Oggi ascolto Francamente – Binari

 


Oggi ascolto Francamente – Binari

Il desiderio che corre dove l'amore non arriva

Ci sono persone che ci desiderano accanto, ma non tra le loro braccia. E ci sono amori che non cominciano mai, eppure riescono a consumare un'esistenza. Francamente, con una canzone sospesa tra elettronica e cantautorato, racconta una delle più dolorose asimmetrie dei sentimenti: desiderare qualcuno che ci vuole bene, ma non ci vuole.

Il desiderio irrefrenabile. Spasmodico. Ossessivo.

Quello che ti prende alla gola, ti accompagna mentre lavori, ti sveglia di notte, si infila nei pensieri quando stai facendo tutt'altro. Quello che ti fa riconoscere una persona dal rumore dei passi, che ti fa aspettare un messaggio come si aspetta una sentenza, che trasforma un incontro casuale nell'avvenimento più importante della giornata.

Chi non l'ha mai provato forse farà fatica a capire di cosa sto parlando.

Chi invece l'ha conosciuto, ascoltando Binari di Francamente, probabilmente riconoscerà qualcosa di sé. E forse proverà persino un po' di vergogna nel ritrovarsi così precisamente raccontato.

Francamente è il nome d'arte di Francesca Siano, una cantautrice che possiede una qualità sempre più rara: sa raccontare le emozioni senza addomesticarle, senza renderle necessariamente presentabili, senza preoccuparsi di apparire ragionevole.

Perché il desiderio, quando diventa totalizzante, ragionevole non lo è affatto.

E questa canzone ha il coraggio di dirlo.

Racconta una donna che desidera un'altra donna. La desidera fisicamente, prima ancora che sentimentalmente. Vuole toccarla, baciarla, attraversare con il proprio corpo quella distanza che le parole non riescono ad annullare.

Dall'altra parte, però, c'è una persona che la vuole nella propria vita, ma in un modo diverso.

Vuole incontrarla, parlarle, trascorrere del tempo insieme. Vuole la sua compagnia, forse il suo affetto, certamente la sua amicizia.

Ed è proprio qui che comincia la tragedia.

Non una tragedia clamorosa, di quelle che finiscono sui giornali. Una tragedia quotidiana, silenziosa, che si consuma nei bar, nelle passeggiate, nelle telefonate, davanti a un bicchiere di vino.

Perché quando desideri qualcuno con tutto te stesso, fare l'amico può diventare una delle forme più dolorose di vicinanza.

Naturalmente l'amicizia è una cosa bellissima. Ma lo è quando entrambi la vivono come tale.

Quando invece uno dei due desidera un'intimità che l'altro non vuole, quella stessa amicizia rischia di trasformarsi in una stanza dalla quale non si riesce a uscire.

Si resta lì, nella speranza che qualcosa cambi.

Si interpreta una carezza, uno sguardo, una confidenza. Si attribuisce un significato speciale a una telefonata arrivata tardi. Si cercano segnali dove forse ci sono soltanto gesti di affetto.

E intanto si continua a desiderare.

C'è un passaggio, in Binari, che arriva con la precisione di una lama: «Sei solo un'amica».

Quattro parole.

Per chi le pronuncia possono rappresentare una dichiarazione limpida, persino affettuosa. Un modo onesto di definire il rapporto.

Per chi le ascolta, dopo aver immaginato un bacio, un abbraccio, una notte insieme, possono diventare una porta che si chiude.

E la cosa più difficile da accettare è che nessuno ha necessariamente fatto qualcosa di male.

Non ha colpa chi non desidera.

Non ha colpa neppure chi desidera.

La sofferenza nasce dal fatto che due persone, pur trovandosi nello stesso luogo e nello stesso momento, abitano due relazioni differenti.

Una vive un'amicizia.

L'altra vive un amore possibile soltanto nella propria immaginazione.

Ed è una condizione che conosco, che riconosco, sulla quale mi sono interrogato molte volte.

Credo che in certe circostanze sia meglio andarsene.

Non per punire l'altra persona. Non per farla sentire in colpa. E nemmeno nella speranza che la nostra assenza le faccia finalmente capire quanto siamo importanti.

Semplicemente perché restare può significare continuare a farsi male.

C'è anche un pensiero che raramente si ha il coraggio di confessare.

Prima o poi quella persona potrebbe innamorarsi di qualcun altro.

Qualcun altro la toccherà, la bacerà, farà l'amore con lei. Vivrà quella vicinanza che noi abbiamo immaginato mille volte senza poterla conoscere.

E magari sarà proprio a noi che verrà a raccontarlo.

Perché siamo amici.

E gli amici si raccontano queste cose.

Pensate alla crudeltà involontaria di una situazione del genere. Ascoltare la felicità della persona che desideriamo e scoprire che quella felicità ha il volto, le mani, il corpo di qualcun altro.

Sorridere mentre dentro qualcosa si spezza.

Ecco perché penso che, quando l'amicizia diventa il luogo in cui si alimenta una speranza senza reciprocità, prendere distanza possa essere un atto di rispetto. Verso l'altra persona, che non deve sentirsi obbligata a ricambiare, e verso noi stessi, che non dobbiamo restare prigionieri dell'attesa.

Ma torniamo alla musica.

Perché Francamente questa storia non la racconta con una ballata disperata, con un pianoforte che sottolinea ogni ferita o con un crescendo orchestrale studiato per farci commuovere.

La racconta attraverso un'elettronica morbida, avvolgente, quasi ipnotica.

La produzione, realizzata con Goedi, Diego Montinaro, costruisce un paesaggio sonoro nel quale il cantautorato pop incontra una sensibilità elettronica che sembra guardare anche verso il Nord Europa.

I suoni non invadono la voce. Le lasciano spazio.

I battiti elettronici procedono con regolarità, mentre le armonie creano una sensazione di sospensione. C'è movimento, ma non necessariamente una destinazione.

Ed è proprio questa, secondo me, l'intuizione musicale più interessante.

I binari sono fatti per portare da qualche parte.

Due linee parallele che attraversano città, campagne, stazioni, confini. Corrono insieme, mantengono la stessa distanza, sembrano inseparabili.

Ma non si incontrano.

Non è forse questa l'immagine perfetta di una relazione asimmetrica?

Due persone possono percorrere lunghi tratti della vita una accanto all'altra, condividere luoghi, esperienze, ricordi, perfino un'intimità emotiva profondissima.

E tuttavia non incontrarsi mai nel desiderio.

La musica accompagna questa contraddizione. Il ritmo avanza, la voce si muove, il ritornello restituisce una sensazione di velocità. Ma il movimento non risolve nulla.

Si continua a viaggiare.

Si continua a desiderare.

Si continua a immaginare.

Anche il titolo dell'album, Bitte Leben, con quel richiamo linguistico al mondo mitteleuropeo, sembra inserirsi in un universo espressivo nel quale la fragilità dei sentimenti convive con un linguaggio musicale contemporaneo, essenziale, lontano dalle convenzioni della canzone sentimentale più prevedibile.

Mi colpisce soprattutto che Francamente non cerchi di nobilitare il desiderio trasformandolo necessariamente in amore eterno.

Il corpo è presente.

Il bisogno fisico è dichiarato.

C'è la voglia di avvicinarsi, di toccare, di entrare nella vita dell'altra persona anche attraverso la pelle.

Ed è importante che una canzone lo racconti senza vergogna.

Per troppo tempo abbiamo imparato a considerare il desiderio fisico come qualcosa da giustificare attraverso sentimenti più elevati, quasi che il corpo avesse bisogno di chiedere permesso all'anima.

Ma siamo esseri umani interi.

Desideriamo con il corpo, con la memoria, con l'immaginazione, con tutto quello che siamo.

E qualche volta il desiderio non trova risposta.

È doloroso, certo. Ma non è una colpa, né una ragione per pretendere che l'altro cambi.

Ascoltando Binari penso anche a una cosa che ho imparato osservando le persone e ascoltando le loro storie: spesso non soffriamo soltanto per ciò che non abbiamo vissuto. Soffriamo per tutto quello che abbiamo immaginato di poter vivere.

Le passeggiate che non abbiamo fatto.

I risvegli che non ci sono stati.

Le mani che non abbiamo stretto.

I baci che esistono soltanto nella nostra testa.

Costruiamo intere biografie sentimentali con qualcuno che, nel frattempo, sta vivendo una storia completamente diversa dalla nostra.

E quando ce ne accorgiamo, dobbiamo salutare non soltanto una persona, ma anche il futuro che avevamo inventato insieme a lei.

È un lutto senza funerale.

Nessuno viene a consolarci perché, ufficialmente, non è finito niente.

Non eravamo una coppia.

Non ci siamo lasciati.

Non abbiamo divorziato.

Eppure qualcosa è finito davvero.

Forse è proprio questo che rende Binari una canzone capace di andare oltre la vicenda che racconta.

Perché non parla soltanto di un desiderio non corrisposto. Parla della distanza che può esistere tra ciò che sentiamo e ciò che accade.

E di quanto sia difficile accettare che l'altra persona abbia il diritto di non abitare il mondo che abbiamo costruito per lei.

Alla fine, però, c'è una possibilità.

Scendere dal treno.

Non perché il viaggio sia stato inutile. Non perché il desiderio debba essere cancellato o rinnegato. Ma perché continuare a percorrere gli stessi binari, aspettando che si incontrino, significa chiedere alla geometria di compiere un miracolo.

Francamente canta questa impossibilità con una voce che non cerca di imporsi sul dolore.

Lo attraversa.

E io, ascoltandola oggi, penso a tutte le persone che almeno una volta hanno accettato di essere chiamate amiche mentre avrebbero voluto essere chiamate amore.

A quelle che sono rimaste.

A quelle che hanno trovato il coraggio di andare via.

E a quelle che ancora aspettano, su una banchina, un treno che non arriverà.

Perché a volte la libertà non consiste nel riuscire finalmente ad avere la persona che desideriamo.

Consiste nel riconoscere che possiamo desiderarla senza dover sacrificare la nostra vita a quel desiderio.

E forse è proprio allora che i binari smettono di essere una prigione.

E tornano a essere una strada.

Antonio Bruno

Oggi ascolto – Francamente, «Binari»

 

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