Mesciu Osvaldu Mazzotta lu ferraru (Osvaldo Mazzotta)
Osvaldo Mazzotta lu ferraru te mera a calvariu.
Sarà l'età, sarà la lenta, inesorabile, mutazione genetica
che oltre a modificare l'aspetto fisico influisce notevolmente anche sui
neuroni, ma quando ho visto i lavori in corso, allu semafaru te subbra a
calvariu, alla putèa te Mesciu ' Osvaldu, ho provato una sensazione
indecifrabile, qualcosa che aveva a che fare con la malinconia, lo sconforto,
la resa! La putèa non c'era più! Al suo posto una bella nuova struttura destinata
probabilmente a garage o negozio. Mi sono fermato e, pur comprendendo le
ragioni di quella ristrutturazione, mi si è disegnato sulla bocca un sorriso
amaro e ho cercato di ripercorrere a ritroso il tempo in cui quella piccola
bottega, di pomeriggio, brulicava di amici intorno a un tavolino improvvisato,
un mazzo di carte nere di fuliggine, l'immancabile birra ghiacciata, e giù
partite all'ultima scopa, risate, discussioni, rievocazioni. Già, di
pomeriggio! Poiché di mattina Mesciu Osvaldu si dedicava a quella che era una
vera e propria arte: lu ferraru!
Potevi sentire i suoi colpi decisi sull'incudine appena
girai l'angulu te la strata te le scale; se ti affacciavi, in un ambiente
affumicato, nero, lo potevi scorgere nella controluce che creava una piccola
porta che dava in un piccolo giardino, da cui si intravedeva un'improbabile
prèula: nero, pure lui! Sotto l'immancabile basco gli si accendevano subito due
enormi occhi, montati su un viso dai tratti decisi.
I raggi di luce che filtravano da un finestrino in alto,
erano densi, e creavano uno strano effetto, rendevano quella piccola bottega un
luogo magico e, complice la forgia, il fuoco, e i ferri roventi, sembrava di
trovarsi in un antro infernale! La sua specialità erano gli attrezzi agricoli:
non c'era contadino, prima della meccanizzazione, che non portasse a
riparare`na zappa, 'na zappetta, sarchiùddhra, o 'nu ratapiellu oppure
"l'ombre" (vomere) te l'aràtu o te l'aratìnu a cui rifare il filo
azzarisciàtu (rendere acciaioso il ferro) o sostituire “lu mmargiàle” Mesciu
Osvaldu era il mago te la forgia, ncùdine e martièddhru e quando quegli
utensili caddero in disuso, egli seppe rigenerarsi, dedicandosi prevalentemente
ad attrezzi utilizzati nel campo dell'edilizia: fu la volta di frabbecatùri,
piastrellìsti,'ntonecaturi che iniziarono ad affidare alle sue "cure"
martièddhri, scarpièddhri, zzappùni, mmannàre varie (te tàju, te stònecu, te
leccisu)...
Il titolo di mèsciu se l'era guadagnato sul campo e, ne sono
convinto, ne andava fiero, contrariamente a molti artigiani, oggi, che
preferiscono autodefinirsi modernamente "imprenditori" ignorando,
probabilmente, che nel loro caso "fare impresa" è molto più riduttivo
di essere mèsci cioè "maestri" della propria "arte"!
Per essere mèsci ci vuole talento e Mesciu Osvaldu ne aveva
da vendere, come tanti altri, ad esempio Mesciu Albinu, storico ciabattino
(scarpàru), principe te li menzetti e subbratàcchi! (ma questa è un'altra
storia).
Mesciu Osvaldu e quel luogo magico che era la sua bottega
non ci sono più, e noi che ostentiamo pomposamente benessere e agiatezza, dovremmo
onestamente sentirci culturalmente un po' più poveri!










Commenti
Posta un commento