Anna Kuliscioff. La donna che voleva cambiare il mondo e chiedeva soltanto di essere amata

 


CONVERSAZIONI CON GLI AUTORI · 2026

Anna Kuliscioff. La donna che voleva cambiare il mondo e chiedeva soltanto di essere amata

Antonio Bruno conversa idealmente con Antonio Scurati, a partire dal capitolo dedicato ad Anna Kuliscioff nel libro Storie di donne e uomini in lotta per la democrazia (2026).

Dialogo immaginario, non un'intervista realmente avvenuta. Le risposte di Scurati sono ricostruzioni letterarie ispirate al capitolo, mentre le domande di Antonio Bruno introducono una lettura epistemologica, fenomenologica e relazionale della vicenda.

1. La ragazza che rifiutò il mondo che aveva trovato

ANTONIO BRUNO: Professore Scurati, leggendo il suo ritratto di Anna Kuliscioff, sono rimasto colpito da una circostanza. Questa ragazza arriva a Zurigo dalla Crimea nel 1871 perché nel suo Paese alle donne è proibito frequentare l'università. Cambia nome, rifiuta l'autorità paterna, frequenta gli anarchici, contesta lo zarismo. Noi oggi diciamo che era una ribelle. Ma vorrei proporle una domanda diversa: Anna si ribellava al mondo oppure semplicemente non riusciva ad abitare il mondo che gli altri consideravano naturale?

ANTONIO SCURATI (voce immaginaria): È una distinzione importante. Noi definiamo ribelle chi si oppone all'ordine esistente. Ma quell'ordine, per chi lo abita, appare spesso naturale, inevitabile, perfino giusto. Anna Kuliscioff appartiene a quella minoranza di esseri umani che non accetta questa naturalizzazione. Vede nelle istituzioni, nei costumi e nelle gerarchie qualcosa che gli uomini hanno costruito e che, proprio per questo, possono modificare.

BRUNO: Ecco, qui incontriamo un problema epistemologico. Humberto Maturana ci invita a domandarci come facciamo quello che facciamo. Anna nasce in una cultura nella quale essere donna significa non poter studiare, non poter votare, non poter decidere autonomamente della propria esistenza. Ma lei non assume quella cultura come una descrizione oggettiva della realtà. La osserva, ne riconosce i vincoli e agisce diversamente.

Mi sembra che la sua rivoluzione cominci prima dell'azione politica. Cominci nel momento in cui smette di considerare inevitabile ciò che tutti considerano inevitabile.

SCURATI: La sua intuizione coglie un aspetto fondamentale della vicenda. La rivoluzione non nasce soltanto nelle piazze. Nasce anche quando una persona mette in discussione il linguaggio con cui una società descrive se stessa. Nell'Ottocento la subordinazione femminile veniva giustificata attraverso la religione, la scienza, il diritto, la morale. Anna contesta proprio questa pretesa di trasformare un rapporto storico di potere in una legge naturale.

BRUNO: Allora potremmo dire che Anna non voleva diventare uguale agli uomini. Voleva che cessasse di esistere una cultura nella quale un essere umano aveva il potere di stabilire la legittimità dell'altro.

SCURATI: Voleva certamente l'uguaglianza dei diritti, ma anche qualcosa di più profondo: modificare le condizioni sociali e culturali che rendevano possibile la subordinazione delle donne.

2. Andrea Costa. Quando l'amore incontra il possesso

BRUNO: Arriviamo ad Andrea Costa. Qui il suo racconto cambia registro. Due giovani rivoluzionari si incontrano, si innamorano, condividono persecuzioni, carcere, esilio, ideali. Nasce Andreina. Poi qualcosa cambia.

Lei riporta una frase di Anna che mi ha colpito profondamente:

«Tu cerchi in me la femmina, non la donna».

Vorrei fermarmi qui. Perché mi sembra che in queste poche parole sia contenuto un intero universo relazionale.

SCURATI: Anna denuncia una contraddizione. Andrea Costa combatte per l'emancipazione degli oppressi, ma nella relazione sentimentale conserva convinzioni tradizionali sul ruolo femminile. La donna che condivide la sua lotta politica dovrebbe essere libera nella società, ma continua a essere considerata subordinata nella relazione privata.

BRUNO: Io vorrei osservare questa relazione senza stabilire chi abbia ragione e chi torto. Maturana direbbe che ogni essere umano agisce nell'emozione che rende possibile la sua azione.

Costa vive l'amore all'interno di una cultura nella quale l'uomo provvede e la donna riceve protezione. Anna vive una trasformazione che rende quella stessa protezione una forma di subordinazione.

Non stanno semplicemente litigando. Stanno facendo emergere due mondi differenti.

SCURATI: E quei mondi entrano in conflitto proprio perché i due si amano. Se fossero estranei, la contraddizione resterebbe teorica. Nell'intimità diventa quotidiana, concreta, dolorosa.

BRUNO: Ma c'è un altro aspetto. Lei racconta che Costa è assorbito dalla carriera politica, mentre Anna, rimasta con la figlia, sperimenta una solitudine crescente.

Mi domando se l'amore finisca davvero oppure se finisca una particolare modalità di relazione.

Noi diciamo spesso: non ci amiamo più. Ma questa è una spiegazione che diamo dopo. Ciò che accade concretamente è che smettiamo di cercarci, di ascoltarci, di condividere il tempo. Le nostre conversazioni cambiano. Cambiano i gesti. Cambia ciò che desideriamo fare insieme.

SCURATI: La corrispondenza tra Anna e Andrea consente proprio questa lettura. Non documenta un singolo evento che distrugge l'amore. Mostra un progressivo allontanamento. Lui risponde con poche parole, lei continua a scrivere lettere lunghe e appassionate. La loro relazione cambia mentre continuano a chiamarla amore.

BRUNO: E noi, leggendo, rischiamo di attribuire al passato la spiegazione che possediamo oggi.

Mi colpisce che Anna, una donna impegnata a liberare l'umanità dalle catene della tradizione, scopra quanto sia doloroso non sentirsi più indispensabile alla propria bambina quando questa smette di essere allattata.

È una contraddizione soltanto apparente.

La rivoluzionaria e la madre non sono due persone diverse. Sono la stessa donna che vive emozioni differenti in circostanze differenti.

SCURATI: È proprio ciò che rende Anna Kuliscioff così interessante dal punto di vista umano. La grandezza storica non cancella la vulnerabilità personale. Una donna può combattere contro la subordinazione femminile e, nello stesso tempo, soffrire per la trasformazione del rapporto con la figlia o per la fine di un amore.

3. L'amore non è una ricompensa

BRUNO: Vorrei approfondire un punto. Noi viviamo spesso le relazioni come se l'amore dovesse essere una ricompensa. Io ti amo, quindi tu dovresti amarmi. Io mi dedico a te, quindi tu dovresti riconoscere la mia dedizione.

Ma l'amore non funziona così.

Non possiamo produrre il desiderio dell'altro attraverso il nostro desiderio.

Anna scrive, cerca Andrea, gli domanda attenzione. Lui sembra sempre meno disponibile a incontrarla emotivamente.

Possiamo dire che Anna soffra anche perché continua ad aspettarsi una relazione che non esiste più nella forma che desidera?

SCURATI: È una possibile interpretazione. Ma dobbiamo evitare di trasformare la sofferenza di Anna in una sua responsabilità esclusiva. Il carteggio mostra anche comportamenti concreti di Costa, una distanza affettiva e una concezione dei ruoli che lei contesta. Non tutto il dolore nasce dalle aspettative individuali. Talvolta nasce da relazioni effettivamente diseguali.

BRUNO: Sono d'accordo. Non sto cercando un colpevole, nemmeno dentro Anna.

Vorrei distinguere il dolore che nasce da una circostanza dalla sofferenza che alimentiamo quando pretendiamo che quella circostanza debba essere diversa.

Posso essere triste perché una persona non mi desidera più. Ma se trasformo quella tristezza nella convinzione di non meritare amore, entro in un altro mondo.

La tristezza riguarda ciò che accade.

La svalutazione riguarda il significato che attribuisco a me stesso.

SCURATI: E questa distinzione può aiutarci a leggere la fine del rapporto tra Anna e Andrea senza ridurla a un fallimento personale. La loro relazione ha avuto una storia. Ha prodotto esperienze, una figlia, collaborazioni politiche. Poi si è trasformata. La fine dell'amore non cancella ciò che è stato vissuto.

BRUNO: Esattamente. E soprattutto non rende illegittimo nessuno dei due.

4. Filippo Turati. Essere riconosciuti nella propria interezza

BRUNO: Poi Anna incontra Filippo Turati. E il racconto ci consegna un'altra relazione, lunghissima, intellettualmente feconda, politicamente decisiva.

Mi interessa soprattutto il fatto che Anna non rinunci alla propria autonomia.

Lei studia Medicina, diventa medico, apre un ambulatorio per le donne povere di Milano.

Non chiede soltanto di essere riconosciuta come compagna di un uomo importante. Agisce nel mondo come una persona pienamente legittima.

SCURATI: Ed è significativo che la sua attività medica non sia separata dall'impegno politico. Anna comprende che la salute delle donne è legata alle condizioni economiche, al lavoro, all'alimentazione, alla maternità, all'accesso alle cure. Non considera la malattia soltanto un fatto biologico.

BRUNO: Questo mi interessa anche per la mia formazione agronomica. Quando osserviamo una pianta, non possiamo comprenderne lo stato considerando soltanto il singolo organo. Dobbiamo osservare il suolo, l'acqua, la luce, il clima, le relazioni con gli altri organismi.

Naturalmente non possiamo trasferire meccanicamente questa analogia agli esseri umani.

Ma Anna sembra comprendere che il corpo di una donna non vive separato dalle condizioni della sua esistenza.

Una sarta che lavora dodici ore al giorno, mangia poco e abita in condizioni precarie non può essere compresa soltanto attraverso una diagnosi clinica.

SCURATI: Esattamente. La sua medicina diventa una forma di conoscenza sociale. Le donne che visita non sono casi astratti. Sono persone inserite in rapporti economici e culturali precisi.

BRUNO: Ecco perché trovo straordinaria la sua capacità di passare dall'osservazione all'azione.

Non si limita a denunciare lo sfruttamento.

Cura le donne.

Parla con loro.

Fa i conti sui salari.

Contribuisce a elaborare una legge.

Mi sembra una donna che non separa il pensiero dal vivere.

SCURATI: Il capitolo mostra proprio questa continuità tra elaborazione teorica e intervento concreto. La legge del 1902 sul lavoro femminile e minorile rappresenta una tappa di questo percorso, pur con tutti i suoi limiti.

5. Il patriarcato come cultura e non come destino

BRUNO: Professore, arriviamo alla conferenza del 1890 al Circolo filologico milanese. Anna sostiene che il privilegio maschile viene difeso come se fosse naturale, perfino da uomini impegnati nelle battaglie per l'emancipazione sociale.

Vorrei proporle una lettura attraverso Maturana e Ximena Dávila.

Il patriarcato non è semplicemente un insieme di uomini che esercitano potere sulle donne. È una cultura relazionale fondata sulla competizione, sul controllo, sull'appropriazione, sulla gerarchia e sulla negazione dell'altro.

E questa cultura può essere conservata tanto dagli uomini quanto dalle donne.

SCURATI: È una prospettiva che amplia il problema. Storicamente, però, bisogna ricordare che il patriarcato si è tradotto anche in istituzioni precise: esclusione dai diritti politici, subordinazione giuridica, disuguaglianze economiche, limitazioni nell'accesso all'istruzione e alle professioni.

BRUNO: Certamente. Ma quelle istituzioni non nascono dal nulla. Emergono da modalità di convivenza che vengono conservate attraverso le generazioni.

Noi impariamo a vivere in un certo modo e, vivendo in quel modo, contribuiamo a conservarlo.

È ciò che Maturana chiamerebbe conservazione di una cultura attraverso le reti di conversazioni.

E allora mi domando: Anna Kuliscioff non stava forse cercando di modificare proprio quelle conversazioni?

SCURATI: In termini storici, possiamo dire che cercava di trasformare tanto le leggi quanto le rappresentazioni sociali della donna. La sua conferenza non chiedeva soltanto nuovi provvedimenti. Contestava l'intero sistema di giustificazioni del privilegio maschile.

BRUNO: Ed è qui che per me emerge un punto decisivo.

Se una cultura è stata appresa e conservata, può anche smettere di essere conservata.

Non dobbiamo aspettare che cambi la natura umana.

Possiamo modificare il nostro modo di convivere.

6. Il paradosso di Turati: vedere la libertà degli altri e non quella delle donne

BRUNO: C'è un episodio che mi ha sorpreso. Turati, il compagno di Anna, sostiene l'estensione del suffragio maschile, ma ritiene prematuro riconoscere il voto alle donne.

Come può un uomo impegnato per la libertà non riconoscere la medesima libertà alla donna con cui condivide la vita?

SCURATI: È una delle contraddizioni più significative del socialismo di quell'epoca. Turati è capace di riconoscere l'ingiustizia di determinati rapporti di classe, ma conserva convinzioni tradizionali sulla partecipazione politica femminile.

BRUNO: Io mi chiederei: che cosa non riesce a vedere Turati?

Perché non penso che la spiegazione sia semplicemente la sua cattiva volontà.

Noi vediamo il mondo attraverso le distinzioni che la nostra storia ci ha reso disponibili.

Turati vede l'operaio escluso dalla politica, ma non riconosce nello stesso modo la donna esclusa dalla politica.

E quando Anna gli mostra questa contraddizione, lui sembra difendere la propria posizione invece di interrogarsi sul modo in cui la produce.

SCURATI: La corrispondenza documenta un conflitto reale. Anna contesta l'argomento secondo cui le donne non sarebbero sufficientemente interessate alla politica. Fa osservare che proprio la loro esclusione secolare ha contribuito a produrre quella condizione.

BRUNO: È un circolo perfetto.

Escludo qualcuno da una possibilità.

Poi osservo che non esercita quella possibilità.

Infine utilizzo la mia osservazione per giustificare l'esclusione.

È una costruzione epistemologica che si presenta come evidenza oggettiva.

SCURATI: Ed è precisamente ciò che Anna riesce a smascherare.

7. Vedere il fascismo mentre gli altri non lo vedono

BRUNO: Nell'ultima parte del capitolo, Anna mi appare ancora più interessante.

È anziana, malata, provata dalle delusioni. Eppure comprende il pericolo fascista mentre molti suoi compagni continuano a sottovalutarlo.

Lei racconta che Anna osserva una sfilata di squadristi a Milano e ne riconosce persino la bellezza scenica, la forza, la capacità di seduzione.

Questo passaggio mi sembra straordinario.

Anna non confonde il proprio rifiuto politico del fascismo con l'incapacità di osservarne gli effetti sugli altri.

SCURATI: È uno degli aspetti più importanti della sua lucidità. Anna comprende che la violenza fascista non produce soltanto paura. Può anche attrarre, affascinare, suscitare identificazione. Riconoscere questa capacità di seduzione non significa approvarla. Significa comprendere un fenomeno che altri, proprio perché lo disprezzano, rischiano di sottovalutare.

BRUNO: Vorrei soffermarmi su questo.

Spesso crediamo che conoscere qualcosa significhi giudicarla.

Ma il giudizio può impedirci di vedere ciò che accade.

Se considero una manifestazione soltanto ripugnante, rischio di non comprendere perché migliaia di persone vi partecipino con entusiasmo.

Anna, invece, distingue ciò che osserva dal giudizio politico che ne dà.

È un atteggiamento fenomenologico di grande interesse.

SCURATI: E le consente di cogliere il pericolo prima di molti altri. La sua opposizione al fascismo non le impedisce di comprenderne alcuni meccanismi di consenso.

BRUNO: Allora potremmo dire che Anna non osserva il mondo per confermare ciò che già pensa.

Accetta di vedere anche ciò che contraddice le proprie aspettative.

SCURATI: È una chiave interpretativa plausibile, e certamente coerente con gli episodi riportati nel capitolo.

8. La donna che non vide il mondo che aveva contribuito a rendere possibile

BRUNO: Arriviamo alla fine.

Anna muore nel dicembre del 1925. Il fascismo sta consolidando la dittatura. La sua salute è compromessa. Le sue speranze politiche sembrano sconfitte.

Poi, durante il funerale, gli squadristi aggrediscono il corteo.

Mi sono domandato quale significato attribuire a questa conclusione.

Noi sappiamo che molte delle rivendicazioni per cui Anna aveva combattuto troveranno riconoscimento negli anni successivi. Lei non lo sa. Non potrà vederlo.

Ma questo significa che la sua vita sia rimasta incompiuta?

SCURATI: È il problema con cui si confronta la narrazione storica. Noi conosciamo gli sviluppi successivi e siamo tentati di leggere ogni esistenza come una preparazione al futuro. Ma Anna Kuliscioff non viveva per diventare un monumento della storia. Viveva dentro il proprio tempo, affrontando problemi concreti.

BRUNO: Esattamente.

E qui vorrei tornare alla domanda che avevamo posto parlando di Sandro Pertini: che cosa significa spendere bene una vita?

Io oggi non sono più convinto che una vita debba essere giudicata in base ai risultati raggiunti.

Anna ha amato, studiato, curato, combattuto, sofferto, desiderato, perso persone e relazioni, incontrato altre persone, costruito nuove possibilità.

Tutto questo è accaduto mentre viveva.

Non aveva bisogno di conoscere il futuro perché la sua esperienza fosse reale.

SCURATI: E tuttavia la storia ci consente di riconoscere anche le conseguenze delle sue azioni. Possiamo tenere insieme le due dimensioni: la vita vissuta nel presente e gli effetti che quella vita ha prodotto oltre la propria durata.

BRUNO: Certamente. Ma vorrei evitare che la grandezza storica ci impedisse di vedere la persona.

Perché leggendo il suo capitolo ho incontrato una donna che, pur impegnata a cambiare il mondo, soffriva quando l'uomo che amava non le rispondeva.

Una madre che provava dolore quando la bambina smetteva di cercare il suo seno.

Una medica che si commuoveva davanti alle sartine malnutrite.

Una donna che desiderava essere riconosciuta nella propria interezza.

E allora mi viene da pensare che la sua rivoluzione più profonda non fosse quella di sostituire il potere degli uomini con quello delle donne.

Fosse quella di rendere possibile una convivenza nella quale nessuno dovesse negare se stesso per essere riconosciuto dall'altro.

SCURATI: È una conclusione che appartiene alla sua lettura filosofica. La vicenda storica di Anna mostra certamente una lotta contro la subordinazione e per il riconoscimento dei diritti. La sua interpretazione aggiunge una domanda che riguarda il nostro presente: quali modalità di relazione continuiamo a conservare senza accorgercene?

9. L'ultima domanda: che cosa conserviamo?

BRUNO: Professore, vorrei concludere proprio con questa domanda.

Quando osserviamo la vita di Anna Kuliscioff, possiamo domandarci che cosa abbia cambiato.

Ma io vorrei chiedermi soprattutto: che cosa continuiamo a conservare noi, oggi, del mondo contro il quale Anna combatteva?

Perché non basta riconoscere che le donne hanno conquistato diritti che nell'Ottocento erano negati.

Possiamo vivere in una società formalmente egualitaria e continuare a costruire relazioni fondate sul possesso, sulla competizione, sulla pretesa di controllare l'altro.

Possiamo parlare di amore e pretendere obbedienza.

Possiamo parlare di libertà e non riconoscere quella della persona che ci vive accanto.

Possiamo proclamare l'uguaglianza e continuare a misurare il valore delle persone attraverso il loro ruolo, la loro utilità, la loro disponibilità a soddisfare le nostre aspettative.

SCURATI: La storia di Anna ci invita certamente a riconoscere la distanza tra i principi che proclamiamo e i comportamenti che adottiamo. Ed è una distanza che non riguarda soltanto il passato.

BRUNO: Ecco perché non vorrei chiudere questa conversazione celebrando Anna Kuliscioff.

Vorrei ringraziarla.

Non per averci consegnato un modello di vita da riprodurre.

Ma per aver reso visibile una possibilità.

Quella di non considerare inevitabile il mondo che abbiamo imparato ad abitare.

E vorrei immaginarla, per un istante, non mentre pronuncia un discorso, non mentre affronta un processo, non mentre scrive una legge.

Vorrei immaginarla seduta nel suo studio di Milano.

Ci sono libri, giornali, lettere.

Fuori, la città continua a vivere.

Qualcuno bussa alla porta.

È una donna che ha bisogno di essere ascoltata.

Anna si alza.

Apre.

E in quel gesto non c'è il futuro del socialismo, non c'è la gloria della storia, non c'è la consapevolezza di diventare un simbolo.

C'è soltanto una donna che apre la porta a un'altra donna.

Due esseri umani che si incontrano.

E mi piace pensare che, in quell'istante, Anna non stesse cercando di cambiare il mondo.

Stesse semplicemente vivendo nel mondo che, attraverso il proprio agire, contribuiva a far emergere.

SCURATI: E forse è proprio in gesti come questo che la grande storia incontra la vita quotidiana.

BRUNO: Sì. Perché il mondo non cambia soltanto quando cambiano le leggi.

Cambia anche quando cambia il nostro modo di stare insieme.

E quando riconosciamo nell'altro una persona legittima, senza chiedergli di diventare ciò che desideriamo, può emergere una forma diversa di convivenza.

Una convivenza nella quale l'amore non sia possesso.

La libertà non sia concessione.

E la dignità non debba essere conquistata ogni giorno contro qualcuno.

Antonio Bruno

Conversazione immaginaria con Antonio Scurati, ispirata al capitolo dedicato ad Anna Kuliscioff in Storie di donne e uomini in lotta per la democrazia (2026).

Una lettura che intreccia la vicenda storica di Anna Kuliscioff con l'epistemologia di Humberto Maturana, la biologia culturale di Ximena Dávila, la fenomenologia dell'esperienza vissuta e la domanda sullo scopo delle nostre azioni.

La domanda che rimane: non soltanto che cosa vogliamo cambiare del mondo, ma che cosa conserviamo, ogni giorno, attraverso il modo in cui viviamo e ci relazioniamo.

 

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