L'uomo che si annoiava del mondo e perciò ne costruiva altri
L'uomo che si annoiava del
mondo e perciò ne costruiva altri
Una
riflessione letteraria su Antonio Bruno, sulla noia, sulla creazione e
sull'arte di vivere.
C'era un
uomo che aveva scoperto una cosa piuttosto singolare: il mondo, così come gli
veniva consegnato ogni mattina, non gli bastava.
Non che
fosse un brutto mondo. C'erano gli alberi, le strade, le persone, le
conversazioni, le canzoni, i libri, i ricordi. C'erano persino le istituzioni,
con i loro regolamenti, le loro procedure e quella straordinaria capacità di
rendere complicate le cose semplici.
Il problema
era che tutto questo, dopo un poco, tendeva a ripetersi.
E lui si
annoiava.
Bisogna
intendersi su questa parola.
La noia di
Antonio Bruno non era quella di chi non sa cosa fare. Era, al contrario, la
noia di chi intravede continuamente qualcosa che potrebbe essere fatto
diversamente.
Gli altri
vedevano una canzone. Lui vedeva una storia.
Gli altri
ascoltavano una voce. Lui cercava di capire quale mondo quella voce facesse
emergere.
Gli altri
guardavano un albero. Lui vedeva una specie botanica, un organismo vivente, un
paesaggio, un problema ecologico, una responsabilità civile.
Gli altri
ricordavano un amico d'infanzia. Lui tornava in una strada degli anni Sessanta,
dove due ragazzi continuavano a correre anche quando uno dei due aveva ormai
smesso di vivere.
Non era
nostalgia, o almeno non soltanto nostalgia.
Era un modo
di impedire al tempo di diventare un archivio chiuso.
Antonio
aveva compreso che il passato non esiste soltanto in ciò che è accaduto. Esiste
anche in ciò che facciamo accadere, oggi, quando lo ricordiamo.
Perciò
scriveva.
E quando
scrivere non bastava, cantava.
E quando
cantare non bastava, cercava un pittore capace di dipingere quello che aveva
immaginato.
E quando
nemmeno il quadro gli sembrava sufficiente, ricominciava a interrogare il
mondo.
Era una
fabbrica di universi che non osservava turni di riposo.
La cosa più
interessante era che Antonio non si considerava necessariamente un creatore di
mondi.
Lui diceva
di annoiarsi.
Eppure, se
qualcuno avesse potuto osservare dall'alto le sue giornate, avrebbe visto un
uomo intento a svolgere un'attività molto precisa: trasformare l'esperienza in
significato.
Una canzone
ascoltata alle sei del mattino diventava un articolo.
Un sogno
diventava un'indagine.
Un
disaccordo diventava una domanda.
Una
passeggiata diventava un'occasione per accorgersi del proprio corpo.
Un ricordo
diventava letteratura.
Un episodio
politico diventava una riflessione sulla responsabilità.
E un
semplice «mi accorgo» diventava l'inizio di un mondo nuovo.
C'era però
una differenza importante tra Antonio e gli uomini che cercano continuamente
qualcosa da fare per non incontrare se stessi.
Antonio,
almeno nei suoi momenti migliori, non fuggiva da ciò che provava.
Si fermava a
osservarlo.
Quando
sentiva rabbia, cercava di capire come la stesse producendo.
Quando
provava vergogna, si domandava quale giudizio su di sé stesse accettando.
Quando
incontrava la bellezza, non si accontentava di ammirarla: voleva sapere che
cosa accadesse dentro di lui mentre la ammirava.
Questa era
forse la sua invenzione più importante.
Aveva
scoperto che non occorre cambiare il mondo per vivere in un mondo diverso.
Talvolta basta cambiare il modo in cui lo si distingue.
Naturalmente,
non sempre ci riusciva.
A volte
pretendeva da sé una prestazione straordinaria anche quando sarebbe bastata una
buona lezione.
A volte
desiderava essere compreso da qualcuno che non poteva, o non voleva,
comprenderlo.
A volte
costruiva scenari futuri così numerosi da finire per abitare più nel possibile
che nel presente.
Ma anche
questi inconvenienti facevano parte della sua officina.
L'errore
diventava materiale.
Il
disappunto diventava osservazione.
La delusione
diventava una nuova possibilità di scelta.
E la noia?
La noia
continuava a presentarsi, puntuale, come un funzionario incaricato di
comunicargli che il mondo precedente aveva esaurito la propria capacità di
sorprenderlo.
Antonio
allora apriva un libro, prendeva la chitarra, ascoltava una canzone, formulava
una domanda o cominciava a scrivere.
Non perché
volesse fuggire dalla realtà.
Ma perché
aveva intuito che la realtà umana non è soltanto ciò che ci accade.
È anche ciò
che facciamo emergere vivendo.
Un giorno
qualcuno gli domandò:
«Ma perché
fai tutte queste cose? Hai già lavorato, hai studiato, hai insegnato, hai avuto
una vita piena. Non potresti semplicemente riposarti?»
Antonio
rifletté.
Avrebbe
potuto rispondere che amava la cultura, che era curioso, che desiderava
continuare a imparare.
Erano tutte
risposte vere.
Ma non erano
la verità più profonda.
«Perché mi
annoio», disse.
L'interlocutore
sorrise, credendo di aver capito.
Non aveva
capito.
Perché
Antonio non si annoiava della vita.
Si annoiava
delle versioni della vita che aveva già imparato a vivere.
E così ne
inventava continuamente altre.
Non per
diventare qualcun altro.
Ma per
scoprire quanti modi diversi esistessero di essere se stesso.
E forse,
proprio per questo, non aveva ancora finito di cominciare.

Commenti
Posta un commento