Antonio Bruno conversa con Nichi Vendola
Antonio Bruno conversa con
Nichi Vendola
Un'indagine
epistemologica e fenomenologica su Il vizio della ferocia (Laterza, ottobre
2026)
La domanda
che attraversa il libro: come può una società arrivare a considerare normale la
disumanizzazione dell'altro, pur continuando a definirsi democratica e civile?
Antonio
Bruno interroga Nichi Vendola attraverso l'epistemologia della conoscenza, la
fenomenologia dell'esperienza vissuta e il pensiero di Humberto Maturana,
Francisco Varela, Gregory Bateson e Hannah Arendt.
Nota di
metodo: la conversazione che segue è una ricostruzione letteraria e filosofica
immaginaria. Le risposte attribuite a Nichi Vendola sono elaborate a partire
dalle tesi del libro, non sono dichiarazioni effettivamente rilasciate
dall'autore. Le domande di Antonio Bruno introducono anche prospettive critiche
che non coincidono necessariamente con quelle di Vendola.
I. Le parole non descrivono soltanto il mondo: lo
costruiscono
Antonio
Bruno: Nichi, comincio dall'introduzione. Tu sostieni che la disumanizzazione
si realizzi anche attraverso il linguaggio. È una questione che mi interessa
profondamente perché Humberto Maturana sostiene che la realtà umana si
costituisce nelle conversazioni. Noi non utilizziamo semplicemente le parole
per descrivere un mondo già fatto. Attraverso il linguaggio partecipiamo alla
costruzione dei mondi nei quali viviamo.
Ti domando:
la ferocia è una proprietà dell'essere umano oppure è un modo di vivere che si
conserva e si riproduce attraverso determinate reti di conversazioni?
Nichi
Vendola (risposta immaginata): Antonio, questa domanda ci porta al cuore del
libro.
Io non
considero la ferocia un destino biologico dell'umanità. Se fosse un destino,
dovremmo arrenderci. La considero una possibilità storica, politica, culturale.
Una possibilità che diventa sistema quando trova istituzioni capaci di
organizzarla, interessi capaci di finanziarla e parole capaci di renderla
accettabile.
Pensa a ciò
che accade quando un essere umano smette di essere riconosciuto nella sua
singolarità e diventa un problema amministrativo. La sua sofferenza non
scompare, ma scompare dal campo della nostra responsabilità.
Ecco perché
le parole hanno un potere così grande. Non perché producano da sole la
violenza, ma perché possono predisporre le coscienze ad accettarla.
Antonio
Bruno: Allora introduco una distinzione epistemologica. Un conto è affermare
che il linguaggio contribuisce a costruire la realtà sociale; un altro è
sostenere che la determina.
Se la realtà
nasce nella relazione, non dobbiamo forse riconoscere che ogni conversazione è
un processo nel quale i partecipanti si modificano reciprocamente? Anche chi
pronuncia parole disumanizzanti è immerso in una storia di relazioni.
Come
possiamo comprendere quel processo senza limitarci a condannarne il risultato?
Nichi
Vendola: È una distinzione essenziale. Comprendere non significa assolvere.
Dobbiamo
ricostruire le condizioni nelle quali certe parole diventano plausibili,
persino rassicuranti. La paura, l'insicurezza, la perdita di status, il bisogno
di appartenenza non sono invenzioni della propaganda. Sono esperienze reali.
Il potere
autoritario interviene su quelle esperienze, le interpreta, le orienta, assegna
loro un nemico.
La questione
politica, dunque, non consiste soltanto nello smascherare una menzogna.
Consiste nel comprendere come quella menzogna sia diventata, per qualcuno, una
verità vissuta.
Antonio
Bruno: Ecco il primo punto di incontro tra epistemologia e fenomenologia: per
comprendere una convinzione non basta verificarne il contenuto. Occorre
interrogare anche l'esperienza attraverso la quale quella convinzione è
diventata significativa.
II. Il fascismo nasce da un ventre sociale
Antonio
Bruno: Nel primo capitolo, Il ventre e il mostro, rifiuti di interpretare il
fascismo come un'anomalia incarnata esclusivamente da un capo. Sostieni che
abbia condizioni sociali, economiche e culturali di possibilità.
Mi viene in
mente Gregory Bateson: il comportamento di un elemento non si comprende
isolandolo dalla rete delle relazioni nella quale emerge.
Ma allora ti
domando: non rischiamo, attribuendo la genesi del fascismo al sistema, di
attenuare la responsabilità individuale?
Nichi
Vendola: No, purché distinguiamo la spiegazione dalla giustificazione.
Il capo conserva
la responsabilità delle proprie decisioni. Ma non possiamo spiegare la sua
ascesa ignorando chi lo sostiene, chi lo finanzia, chi lo legittima e chi
sceglie di non opporsi.
La
responsabilità non scompare quando riconosciamo la complessità. Si distribuisce
su più livelli.
Il fascismo
storico non fu soltanto la volontà di Mussolini. Fu anche la paura delle classi
possidenti, la violenza squadrista, l'abdicazione delle istituzioni liberali,
la partecipazione di settori della società.
Antonio Bruno:
Ti pongo allora un problema di metodo.
Quando
utilizziamo il fascismo come categoria interpretativa del presente, quali
condizioni devono essere soddisfatte perché il confronto sia scientificamente
fondato?
Altrimenti
rischiamo di riconoscere come fascismo qualsiasi fenomeno politico che ci
appare autoritario, discriminatorio o semplicemente contrario alle nostre
convinzioni.
Nichi
Vendola: La tua obiezione è necessaria.
Non ogni
conservatorismo è fascismo. Non ogni nazionalismo riproduce il fascismo
storico. E neppure ogni politica repressiva basta, da sola, a dimostrare
l'esistenza di un regime fascista.
Occorre
osservare le configurazioni: la costruzione sistematica del nemico, il culto
del comando, la delegittimazione del pluralismo, la normalizzazione della
violenza politica, l'erosione delle garanzie democratiche.
E
soprattutto occorre distinguere analogie, continuità storiche e differenze.
Antonio
Bruno: Dunque una buona epistemologia dell'antifascismo deve essere capace
anche di riconoscere ciò che non è fascismo.
Nichi
Vendola: Esattamente. Se una categoria spiega tutto, finisce per non spiegare
più nulla.
III. La fenomenologia dell'obbedienza: perché
desideriamo qualcuno che comandi?
Antonio
Bruno: Nel capitolo Il piacere dell'obbedienza affronti un problema che trovo
decisivo. Noi siamo abituati a pensare all'obbedienza come a qualcosa che viene
imposto. Ma tu suggerisci che possa diventare desiderabile.
Vorrei
comprenderne l'esperienza vissuta. Che cosa prova una persona quando rinuncia
alla propria autonomia e affida a un altro il compito di decidere?
Nichi
Vendola: Può provare sollievo, Antonio.
La libertà
comporta responsabilità, incertezza, conflitto. Il comando promette di
alleggerire questo peso.
L'autoritarismo
non si alimenta soltanto della paura di essere puniti. Può alimentarsi del
piacere di appartenere, della rassicurazione di sapere chi ha ragione e chi ha
torto, della sensazione di partecipare a qualcosa di più grande di sé.
L'obbedienza
può essere vissuta come una liberazione dalla fatica di scegliere.
Antonio
Bruno: Qui entra in gioco Erich Fromm con la sua riflessione sulla fuga dalla
libertà.
Ma vorrei
introdurre anche Maturana. Se l'amore è il dominio relazionale nel quale
l'altro emerge come legittimo altro nella convivenza, l'obbedienza autoritaria
sembrerebbe appartenere a un dominio emotivo differente.
La mia
domanda è questa: una persona può sentirsi amata proprio mentre viene dominata?
Nichi
Vendola: Certamente può accadere.
Una
relazione di dominio può presentarsi come protezione, appartenenza,
riconoscimento. Chi domina può convincere l'altro che l'obbedienza sia una
dimostrazione d'amore.
Ma dobbiamo
distinguere il vissuto soggettivo dalla struttura della relazione.
Sentirsi
protetti non significa necessariamente essere liberi.
Antonio
Bruno: E tuttavia la distinzione non può essere stabilita soltanto
dall'osservatore esterno. Dobbiamo ascoltare chi vive quella relazione.
Forse il
criterio fenomenologico è domandare: in questa relazione posso manifestarmi per
ciò che sono, dissentire, cambiare idea, dire di no senza perdere la mia
legittimità?
Nichi
Vendola: È una domanda che vale per le relazioni intime e per quelle politiche.
Una comunità
democratica non pretende che i suoi membri rinuncino alla propria voce per
essere riconosciuti.
IV. Il corpo: il luogo nel quale il potere diventa
esperienza
Antonio
Bruno: Attraverso i capitoli dedicati alla persecuzione degli ebrei, dei rom e
sinti, delle persone omosessuali e delle persone con disabilità, il tuo libro
mostra come la disumanizzazione si traduca in pratiche rivolte ai corpi.
Poi affronti
maschilismo, patriarcato ed eteronormatività.
Vorrei
chiederti: che cosa aggiunge la fenomenologia del corpo a una ricostruzione
storica e politica?
Nichi
Vendola: Aggiunge la persona.
La storia
può ricostruire una legge persecutoria, una deportazione, un apparato
repressivo. Ma dobbiamo anche domandarci che cosa significhi vivere sapendo che
il proprio corpo è considerato illegittimo.
Che cosa
significa avere paura di essere riconosciuti? Di manifestare il proprio
desiderio? Di attraversare uno spazio pubblico?
La
persecuzione non comincia necessariamente con l'arresto. Può cominciare quando
una persona modifica spontaneamente il proprio comportamento per sottrarsi allo
sguardo degli altri.
Antonio
Bruno: È la dimensione dell'esperienza vissuta che Merleau-Ponty ci invita a
considerare. Il corpo non è semplicemente un oggetto nel mondo. È il nostro
modo di essere nel mondo.
Quando il
potere disciplina un corpo, modifica anche il campo delle sue possibilità.
Ma ti
chiedo: come evitare che l'identità della vittima diventi una nuova categoria
che finisce per oscurare la singolarità della persona?
Nichi
Vendola: Restituendole una storia, una voce, un desiderio, una capacità di
agire.
La vittima
non è soltanto qualcuno che ha subito una violenza. È una persona la cui
esistenza eccede la violenza subita.
La politica
dell'emancipazione deve ricordarlo, altrimenti rischia di ridurre l'essere
umano alla sua ferita.
Antonio
Bruno: Allora riconoscere l'altro non significa soltanto difenderlo. Significa
consentirgli di esistere senza dover continuamente giustificare la propria
esistenza.
V. La democrazia può sopravvivere senza conversazione?
Antonio
Bruno: Nelle sezioni Povera patria e L'eclissi della democrazia analizzi lo
Stato penale, la sorveglianza, la tecnocrazia e la subordinazione della
politica alle logiche economiche.
Vorrei
interrogare il tuo ragionamento partendo dalla mia esperienza nelle
istituzioni.
Un'organizzazione
può possedere regole formalmente corrette e tuttavia produrre relazioni
profondamente autoritarie. Può avere organigrammi, procedure, regolamenti e
perdere completamente la capacità di ascoltare.
È possibile
che la democrazia muoia nelle relazioni prima ancora che nelle istituzioni?
Nichi
Vendola: Sì, ed è una delle possibilità più inquietanti.
Una
democrazia può conservare elezioni, parlamenti, tribunali e perdere
progressivamente la sostanza della partecipazione.
Accade
quando i cittadini vengono trattati come destinatari passivi delle decisioni.
Quando il conflitto viene considerato un disturbo. Quando la competenza tecnica
diventa un argomento per sottrarre le scelte alla discussione pubblica.
La
democrazia non è soltanto un sistema di procedure. È anche una cultura del
limite e del riconoscimento reciproco.
Antonio
Bruno: Ma dobbiamo stare attenti a non contrapporre competenza e democrazia.
La
conoscenza scientifica pone vincoli alle decisioni. Non possiamo decidere
democraticamente che una determinata legge fisica non esista.
Il problema
epistemologico è distinguere ciò che sappiamo da ciò che scegliamo.
Nichi
Vendola: Concordo. Il sapere tecnico deve contribuire alla decisione, non
sostituirsi alla deliberazione politica.
Lo
scienziato può spiegare le conseguenze probabili di una scelta. Ma decidere
quali conseguenze siamo disposti ad accettare comporta un giudizio di valore.
Antonio
Bruno: Allora possiamo formulare un criterio: una democrazia matura deve
rendere pubbliche le conoscenze, esplicite le incertezze e discutibili le
scelte.
Quando
invece una decisione politica viene presentata come l'unica soluzione
tecnicamente possibile, il dissenso rischia di diventare irrazionalità per
definizione.
Nichi
Vendola: E questo è precisamente il pericolo: trasformare la necessità
dichiarata in una forma di comando.
VI. Il controllo invisibile: quando la sorveglianza
diventa autocensura
Antonio
Bruno: Nel capitolo Sorveglianza, militarizzazione, sovranità richiami Michel
Foucault e il Panopticon.
La cosa che
mi colpisce è che il controllo possa funzionare anche quando nessuno ci sta
effettivamente osservando. Basta credere di poter essere osservati.
Fenomenologicamente,
che cosa accade alla persona?
Nichi
Vendola: Lo sguardo del potere viene interiorizzato.
La persona
comincia a sorvegliare sé stessa. Anticipa il giudizio, corregge il
comportamento, rinuncia a dire qualcosa prima ancora che qualcuno glielo
proibisca.
Il controllo
diventa una disposizione abituale.
Antonio
Bruno: Mi interessa la differenza tra responsabilità e autocensura.
Io posso
scegliere di non dire qualcosa perché considero le conseguenze delle mie
parole. Oppure posso tacere perché temo di non essere accettato.
Esteriormente
il comportamento è identico. Interiormente sono esperienze radicalmente
diverse.
Come può la
politica distinguere questi due fenomeni?
Nichi
Vendola: Non può farlo osservando soltanto il comportamento.
Deve creare
condizioni nelle quali le persone possano parlare senza essere umiliate,
intimidite o punite per il semplice fatto di dissentire.
Antonio
Bruno: Dunque il grado di libertà di una comunità non si misura soltanto
contando quante persone parlano. Dovremmo anche domandarci quante tacciono
perché hanno paura.
VII. La ferocia e il problema della conoscenza: come
sappiamo ciò che crediamo di sapere?
Antonio
Bruno: Arriviamo a una questione che considero il cuore epistemologico del
nostro incontro.
Nel libro
ricostruisci legami tra fascismo storico, colonialismo, capitalismo,
militarizzazione e nuove forme di autoritarismo.
La tua è una
lettura storica fortemente orientata da una prospettiva critica del
capitalismo.
Ma come
distingui una spiegazione robusta da una teoria che seleziona soprattutto gli
eventi capaci di confermarla?
Nichi
Vendola: La domanda è legittima.
Ogni
interpretazione storica parte da interrogativi e categorie. Nessuno osserva il
passato da un punto di vista completamente neutrale.
Ma questo
non significa che tutte le interpretazioni abbiano lo stesso valore.
Una
ricostruzione deve confrontarsi con documenti, testimonianze, dati,
interpretazioni alternative. Deve essere disponibile a correggersi.
Antonio
Bruno: Ti porto allora verso Heinz von Foerster e l'epistemologia del secondo
ordine.
L'osservatore
non è esterno al mondo che descrive. Quando osserva, opera distinzioni. E
quelle distinzioni dipendono anche dalla sua storia.
Perciò
vorrei chiederti: quale parte di Nichi Vendola entra nell'osservazione della
ferocia?
Nichi
Vendola: Entra la mia storia politica, certamente. Entrano le mie esperienze, i
miei incontri, la mia sensibilità verso chi subisce esclusione e
discriminazione.
Non pretendo
di essere una macchina neutrale.
Ma la
consapevolezza della propria posizione non deve diventare una licenza per
ignorare i fatti.
Antonio
Bruno: Esattamente. L'osservatore responsabile non è colui che pretende di non
avere un punto di vista. È colui che rende visibili i criteri attraverso i
quali osserva.
Vorrei
allora proporre tre domande da rivolgere a ogni interpretazione del tuo libro.
Quali fatti
la sostengono? Quali osservazioni potrebbero metterla in discussione? Quali
altre spiegazioni sono compatibili con gli stessi fatti?
Nichi
Vendola: Sono domande che una cultura critica dovrebbe rivolgere anche a sé
stessa.
Antonio
Bruno: È qui che distinguo la fedeltà a un ideale dalla fedeltà a una
spiegazione. Posso restare fedele alla dignità umana e contemporaneamente
correggere le mie teorie sulle cause della sua negazione.
VIII. Gaza, la guerra e il problema della
responsabilità morale
Antonio Bruno:
Nel capitolo dedicato a Gaza e in diversi altri passaggi affronti la guerra
come processo di disumanizzazione.
La tua
posizione è netta. Ma vorrei introdurre una difficoltà filosofica.
Quando
denunciamo una violenza, come possiamo impedire che la nostra stessa
indignazione trasformi chi la esercita in un essere umano radicalmente diverso
da noi?
Non
rischiamo di ricreare quella distinzione assoluta tra buoni e cattivi che
critichiamo?
Nichi
Vendola: La condanna delle azioni non deve comportare la negazione dell'umanità
di chi le compie.
Possiamo e
dobbiamo distinguere responsabilità, ruoli, decisioni, contesti e conseguenze.
Riconoscere
l'umanità di una persona non significa sospendere il giudizio sui suoi atti.
Antonio
Bruno: Per me questa distinzione è fondamentale.
Maturana mi
offre un criterio relazionale: riconoscere l'altro come legittimo altro non
significa approvare qualsiasi comportamento.
Possiamo
opporci a un'azione, impedirla, giudicarla, senza negare la dignità di chi la
compie.
Ma ti pongo
una domanda ancora più difficile: come si costruisce una pace che non sia
semplicemente la vittoria morale di una parte sull'altra?
Nichi
Vendola: Attraverso il riconoscimento dei diritti, la responsabilità per le
violazioni, la tutela delle popolazioni e la costruzione di istituzioni capaci
di regolare i conflitti.
Non basta
chiedere che le armi tacciano se rimangono intatte le condizioni
dell'oppressione.
Antonio
Bruno: E non basta neppure invocare la giustizia senza costruire le condizioni
della convivenza.
La pace,
allora, non può essere soltanto un risultato diplomatico. Deve diventare una
pratica relazionale.
IX. L'intelligenza artificiale: chi costruirà il mondo
che abiteremo?
Antonio
Bruno: Nel capitolo conclusivo, Disertare, affronti anche l'intelligenza
artificiale e il problema della concentrazione del potere tecnologico.
Io utilizzo
un'intelligenza artificiale.
È un fatto
interessante: uno strumento che può essere impiegato per la sorveglianza e la
manipolazione può anche servire al proprio lavoro.
Come
possiamo valutare una tecnologia senza attribuirle una natura morale
indipendente dai suoi usi?
Nichi
Vendola: Dobbiamo domandarci chi la controlla, per quali finalità viene sviluppata,
chi ne riceve i benefici e chi ne sopporta i costi.
Una
tecnologia non esiste fuori dalle relazioni economiche e politiche che la
rendono possibile.
Il problema
non è soltanto ciò che può fare. È chi decide ciò che deve fare.
Antonio Bruno:
Aggiungerei una dimensione epistemologica.
L'intelligenza
artificiale può produrre risposte estremamente persuasive, ma la persuasività
non garantisce la verità.
Può
rafforzare i pregiudizi dell'utente, simulare competenza, rendere
apparentemente certe conclusioni che sono soltanto probabili.
Come evitare
che diventi un nuovo dispositivo di obbedienza?
Nichi
Vendola: Promuovendo alfabetizzazione critica, trasparenza, controllo
democratico e possibilità di contestazione.
Antonio
Bruno: E mantenendo la responsabilità dell'osservatore umano.
Non delegare
alla macchina il compito di decidere ciò che dobbiamo considerare vero, giusto
o desiderabile.
X. Disertare: il rifiuto della ferocia come scelta
esistenziale
Antonio
Bruno: Il libro si conclude con Disertare.
La parola mi
interessa moltissimo. Tu la utilizzi per proporre un rifiuto del paradigma
della guerra, non soltanto della partecipazione materiale a un conflitto.
Vorrei
tradurla in termini fenomenologici.
Che cosa
accade a un essere umano nell'istante in cui smette di obbedire a una
narrazione che fino a quel momento aveva considerato inevitabile?
Nichi
Vendola: Può accadere che scopra una possibilità.
Il potere
autoritario ha bisogno di presentare le proprie decisioni come necessarie. Non
ci sarebbe alternativa. Non si potrebbe fare diversamente.
La
diserzione comincia quando qualcuno interrompe questa apparente inevitabilità.
Antonio
Bruno: Hannah Arendt ci ricorda l'importanza del pensiero e del giudizio
personale.
Ma io vorrei
andare ancora oltre.
Disertare
potrebbe significare abbandonare un modo di vivere fondato sul controllo, sul
giudizio continuo, sulla necessità di avere ragione.
Non soltanto
rifiutare la ferocia degli altri, ma riconoscere quella che può manifestarsi
nelle nostre relazioni quotidiane.
Nichi
Vendola: Questa sarebbe una diserzione radicale.
Non
basterebbe cambiare schieramento. Bisognerebbe modificare il modo di stare con
gli altri.
Antonio
Bruno: È proprio ciò che intendo.
Io posso
essere contrario all'autoritarismo nella politica e comportarmi
autoritariamente nella mia famiglia. Posso difendere pubblicamente la libertà e
non sopportare che un amico mi contraddica. Posso parlare di rispetto e
utilizzare il dileggio per affermare una superiorità.
Se non
osservo queste contraddizioni, la mia conoscenza rimane incompleta.
Nichi
Vendola: E la politica rischia di diventare una rappresentazione della virtù
anziché una pratica di trasformazione.
Antonio
Bruno: Vorrei allora concludere con una domanda.
Se il vizio
della ferocia nasce anche dall'incapacità di riconoscere l'altro nella sua
legittimità, possiamo pensare che l'antidoto non sia semplicemente la bontà, ma
la capacità di vivere nella differenza senza trasformarla in una minaccia?
Nichi
Vendola: È una formulazione che accoglierei come una possibile direzione.
La
differenza non deve necessariamente diventare gerarchia. Il conflitto non deve
necessariamente diventare annientamento. La paura non deve necessariamente
diventare odio.
La storia
non ci garantisce nulla. Ma proprio per questo la responsabilità delle nostre
scelte è così grande.
Antonio
Bruno: Allora, Nichi, credo di aver compreso ciò che più mi interessa del tuo
libro.
Non mi basta
sapere come nasce la ferocia. Voglio comprendere come possiamo smettere di riprodurla.
E forse la
risposta comincia da qualcosa di molto semplice: osservare come tratto la
persona che ho davanti quando non pensa, non desidera e non vive come me.
XI. Antonio Bruno: una riflessione conclusiva
La
conversazione immaginaria mette in luce una distinzione importante.
Il libro di
Vendola è prevalentemente una ricostruzione storico-politica e una denuncia
morale delle forme di disumanizzazione. La prospettiva epistemologica e
fenomenologica che abbiamo introdotto permette di approfondirne i presupposti,
ma anche di sottoporli a verifica critica.
Dimensione
epistemologica
Come
conosciamo la ferocia? Quali distinzioni utilizziamo? Quali prove sostengono le
nostre interpretazioni? In che modo la posizione dell'osservatore condiziona la
conoscenza?
Dimensione
fenomenologica
Come vengono
vissute la paura, l'obbedienza, la discriminazione, la libertà e il
riconoscimento? Che cosa accade nel corpo e nell'esperienza soggettiva?
Dimensione
relazionale
Quali reti
di conversazioni conservano la ferocia? Quali nuove pratiche di convivenza
possono interromperne la riproduzione?
La tesi
originale che emerge dalle mie domande è questa:
La ferocia
non è soltanto ciò che alcuni esseri umani fanno ad altri. È anche una
possibilità relazionale che dobbiamo imparare a riconoscere nelle nostre
conversazioni, nelle istituzioni e nelle abitudini quotidiane.
Il libro di
Vendola invita a riconoscere i dispositivi storici e politici della
disumanizzazione. Il contributo di Maturana e dell'epistemologia dell'osservatore
introduce un'ulteriore responsabilità: riconoscere come noi stessi
partecipiamo, talvolta inconsapevolmente, alla conservazione o alla
trasformazione dei mondi nei quali viviamo.
La domanda
conclusiva non è soltanto quale società vogliamo costruire?
È anche
quale modo di stare con gli altri stiamo già costruendo, in questo preciso
momento?
Base
testuale: Il vizio della ferocia, Nichi Vendola, Editori Laterza, 2026, con
particolare riferimento all'Introduzione, ai capitoli 1, 14–19 e 33. Le riflessioni
fenomenologiche e i collegamenti con Maturana, Bateson, von Foerster e gli
altri autori sono sviluppi interpretativi della conversazione, non
necessariamente tesi espresse da Vendola.

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