Il tarantismo non era gioia ma dolore

 

L’INTERVISTA | Eugenio Imbriani, antropologo


Il tarantismo non era gioia ma dolore

Oggi ne celebriamo una memoria riletta»

FELICE BLASI

LECCE

Eugenio Imbriani firma per Edizioni Grifo Breve storia del tarantismo, un volume nato dall’esigenza di orientarsi nel vastissimo insieme di studi, testimonianze e riletture accumulate attorno a un fenomeno che ha attraversato secoli di storia pugliese. Il libro torna alle fonti per distinguere il tarantismo storico dalle immagini che il presente gli ha sovrapposto, fino alla sua trasformazione in simbolo identitario e turistico.

Professore, oggi, lei scrive, il tarantismo vive soprattutto «nei discorsi che ne facciamo». A questo punto l’oggetto da studiare non è più il tarantismo, ma gli usi contemporanei della sua memoria?

«Il tarantismo come fenomeno storico-culturale si è esaurito completamente. Ne abbiamo colto gli ultimi residui nei primi anni ’90 del secolo scorso. Tuttavia, dopo un periodo di disinteresse, è nuovamente cresciuta l’attenzione verso il fenomeno. Si è messo in atto un processo che definiamo di patrimonializzazione, di attribuzione di valore al fenomeno stesso, che è stato eletto come utile elemento rappresentativo della cultura locale e dello stesso territorio».

Già De Martino scriveva che il tarantismo sarebbe morto «da sé», aggiungendo che «troppe cose nel nostro Sud muoiono da sé». Che cosa intendeva dire?

«De Martino riteneva che fosse necessario un intervento di tipo politico e culturale per risolvere i problemi che aveva incontrato nelle sue ricerche durante la sua esperienza sul campo negli anni ’50, fra Basilicata, Puglia e altre regioni dell’Italia meridionale. Dal suo punto di vista sarebbe stato necessario un intervento di tipo culturale per aiutare le popolazioni, con gli strumenti dell’istruzione, della medicina e di carattere sociale, ad uscire dallo stato di subordinazione e di miseria in cui si trovavano».

Per De Martino, il «rimorso» non riguardava soltanto i tarantati ma anche la società che li ha lasciati in quella condizione. Lei ricorda che il termine «rimorso» era già presente in Lévi-Strauss, legato alle colpe del colonialismo. È corretto dire che il vero soggetto messo sotto accusa è anche il Mezzogiorno dimenticato dalle classi dirigenti?

«Il tema del rimorso è assolutamente centrale nella riflessione di Ernesto De Martino. In effetti il rimorso era per lui il cosiddetto ritorno del cattivo passato, quello che non è stato scelto dalle popolazioni che hanno subito una dominazione. Ma il cattivo passato è anche quello delle società, delle classi, delle nazioni dominanti, che hanno imposto il loro potere. Per questo al tema del rimorso associava anche il tema della colpa».

La ricerca demartiniana si collega dunque direttamente alla «questione meridionale». Che cosa perdiamo quando oggi leggiamo “La terra del rimorso” soltanto come un libro sul tarantismo e non anche come un libro politico sul Sud?

«La terra del rimorso è un libro interamente politico, ma la stessa azione dell’intellettuale è un’azione politica. De Martino segue in questo la lezione di Gramsci. Il lavoro dell’etnografo deve necessariamente consistere in un atto di tipo politico che consiste nel dare voce a chi quella voce storicamente non l’ha mai avuta. L’idea che potessero esistere due storie, una della classe egemone, una della classe subalterna, per lui era inaccettabile, perché esiste una sola storia dentro la quale questa popolazione vuole entrare per esprimere i propri disagi e la volontà di migliorare le proprie condizioni di vita».

Lei scrive una frase molto forte: «Il tarantismo non era gioia, ma sofferenza». C’è quasi un paradosso: oggi celebriamo come patrimonio identitario qualcosa da cui molte delle persone che lo vissero avrebbero probabilmente desiderato liberarsi. Come dobbiamo confrontarci con questa contraddizione? E che cosa stiamo celebrando oggi quando celebriamo la taranta?

«Questo è uno dei problemi legati alla patrimonializzazione di cui parlavo: non tutto quello che è accaduto storicamente è patrimonializzabile e spesso la patrimonializzazione consiste in una selezione, in una scelta di pratiche ed elementi culturali che vengono ritenuti più significativi. Questo avviene con un intervento del presente sul passato, per cui non dobbiamo meravigliarci che le scelte che il presente fa sul passato siano anche scelte che ne distorcono la realtà. Il presente cerca di prendersi quello che del passato gli è più utile, per cui assistiamo a questa spettacolarizzazione: viene valorizzato un aspetto di un fenomeno piuttosto che un altro. In questo caso, del tarantismo si sottrae l’elemento della sofferenza e si valorizza l’aspetto della danza, della musica, della rinascita. Purtroppo però storicamente non è stato così: generalmente le persone che erano affette da tarantismo soffrivano e le famiglie erano costrette spesso a indebitarsi anche per poter pagare i famosi suonatori. Questa mia breve storia del tarantismo tenta di rimettere in piedi la realtà del passato attraverso il ricorso alle fonti: noi giochiamo, saltiamo, balliamo, però dobbiamo essere consapevoli del fatto che tutto ciò è soltanto una rilettura parziale del fenomeno, una distorsione del fenomeno stesso».

Didascalia: Eugenio Imbriani, studioso delle culture popolari e autore di «Breve storia del tarantismo» (Ed. Grifo).

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