La fiera della domenica dopo Pasqua a San Cesario risale a prima del 1600

La fera te la stiddrha risale a prima del 1600
Il testo redatto da Ottorino Forcignanò per la mostra fotografica "Paese mio"

Ottorino Forcignanò ieri sera durante la presentazione della mostra fotografica “Paese mio” ha affermato che da sue ricerche storiche nell’archivio della Chiesa ha letto in una delle visite pastorali del 1600 di una fiera che si celebrava da tempo immemore nello spazio accanto alla Chiesa di Sant’Elia. Tale fiera era esente da dazi e quindi i prodotti avevano prezzi molto vantaggiosi tanto da consentire alle persone di fare gli acquisti di quanto occorreva alla casa per tutto l’anno.
Inoltre nello scritto di Ottorino Forcignanò che è stato esposto nella cappella del palazzo ducale, che è sede della mostra fotografica, si legge:
Nel solco di una storia di paese è anche l'inserimento della mostra all'interno di una festa, o meglio, di una fiera, quella di San Giuseppe della “Stiddrha" o del Paniere:
un'altra storia secolare, fatta di esenzione dal dazio, di artigianato, di vendita di terraglie, sedie, utensili e campanelle. Ma anche di tradizioni popolari.
Ad essa, infatti, era legata la consuetudine che, la prima domenica dopo Pasqua, i ragazzi di San Cesario offrissero alle rispettive fidanzate il "paniere" con il cuore di cupeta. Era un desiderato segno di affettuosa attenzione anche perché le ragazze, la domenica precedente, avevano offerto loro la puddrhica pasquale. Si racconta che un anno, tuttavia, una ragazza dimenticò di offrire la puddhica al fidanzato. Il ragazzo ne rimase amareggiato, ma continuò a frequentarla, come se nulla fosse accaduto. Giunse così la festa di San Giuseppe e il ragazzo si presentò alla fidanzata con la medesima tranquillità di sempre, ma...senza paniere. La zzita, poco alla volta cominciò ad imbronciarsi, divenendo sempre più scura, ma non osava confessare il perché. Il ragazzo fingeva stupore per l'atteggiamento sempre più cupo e incalzava risposte. Ma lei, sempre più nera e sempre più cupa. Alla sera. finalmente il ragazzo sbottò:
"Beddrha pè mie Pasca inne e passu
 Pè tie nu fiaccu San Giseppu llucescìu!
Ca quiddrhu ca ieu eru ieri, tie si osce
ieu senza puddrhica tie senza panieri! "
 
Ottorino Forcignanò mentre presenta la mostra"Paese mio"  inaugurata Venerdì 1 aprile 2016
le mie ricerche su internet mi hanno fatto arrivare a questo testo che precisa cosa siano le puddriche e lu panieri.
Un uovo custodito nel grembo di una bambolina, oppure in un cestino intrecciato e puntellato di zuccherini. Sembra una fiaba. Ed un po’ lo è. Perché è una sapienza antica che si perde nella memoria del Salento. E’ la cuddhura, un dolce  pane pasquale, tipico del Salento realizzato in forme diverse, le più gettonate: “lu core” (il cuore) , “lu caddhuzzu” (il galletto), “la pupa” (la bambina) e  “lu panareddhu” (il cestino).
Diffusissime le versioni con l’uovo sodo al centro che localmente vengono chiamate cuddhura cu l’oe (cuddura con l’uovo), puddhica cu l’oe (puddica con l’uovo),pupu cu l’ovu (bambino con l’uovo), ma anche le colombe, i pulcini, gli agnelli, le trecce riscuotono grande successo nelle cucine del Salento.

Le cuddhure rimandano alle vecchie tradizioni, quando ancora non esistevano le uova di cioccolata, ma solo quelle sode poste al centro del semplice dolce.  Le nonne salentine preparavano in casa  i cestini  e i galletti per i nipotini e le ‘pupe’ ed i cuori per le nipotine, che il giorno di Pasquetta, finalmente potevano assaggiare il dolce  pane pasquale  e sbucciarne  l’ovetto sodo contenuto.

La tradizione narra la leggenda della “cuddhrura” anche come dolce dell’amore, che anticamente veniva consumato il giorno di Pasqua e che gli innamorati si scambiavano: “la pupa” all’innamorata, “lu caddhruzzu” al promesso sposo.

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