**Le tortore, i serpenti e il miele raccolto da un’erbaccia**

 


**Le tortore, i serpenti e il miele raccolto da un’erbaccia**

Patience Gray e il suo compagno, lo scultore Norman Mommens, arrivarono sull’isola greca di Naxos inseguendo il marmo. Lui voleva scolpirlo; lei finì per lasciarsi scolpire dalla vita.
Ad Apollona non trovarono le comodità dalle quali provenivano, ma una casa essenziale, un paesaggio severo e una comunità ancora regolata dalle stagioni, dalla fatica e da consuetudini più antiche delle parole usate per raccontarle.
Vissero per un anno in un luogo dove niente era facile, ma quasi tutto era vero.
Da quell’esperienza nacque *Ringdoves and Snakes*, pubblicato nel 1988: le tortore e i serpenti, la dolcezza e il pericolo, la pace e l’insidia. Le due creature che abitano ogni esistenza. Noi vorremmo scegliere le prime ed evitare i secondi, ma la vita non ci consente di separare ciò che ci consola da ciò che ci mette alla prova.
Il viaggio di Patience Gray, però, non si fermò a Naxos. Per vent’anni attraversò il Mediterraneo insieme a Norman: la Toscana, la Catalogna, le Cicladi e infine la Puglia. Osservava le persone, raccoglieva erbe spontanee, imparava ricette e ascoltava quella sapienza contadina che non aveva bisogno di chiamarsi cultura per esserlo.
Da quelle peregrinazioni nacque nel 1986 *Honey from a Weed*, pubblicato a Londra da Prospect Books con il sottotitolo *Fasting and Feasting in Tuscany, Catalonia, the Cyclades and Apulia*.
Definirlo un ricettario sarebbe come definire il mare una quantità d’acqua. È insieme autobiografia, diario di viaggio e antropologia della cucina. Le ricette non vi compaiono come ordini impartiti ai fornelli, ma come conseguenze di una relazione: tra l’essere umano e la terra, tra la fame e le stagioni, tra ciò che cresce spontaneamente e chi possiede ancora l’umiltà di riconoscerlo.
Il “miele da un’erbaccia” è anche una splendida metafora. La modernità ci ha abituati a considerare inutile tutto ciò che non produce immediatamente profitto. Patience Gray ci ricorda invece che proprio da ciò che calpestiamo distrattamente può arrivare il nutrimento più prezioso.
La sua destinazione definitiva fu una masseria isolata a Salve, nel basso Salento. Lì visse senza elettricità e senza molti dei comfort moderni, non per nostalgia della miseria né per mettere in scena una stravaganza intellettuale, ma per tentare una vita nella quale ogni gesto conservasse un rapporto visibile con le sue conseguenze.
La legna diventava fuoco.
L’erba diventava cibo.
L’attesa diventava maturazione.
La rinuncia rendeva possibile la festa.
Molti anni dopo, il giornalista Adam Federman si imbatté nel suo epitaffio e rimase affascinato da quella donna quasi dimenticata e dalla sua radicale filosofia anticonsumistica. Viaggiò in Puglia, studiò le sue lettere e ricostruì la sua storia nella biografia Fasting and Feasting: The Life of Visionary Food Writer Patience Gray.
Grazie a lui, il mondo ha riscoperto che Patience Gray aveva parlato di raccolta delle erbe spontanee, cucina povera, stagionalità e rispetto della terra prima che diventassero parole alla moda, buone per decorare il menu di un ristorante costoso.
Forse era questo il suo segreto: non cercava il nuovo, ma ciò che avevamo dimenticato.
La libertà non consiste nell’avere tutto, bensì nello scoprire quanto poco ci occorra per sentirci vivi. La modernità ci ha regalato molte comodità senza allegare le istruzioni per la felicità. Così riempiamo le case e svuotiamo le giornate, moltiplichiamo i contatti e perdiamo la vicinanza, risparmiamo tempo senza sapere più per che cosa conservarlo.
Patience Gray scelse una vita aspra e luminosa. Non perché la povertà sia romantica o la fatica renda necessariamente migliori, ma perché, togliendo il superfluo, qualche volta ricompare l’essenziale.
Una tavola apparecchiata con poco.
Una persona amata accanto.
Il vento che arriva dal mare.
Un’erba selvatica capace di offrire miele.
Le tortore sopra gli alberi.
E i serpenti, naturalmente, nascosti tra le pietre.
Perché la felicità non è un luogo senza serpenti. È il luogo nel quale, nonostante i serpenti, sappiamo ancora raccogliere il miele e ascoltare il canto delle tortore.

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