Conversazione tra Antonio Bruno e Humberto Maturana Epigenesi del razionale e del vissuto
Conversazione tra Antonio Bruno e Humberto Maturana Epigenesi del razionale e del vissuto
Antonio
Bruno: Humberto,
leggendo queste pagine mi è venuta una domanda molto semplice. Io vivo
qualcosa, la sento. Poi provo a raccontarla, a ragionarci sopra, a
comprenderla. Il ragionamento che faccio dopo è la stessa cosa di ciò che ho
vissuto?
Humberto
Maturana: No,
Antonio. Ed è proprio qui che nasce una distinzione fondamentale. Il vissuto
e il razionale appartengono a domini differenti, anche se nella nostra
corporeità sono continuamente intrecciati.
Antonio: Facciamo un esempio concreto.
Maturana: Ascolti una musica.
Antonio: E provo qualcosa.
Maturana: Esattamente. Puoi sentire
leggerezza, nostalgia, gioia, inquietudine. Poi dici: «Questa musica mi rende
felice».
Antonio: Le parole descrivono quello che
sento?
Maturana: Non propriamente. Lo evocano.
L'esperienza musicale appartiene al dominio del tuo sentire; le parole
appartengono al dominio relazionale del linguaggiare. Quando racconti quella
musica, non trasferisci il tuo sentire nelle parole: attraverso le parole
generi coordinazioni che possono evocare nell'altro un vissuto.
Antonio: Quindi quando dico a qualcuno:
«Devi ascoltare questo pezzo, è meraviglioso», lui può capire ciò che dico, ma
non può sentire esattamente ciò che sento io.
Maturana: Proprio così. Può immaginare di
comprenderti perché possiede una propria storia di esperienze che gli permette
di evocare qualcosa di simile. Ma non può dichiarare identico il proprio
vissuto al tuo.
Antonio: Questo spiega una cosa che mi
capita spesso. A volte cerco di raccontare un'esperienza e, mentre parlo,
penso: «No, non è questo. Le parole non riescono a dirlo».
Maturana: Perché stai chiedendo al linguaggio
qualcosa che il linguaggio non fa. Il linguaggio non è un contenitore dentro il
quale metti il tuo sentire per consegnarlo a un'altra persona.
Antonio: E allora che cosa fa?
Maturana: Coordina il convivere. Quando
parliamo di esperienze intime, il linguaggiare può evocare coordinazioni di
sentire, ma non descrive il sentire come se fosse un oggetto.
Antonio: Allora anche la famosa domanda «che
rapporto c'è tra mente e corpo?» potrebbe essere mal posta?
Maturana: Sì. Perché prima separiamo
analiticamente qualcosa che nel vivere accade come una totalità e poi ci
chiediamo come ricomporlo.
Antonio: Siamo noi a creare il problema?
Maturana: In questo senso, sì. Corpo e mente,
corpo e anima, corpo e spirito vengono distinti in domini differenti. Poi ci
domandiamo attraverso quale misterioso ponte possano comunicare.
Antonio: Ma la persona non vive così.
Maturana: No. La persona vive come totalità
nell'unità ecologica organismo-nicchia. La domanda sulla ricongiunzione compare
dopo la frammentazione analitica.
Antonio: Quindi io non sono un corpo che
possiede una mente.
Maturana: Sei una persona che vive. E,
osservandoti, puoi distinguere aspetti corporei, sensoriali, emozionali,
relazionali, razionali. Sono distinzioni legittime e spesso utilissime, purché
tu non trasformi ciò che hai distinto in entità indipendenti dimenticando la totalità
dalla quale sei partito.
Antonio: Arriviamo allora al punto che mi
interessa maggiormente. Il vissuto.
Maturana: Il vissuto è ciò che senti vivendo.
Antonio: Prima della spiegazione?
Maturana: Non necessariamente prima in senso
cronologico. Piuttosto, appartiene a un altro dominio. Tu puoi
contemporaneamente sentire, agire, parlare e riflettere.
Antonio: Però posso osservare ricorsivamente
quello che mi sta accadendo.
Maturana: Certamente.
Antonio: Per esempio: «Adesso sento
disagio».
Maturana: Sì.
Antonio: Poi: «Che cosa sta accadendo mentre
sento questo disagio?»
Maturana: Ed eccoti nella riflessione.
Antonio: Poi posso chiedermi: «Voglio
continuare a vivere questa situazione?»
Maturana: Ed eccoti davanti alla possibilità
della scelta.
Antonio: Quindi la riflessione non cancella
il vissuto.
Maturana: Al contrario: può permetterti di vederlo.
Antonio: Questa mi sembra una distinzione
decisiva.
Maturana: Lo è. Il problema nasce quando il
ragionamento pretende di sostituire il sentire. Puoi costruire
un'argomentazione perfettamente coerente per spiegarti perché dovresti essere
felice e continuare comunque a sentire malessere.
Antonio: Il ragionamento non ordina al
sentire che cosa deve provare.
Maturana: Esatto. Ma può aprire uno spazio
riflessivo nel quale osservi ciò che senti e ciò che fai.
Antonio: In altre parole: non devo
dimostrare a me stesso che quello che sento è giusto.
Maturana: Prima ancora di giudicarlo, puoi
osservarlo.
Antonio: «Questo è ciò che sento adesso.»
Maturana: Sì.
Antonio: «Questo è ciò che sto facendo
mentre lo sento.»
Maturana: Sì.
Antonio: «Questa è la relazione nella quale
lo sto vivendo.»
Maturana: Esattamente. Nel testo questo movimento
viene condensato magnificamente nell'intreccio fra ciò che sento, ciò che
metto in relazione e ciò che faccio, seguito dalla riflessione su ciò che
ho fatto nelle relazioni che desideravo realizzare.
Antonio: E qui compare l'epigenesi.
Maturana: Certamente. Perché non sei
un'entità immobile che incontra un ambiente immobile. Tu e la tua nicchia
cambiate insieme.
Antonio: Quindi anche una relazione fra due
persone non è l'incontro fra due oggetti già definiti una volta per tutte.
Maturana: No. È una storia di trasformazioni
reciproche nella quale ciò che viene conservato orienta il corso successivo.
Antonio: Questo significa che non basta
dire: «Io sono fatto così».
Maturana: Quella frase congela una storia
trasformativa trasformandola in essenza.
Antonio: Sarebbe più preciso dire: «Questo è
il modo in cui sto vivendo adesso».
Maturana: Molto più preciso.
Antonio: E domandarmi: «Che cosa sto
conservando perché io continui a vivere così?»
Maturana: Questa è una domanda sistemica.
Antonio: Facciamo un altro passo. Nel testo
dite una cosa apparentemente provocatoria: gli esseri viventi non umani non
vivono in competizione.
Maturana: Perché la competizione, nel senso
umano, appartiene a un dominio relazionale nel quale l'altro viene negato
affinché io possa ottenere qualcosa. Noi abbiamo trasformato competizione,
discriminazione, ambizione e lotta in valori culturali e poi abbiamo costruito
teorie per presentarli come caratteristiche necessarie della vita.
Antonio: E così ciò che appartiene a una
cultura viene presentato come legge della natura.
Maturana: Precisamente.
Antonio: E che cosa accadrebbe abbandonando
quelle configurazioni?
Maturana: Non apparirebbe il vuoto.
Potrebbero emergere altre configurazioni relazionali: collaborazione invece di
competitività, integrazione invece di discriminazione, vicinanza invece di
ambizione, accordo invece di lotta, amare invece della pretesa di possedere la verità.
Antonio: Ed eccoci di nuovo alla
responsabilità.
Maturana: Inevitabilmente.
Antonio: Perché se dico «la realtà è così»,
posso pensare di non avere scelta.
Maturana: Mentre se osservi che partecipi
alla conservazione del mondo relazionale nel quale vivi, la domanda cambia.
Antonio: Non più: «Com'è fatto il mondo?»
Maturana: Ma anche: «Quale mondo sto
contribuendo a conservare attraverso ciò che faccio?»
Antonio: E qui ritorniamo al riflettere.
Maturana: Sì. Noi esseri umani abbiamo una
possibilità particolare: possiamo interrompere momentaneamente l'automatismo
del nostro fluire, osservare ciò che sentiamo e facciamo e domandarci se
desideriamo continuare.
Antonio: Quindi riflettere significa quasi
fermarsi davanti alla propria azione e chiedersi: «Voglio davvero questo?»
Maturana: Ancora più precisamente: «Voglio
ciò che dico di volere?» È questo il passaggio decisivo indicato nel testo.
Antonio: Perché potrei dire di volere una
cosa e contemporaneamente conservare, attraverso il mio fare quotidiano, il
mondo opposto.
Maturana: Certamente.
Antonio: Potrei dire di volere pace e
alimentare continuamente conflitto.
Maturana: Sì.
Antonio: Dire di desiderare libertà e
cercare continuamente approvazione.
Maturana: Sì.
Antonio: Dire di desiderare collaborazione e
comportarmi competitivamente.
Maturana: Esattamente.
Antonio: Allora non basta ascoltare ciò che
dico di volere. Devo osservare che cosa conservo attraverso il mio fare.
Maturana: Ed è lì che la riflessione diventa
autonomia.
Antonio: Adesso mi sembra di vedere l'intero
percorso.
Io vivo.
Poi posso sentire
che cosa mi accade mentre vivo.
Posso osservare
ciò che faccio.
Posso riflettere
sulle relazioni che genero facendo ciò che faccio.
E infine
posso domandarmi:
«Voglio
continuare a vivere così?»
Maturana: Sì.
Antonio: E se la risposta è no?
Maturana: Puoi cambiare ciò che conservi.
Antonio: Non controllare il futuro.
Maturana: No.
Antonio: Non progettare me stesso come una
macchina.
Maturana: No.
Antonio: Ma modificare il presente del mio
vivere.
Maturana: Esattamente. Perché è soltanto nel
presente che puoi fare qualcosa.
Antonio: Allora l'autonomia non consiste nel
fare tutto ciò che voglio.
Maturana: Consiste nel poter vedere ciò
che stai facendo, vedere il mondo relazionale che contribuisci a generare e
scegliere se desideri continuare a conservarlo.
Antonio: E questa sarebbe, in fondo,
l'epigenesi del razionale e del vissuto.
Maturana: Sì. Il razionale non deve
sconfiggere il vissuto e il vissuto non deve mettere a tacere il razionale. Nel
vivere umano essi possono incontrarsi nella riflessione.
Antonio: E da quell'incontro nasce una
domanda semplicissima.
Maturana: Quale?
Antonio: «Vedo ciò che sto vivendo, vedo
ciò che sto facendo: voglio continuare?»
Maturana: E quando puoi porti autenticamente
questa domanda, Antonio, appare la possibilità della scelta.
Antonio: Quindi della responsabilità.
Maturana: E dell'autonomia.
Il nucleo conclusivo
è precisamente quello del testo: nel riflettere rendiamo coscienti i nostri
sentire e possiamo vedere se vogliamo davvero ciò che diciamo di volere; in
questa possibilità Maturana e Dávila collocano l'autonomia umana e la
possibilità di un convivere fondato sul rispetto reciproco e sulla
collaborazione.

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