste nel produrre contenuti digitali: scrivere commenti, pubblicare
recensioni, generare interazioni e contribuire ad aumentare artificialmente la
popolarità di determinati profili.
Esistono
organizzazioni che producono grandi quantità di interazioni artificiali,
comunemente chiamate click farm.
Immaginate
stanze piene di dispositivi elettronici e persone incaricate di mettere like,
condividere contenuti, scrivere commenti o simulare attività online.
Il risultato
è la costruzione artificiale di popolarità.
Un contenuto
può apparire molto seguito senza che tutte le interazioni corrispondano a un
interesse autentico.
Un prodotto
può sembrare apprezzato grazie a recensioni manipolate.
Un
personaggio può apparire influente attraverso una rete di profili fittizi.
Il lavoro
viene talvolta retribuito a cottimo, con compensi estremamente bassi per
ciascuna attività svolta.
Anche in
questo caso, dietro ciò che sembra un fenomeno spontaneo della comunicazione
digitale, può esserci un'organizzazione del lavoro.
9. Attenzione, pubblicità e valore economico
Perché
vengono create queste interazioni artificiali?
Perché
nell'economia delle piattaforme l'attenzione ha un valore economico.
Più tempo
trascorriamo su un servizio, maggiori possono essere le opportunità di
mostrarci pubblicità e raccogliere informazioni utili alla personalizzazione
dei contenuti.
Le aziende
possono utilizzare questi dati per migliorare i propri sistemi di
raccomandazione e rendere più efficaci le campagne pubblicitarie.
I numeri
relativi agli utenti, alle visualizzazioni e alle interazioni diventano quindi
indicatori importanti delle prestazioni economiche delle piattaforme.
Ma non tutti
i numeri raccontano la stessa realtà.
Un'interazione
autentica e una prodotta artificialmente possono apparire simili nelle
statistiche, pur avendo significati completamente differenti.
La presenza
di attività artificiali può quindi alterare la percezione della popolarità e
compromettere l'affidabilità degli indicatori.
Inoltre, una
parte delle attività che svolgiamo online può contribuire, direttamente o
indirettamente, al miglioramento dei sistemi digitali.
Pensiamo,
per esempio, ai sistemi che ci chiedono di riconoscere semafori, automobili o
altri oggetti per dimostrare di non essere robot.
Alcuni di
questi meccanismi sono stati utilizzati anche per contribuire al riconoscimento
automatico di immagini.
Non ogni
verifica CAPTCHA equivale però a un'attività di addestramento: le finalità e i
meccanismi variano da sistema a sistema.
Resta
comunque aperta una questione importante.
Quanto
valore producono le attività degli utenti e come viene distribuito il beneficio
economico che ne deriva?
10. Una grande economia costruita sull'attenzione
Le
piattaforme digitali vengono spesso valutate anche attraverso indicatori quali
il numero degli utenti, la crescita delle interazioni e la capacità di generare
ricavi.
Questi
elementi possono influenzare le aspettative degli investitori e le valutazioni
delle imprese.
Ma dobbiamo
chiederci quanto siano solidi e trasparenti i meccanismi sui quali si fondano
tali aspettative.
Se una parte
della popolarità viene costruita artificialmente, il rischio è quello di
attribuire valore economico a fenomeni che non corrispondono pienamente alla
realtà.
Non
significa che tutta l'economia digitale sia una bolla speculativa.
Significa
che dobbiamo imparare a distinguere il valore effettivamente prodotto dalle
rappresentazioni che possono amplificarlo o distorcerlo.
E dobbiamo
soprattutto domandarci chi beneficia maggiormente di questo sistema e chi ne
sostiene i costi.
11. Quali alternative abbiamo?
A questo
punto la domanda diventa inevitabile.
Come
possiamo affrontare questi problemi?
Non credo
esista una soluzione semplice.
Possiamo
certamente scegliere piattaforme differenti, cercare servizi che rispettino
maggiormente la privacy o limitare la raccolta dei nostri dati personali.
Sono scelte
importanti.
Ma non
risolvono automaticamente tutti i problemi.
Una piattaforma
che raccoglie meno dati non è necessariamente una piattaforma che garantisce
una moderazione adeguata dei contenuti.
La tutela
della privacy, la sicurezza degli utenti e la protezione dei lavoratori sono
obiettivi distinti, che devono essere affrontati insieme.
Un'altra
possibilità è rappresentata dalle cooperative di piattaforma.
Si tratta di
iniziative nelle quali i lavoratori si organizzano per gestire collettivamente
servizi digitali.
Pensiamo,
per esempio, a cooperative di autisti che sviluppano alternative alle grandi
piattaforme di trasporto.
Sono
esperienze interessanti perché propongono modelli differenti di proprietà e
distribuzione del valore.
Tuttavia
incontrano difficoltà significative.
Devono
competere con imprese che dispongono di capitali enormi, infrastrutture
consolidate e grandi capacità pubblicitarie.
Le
cooperative più piccole possono faticare a raggiungere una dimensione
economicamente sostenibile.
Quelle che
crescono devono invece affrontare il problema di conservare una gestione
realmente democratica.
Per questo
non basta cambiare la forma giuridica di un'impresa.
Occorre
interrogarsi concretamente su come vengono prese le decisioni, distribuiti i
benefici e tutelati i lavoratori.
12. Cinque proposte per trasformare le piattaforme
digitali
Credo che il
cambiamento richieda un movimento capace di coinvolgere lavoratori, utenti,
associazioni e istituzioni.
Vorrei
indicare cinque direzioni sulle quali, a mio parere, sarebbe importante
lavorare.
La prima è
costruire forme di organizzazione sindacale transnazionale.
I lavoratori
della moderazione dei contenuti in Kenya, gli annotatori dei dati in altri
Paesi e gli sviluppatori delle grandi aziende tecnologiche appartengono spesso
alla stessa filiera produttiva, pur vivendo condizioni economiche profondamente
differenti.
Metterli in
relazione significa rendere visibili queste connessioni e costruire possibilità
di tutela collettiva.
La seconda è
promuovere la mobilitazione pubblica.
Molte delle
informazioni che oggi conosciamo sulle condizioni dei lavoratori digitali sono
emerse grazie alle loro testimonianze, alle organizzazioni sindacali, ai
giornalisti e ai ricercatori.
Rendere
pubbliche queste condizioni è fondamentale per esercitare una pressione sulle
imprese e chiedere standard etici e lavorativi più elevati.
La terza è
rafforzare le regole nazionali ed europee.
Non basta
controllare ciò che avviene nella sede principale di un'azienda.
Occorre
considerare l'intera filiera produttiva, comprese le imprese esterne e i lavoratori
impiegati nei Paesi nei quali vengono delocalizzate alcune attività.
La quarta è
sostenere le cooperative e le forme alternative di organizzazione economica.
Questo
significa favorire l'accesso alle risorse, alle infrastrutture e agli strumenti
necessari affinché modelli differenti possano competere in condizioni più
equilibrate.
La quinta,
forse la più ambiziosa, è democratizzare la governance delle piattaforme.
L'obiettivo
è costruire forme di partecipazione attraverso le quali lavoratori e utenti
possano contribuire alle decisioni che riguardano il funzionamento dei servizi
digitali.
Non soltanto
consumatori che utilizzano una piattaforma.
Non soltanto
lavoratori che eseguono istruzioni.
Ma persone
che partecipano alla definizione delle regole di un ambiente nel quale
trascorrono una parte sempre più importante della propria vita.
13. Il coraggio dell'utopia concreta
Qualcuno
potrebbe considerare queste proposte utopistiche.
Forse lo
sono.
Ma credo che
non dovremmo avere paura delle utopie.
L'utopia non
deve necessariamente essere un sogno irrealizzabile.
Può
rappresentare un orizzonte verso il quale orientare le nostre azioni.
Se non
immaginiamo una società differente, difficilmente riusciremo a costruirla.
Se non
sappiamo dove vogliamo andare, non possiamo nemmeno comprendere quali
trasformazioni siano necessarie per arrivarci.
Per questo
dobbiamo conoscere i problemi, riconoscere le persone coinvolte e individuare
obiettivi concreti.
Le grandi
trasformazioni sociali non nascono soltanto dalle tecnologie.
Nascono
anche dalle persone che decidono di interrogarsi sul modo in cui quelle
tecnologie vengono progettate, utilizzate e governate.
Ed è proprio
qui che ritorniamo al significato di questo incontro.
Riunirsi,
discutere, ascoltare testimonianze e confrontare idee differenti è già una
forma di partecipazione.
Non possiamo
limitarci a osservare il mondo digitale come se fosse qualcosa di inevitabile,
sul quale non abbiamo alcuna possibilità di intervenire.
Possiamo
invece domandarci quali rapporti economici e sociali lo sostengano, quali
condizioni di lavoro produca e quali alternative sia possibile costruire.
Perché
dietro ogni algoritmo, dietro ogni piattaforma e dietro ogni sistema di
intelligenza artificiale esistono scelte umane, organizzazioni, interessi e
responsabilità.
E,
soprattutto, esistono persone.
Rendere
visibili queste persone è il primo passo per immaginare un'economia digitale
più giusta, più democratica e più umana.
Grazie.

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