La festa che mi era dovuta
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La festa che mi era dovuta
Compio diciott’anni.
Mia madre apre la porta,
mio padre le rimane accanto.
Accolgono il mondo
come si accoglie una stagione buona
dopo averne atteso a lungo il raccolto.
Non c’è vergogna nei loro gesti.
Nessuna voce si spezza.
La casa non teme di essere guardata.
Mio padre posa una mano sulla mia spalla,
mia madre sorride agli invitati:
— Questo è nostro figlio.
E in quelle quattro parole
non sono più soltanto il ragazzo
che cerca una via per andarsene.
Sono il frutto riconosciuto,
il nome pronunciato con orgoglio,
la parte migliore della loro vita.
Daniela e Maria Rosaria ridono
nel cerchio bianco di un lampione.
Dalla sala viene il profumo del pane,
delle vivande preparate,
della cura diventata festa.
Tutti sono benvenuti.
Persino io.
E finalmente comprendo
che una famiglia può essere questo:
due persone sulla soglia
che non ti chiedono di nasconderti,
ma ti presentano al mondo
come una meraviglia.
Da qualche parte si rompe un bicchiere.
Nessuno si adira.
Mia madre continua a sorridere,
mio padre stringe ancora la mia spalla.
Ho diciott’anni.
La notte è appena cominciata.
E la luce che vedo sulla tavola
non viene dal lampadario:
sono io,
riflesso per la prima volta
negli occhi felici dei miei genitori.
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