24 agosto 2026: la fuga
24 agosto 2026: la fuga
Oggi, durante la notte, devono essere fuggiti tutti, non sappiamo verso dove
né per quale ragione, forse qualcuno aveva annunciato un colpo di Stato, forse
si era sparsa la voce che l’autunno sarebbe arrivato all’alba, con il suo carico
di scarpe chiuse, sveglie puntate e doveri rimandati abbastanza.
I parcheggi, che fino a ieri sembravano campi di battaglia, offrivano posti
a chiunque volesse occuparli, e sulla spiaggia gli ombrelloni chiusi restavano
in piedi come sentinelle abbandonate da un esercito in ritirata.
Sono tornati tutti in città, dissero.
Non è umano tornare in città mentre il caldo imperversa e le acque tiepide
del grande lago salato continuano a spalancare le braccia, aspettando corpi che
non arriveranno.
Ma gli uomini fanno questo, corrono come se fossero eterni, e forse proprio
perché sanno di non esserlo. Corrono verso luoghi nei quali non desiderano
andare, per compiere azioni che non avrebbero mai scelto spontaneamente,
soltanto perché qualcuno, un giorno, ha detto loro che così si deve fare.
Lontano comparve una vela.
Più vicino, un uomo avanzava in equilibrio sulla tavola, come se avesse
finalmente trovato il modo di attraversare il mondo senza possederlo. Sulla
riva un bambino scavava con la paletta e riempiva il secchiello di sabbia, lo
svuotava e ricominciava, ignaro che anche gli adulti trascorrono la vita
facendo la stessa cosa, solo che chiamano lavoro ciò che mettono nel secchiello
e successo il momento in cui lo rovesciano.
Il tempo intanto scorreva, ma senza fretta.
Si ripiegava sopra se stesso, identico e differente, come il mare che
restituisce sempre la stessa onda e non restituisce mai la medesima acqua.

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