La fiera della domenica dopo Pasqua a San Cesario risale a prima del 1600
La fera te la stiddrha risale a prima del 1600
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| Il testo redatto da Ottorino Forcignanò per la mostra fotografica "Paese mio" |
Ottorino Forcignanò ieri sera durante la presentazione della
mostra fotografica “Paese mio” ha affermato che da sue ricerche storiche nell’archivio
della Chiesa ha letto in una delle visite pastorali del 1600 di una fiera che
si celebrava da tempo immemore nello spazio accanto alla Chiesa di Sant’Elia. Tale fiera
era esente da dazi e quindi i prodotti avevano prezzi molto vantaggiosi tanto
da consentire alle persone di fare gli acquisti di quanto occorreva alla casa
per tutto l’anno.
Inoltre nello scritto di Ottorino Forcignanò che è stato
esposto nella cappella del palazzo ducale, che è sede della mostra fotografica,
si legge:
Nel solco di una storia di paese è anche l'inserimento della
mostra all'interno di una festa, o meglio, di una fiera, quella di San Giuseppe
della “Stiddrha" o del Paniere:
un'altra storia secolare, fatta di esenzione dal dazio, di
artigianato, di vendita di terraglie, sedie, utensili e campanelle. Ma anche di
tradizioni popolari.
Ad essa, infatti, era legata la consuetudine che, la prima
domenica dopo Pasqua, i ragazzi di San Cesario offrissero alle rispettive
fidanzate il "paniere" con il cuore di cupeta. Era un desiderato
segno di affettuosa attenzione anche perché le ragazze, la domenica precedente,
avevano offerto loro la puddrhica pasquale. Si racconta che un anno, tuttavia,
una ragazza dimenticò di offrire la puddhica al fidanzato. Il ragazzo ne rimase
amareggiato, ma continuò a frequentarla, come se nulla fosse accaduto. Giunse
così la festa di San Giuseppe e il ragazzo si presentò alla fidanzata con la medesima
tranquillità di sempre, ma...senza paniere. La zzita, poco alla volta cominciò
ad imbronciarsi, divenendo sempre più scura, ma non osava confessare il perché.
Il ragazzo fingeva stupore per l'atteggiamento sempre più cupo e incalzava
risposte. Ma lei, sempre più nera e sempre più cupa. Alla sera. finalmente il
ragazzo sbottò:
"Beddrha pè mie Pasca inne e passu
Pè tie nu fiaccu San
Giseppu llucescìu!
Ca quiddrhu ca ieu eru ieri, tie si osce
ieu senza puddrhica tie senza panieri! "
le mie ricerche su internet mi hanno fatto arrivare a
questo testo che precisa cosa siano le puddriche e lu panieri.
Un uovo custodito nel grembo di una bambolina, oppure in un
cestino intrecciato e puntellato di zuccherini. Sembra una fiaba. Ed un po’ lo
è. Perché è una sapienza antica che si perde nella memoria del Salento. E’ la
cuddhura, un dolce pane pasquale, tipico
del Salento realizzato in forme diverse, le più gettonate: “lu core” (il cuore)
, “lu caddhuzzu” (il galletto), “la pupa” (la bambina) e “lu panareddhu” (il cestino).
Diffusissime le versioni con l’uovo sodo al centro che
localmente vengono chiamate cuddhura cu l’oe (cuddura con l’uovo), puddhica cu
l’oe (puddica con l’uovo),pupu cu l’ovu (bambino con l’uovo), ma anche le
colombe, i pulcini, gli agnelli, le trecce riscuotono grande successo nelle
cucine del Salento.
Le cuddhure rimandano alle vecchie tradizioni, quando ancora
non esistevano le uova di cioccolata, ma solo quelle sode poste al centro del
semplice dolce. Le nonne salentine
preparavano in casa i cestini e i galletti per i nipotini e le ‘pupe’ ed i
cuori per le nipotine, che il giorno di Pasquetta, finalmente potevano
assaggiare il dolce pane pasquale e sbucciarne
l’ovetto sodo contenuto.
La tradizione narra la leggenda della “cuddhrura” anche come
dolce dell’amore, che anticamente veniva consumato il giorno di Pasqua e che
gli innamorati si scambiavano: “la pupa” all’innamorata, “lu caddhruzzu” al
promesso sposo.


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