EPIGENESI DELLE COERENZE STRUTTURALI Conversazione tra Antonio Bruno e Humberto Maturana
EPIGENESI DELLE COERENZE STRUTTURALI Conversazione tra Antonio Bruno e Humberto Maturana
Antonio
Bruno: Humberto,
qui c’è qualcosa che sembra contraddire uno dei modi più abituali con cui
parliamo della vita. Diciamo continuamente: «Ho imparato dall’ambiente», «Mi
sono adattato alla situazione», «L’esperienza mi ha insegnato». Voi sostenete
invece che, rigorosamente parlando, l’organismo non apprende il proprio
ambiente e non si adatta a esso.
Humberto
Maturana: Sì. Perché
quando parli così immagini due entità già costituite e indipendenti: da una
parte l’organismo, dall’altra un ambiente preesistente al quale l’organismo
dovrebbe progressivamente adeguarsi.
Antonio: E non accade questo?
Maturana: Come descrizione dell’osservatore
può sembrare che accada. Ma se guardiamo il processo generativo, vediamo
qualcosa di differente: organismo e nicchia cambiano insieme.
Antonio: Quindi non c’è prima il mondo e poi
io che imparo come starci dentro.
Maturana: Esattamente. Nel momento in cui
sorge l’organismo, sorge anche la sua nicchia come dominio relazionale nel
quale può conservarsi la sua autopoiesi.
LA NICCHIA NON È SEMPLICEMENTE L’AMBIENTE
Antonio: Fermiamoci qui, perché mi sembra
decisivo. Quando dici nicchia, non intendi semplicemente l’ambiente
fisico che circonda l’organismo.
Maturana: No. Il mezzo è più ampio. La
nicchia è quella configurazione del mezzo che sorge operativamente nella
relazione con il particolare organismo che la vive.
Antonio: Quindi due organismi che si trovano
fisicamente nello stesso luogo possono vivere nicchie differenti.
Maturana: Certamente.
Antonio: Un cane, un uomo, una formica e un
ulivo possono trovarsi nello stesso giardino.
Maturana: Ma non vivono lo stesso mondo
relazionale.
Antonio: Perché ciò che può innescare una
trasformazione in ciascuno dipende dalla sua struttura.
Maturana: Precisamente.
Antonio: Allora posso guardare un albero e
distinguere ombra, bellezza, legna, pericolo di caduta, valore economico,
ricordo dell’infanzia.
Maturana: Sì.
Antonio: Un insetto potrebbe invece viverlo
come nutrimento o luogo di deposizione delle uova.
Maturana: E nessuno dei due deve conoscere un
«albero in sé». Ciascun organismo scorre nelle proprie coerenze
sensorio-effettrici nella relazione con la propria nicchia.
NON CI ADATTIAMO: CAMBIAMO
INSIEME
Antonio: Allora prendiamo la frase abituale:
«Quella
persona si è adattata al nuovo ambiente di lavoro».
Come la
riformuleresti?
Maturana: Direi che, nella storia delle
interazioni che ha conservato il suo vivere in quel contesto, la persona e la
sua nicchia relazionale si sono trasformate in reciproca congruenza.
Antonio: È molto diverso.
Maturana: Sì, perché «adattarsi» suggerisce
spesso che l’ambiente impartisca istruzioni all’organismo.
Antonio: Come se il mondo dicesse: «Qui devi
comportarti così».
Maturana: Mentre il mezzo non specifica ciò
che accade nell’organismo. Può soltanto innescare cambiamenti consentiti
dalla struttura dell’organismo in quel momento.
Antonio: E l’organismo, agendo, modifica a
sua volta il corso della propria nicchia.
Maturana: Esattamente.
L’EPIGENESI
Antonio: Ed è qui che entra l’epigenesi.
Maturana: Sì. Dal sorgere dell’organismo
comincia una storia di trasformazioni strutturali nella conservazione
dell’accoppiamento organismo-nicchia.
Antonio: Una storia che non è già scritta.
Maturana: No.
Antonio: Non è un programma che deve
arrivare a un risultato prestabilito.
Maturana: È una deriva.
Antonio: E ogni presente deriva dal
precedente, ma non era necessario che accadesse proprio così.
Maturana: Precisamente.
Antonio: Questo mi fa pensare a una
relazione umana. Due persone si incontrano.
All’inizio
ridono, parlano per ore, si cercano.
Con il tempo
ciascuna cambia vivendo con l’altra.
Maturana: E cambia anche la nicchia relazionale
che sorge tra loro.
Antonio: Dopo dieci anni non abbiamo
semplicemente le stesse due persone collocate nello stesso rapporto.
Maturana: No. Avete una storia di
trasformazioni reciproche.
Antonio: E ciò che ciascuno è diventato
modifica ciò che l’altro può vivere nella relazione.
Maturana: Sì.
LA STESSA PERSONA, UN MONDO
DIVERSO
Antonio: Questo chiarisce una cosa sulla
quale abbiamo già conversato.
Posso dire:
«Quando sto
con quella persona rido, scherzo, mi sento leggero».
E qualche
tempo dopo:
«Con quella
stessa persona mi sento oppresso e desidero allontanarmi».
Maturana: Certamente.
Antonio: E non devo necessariamente cercare
quale delle due esperienze fosse quella «vera».
Maturana: No. Entrambe erano valide nel presente
nel quale le vivevi.
Antonio: Ma se la persona è la stessa, che
cosa è cambiato?
Maturana: La domanda presuppone che «la
stessa persona» significhi «la stessa configurazione relazionale». Non è così.
Antonio: Perché siamo cambiati entrambi.
Maturana: E con voi è cambiata la nicchia
relazionale nella quale avviene il vostro incontro.
Antonio: Quindi non posso dire
semplicemente: «Prima quella persona mi faceva stare bene, adesso mi fa stare
male».
Maturana: Puoi dirlo nella conversazione
quotidiana. Ma epistemologicamente nasconde la dinamica generativa.
Antonio: Sarebbe più preciso dire:
«Prima, nel
nostro incontrarci, emergeva in me una configurazione di sentire e fare che
vivevo come leggerezza. Ora, nel nostro incontrarci, emerge un’altra
configurazione che vivo come oppressione».
Maturana: Molto meglio.
Antonio: Non attribuisco all’altro il potere
causale di produrre direttamente il mio stato.
Maturana: E contemporaneamente non neghi che
l’incontro con l’altro partecipi alla nicchia nella quale quel tuo sentire
emerge.
MOLTI MONDI NELLA STESSA
CORPOREITÀ
Antonio: Nel testo dite anche che un
organismo può operare in molte configurazioni
sensoriali-operazionali-relazionali differenti.
Maturana: Sì.
Antonio: Io posso essere contemporaneamente
marito, padre, agronomo, amico, studente, cittadino...
Maturana: E ciascuno di questi modi di vivere
può appartenere a una rete di coordinazioni relazionali differente.
Antonio: Ma tutti accadono nella stessa
corporeità.
Maturana: Certamente.
Antonio: Per questo possono intrecciarsi
senza diventare lo stesso dominio.
Maturana: Esatto.
Antonio: Posso avere una grande competenza
professionale ed essere disorientato in una relazione affettiva.
Maturana: Naturalmente.
Antonio: E non c’è contraddizione.
Maturana: No. Sono domini operazionali
differenti.
Antonio: Posso anche essere sicurissimo
mentre lavoro e vulnerabile quando amo.
Maturana: Sì.
Antonio: Quindi cercare una personalità
unica che spieghi nello stesso modo tutti i miei comportamenti rischia di
cancellare i domini nei quali essi sorgono.
Maturana: Precisamente.
COME SI IMPARA UNA
PROFESSIONE?
Antonio: Qui fate un esempio che mi
interessa particolarmente: imparare una professione.
Normalmente
diciamo che uno studente acquisisce conoscenze.
Maturana: È una descrizione possibile, ma
incompleta.
Antonio: Che cosa accade invece?
Maturana: Entra in un convivere con
persone che già operano in un determinato dominio.
Antonio: Quindi non impara soltanto
informazioni.
Maturana: Si trasforma vivendo con altri.
Antonio: Impara che cosa guardare.
Maturana: Sì.
Antonio: Che cosa distinguere.
Maturana: Sì.
Antonio: Quali domande hanno senso.
Maturana: Sì.
Antonio: Quali operazioni sono valide.
Maturana: Esatto.
Antonio: E persino che cosa non vedeva
prima.
Maturana: Questo è fondamentale.
Antonio: Un agronomo attraversa un campo e
vede cose che un’altra persona non vede.
Maturana: Perché?
Antonio: Non perché possieda occhi diversi.
Maturana: Esatto.
Antonio: Ma perché la sua storia di
convivenza professionale ha generato una matrice di distinzioni.
Maturana: Una particolare matrice
sensoriale-operazionale-relazionale.
Antonio: Guarda una pianta e distingue
sintomi, vigore, stress idrico, carenze, patologie, caratteristiche del
terreno, pratiche colturali.
Maturana: Mentre un altro osservatore
potrebbe semplicemente dire: «È una pianta».
Antonio: Quindi diventare professionista
significa trasformare la propria capacità di distinguere.
Maturana: E di operare.
Antonio: Non accumulare soltanto rappresentazioni
nella testa.
Maturana: No. Significa entrare in una
particolare deriva di convivenza nella quale si genera una comune matrice di
coerenze.
LE LEGGI DELLA NATURA
Antonio: Arriviamo a un passaggio ancora più
radicale. Dite che ciò che chiamiamo leggi naturali emerge
dall’astrazione delle regolarità che osserviamo.
Maturana: Sì.
Antonio: Quindi la legge non sarebbe un
comando scritto dentro la natura.
Maturana: No.
Antonio: La mela non cade perché «obbedisce»
alla legge di gravità.
Maturana: Esatto. La legge è una formulazione
dell’osservatore che astrae una regolarità dalle coerenze operative che
distingue.
Antonio: Ma questo non significa che sia
arbitraria.
Maturana: Assolutamente no.
Antonio: Perché deve soddisfare le coerenze
del dominio nel quale viene formulata.
Maturana: Precisamente.
Antonio: Questo punto è importante, perché
qualcuno potrebbe interpretare tutto ciò come: «Allora ciascuno inventa la
propria realtà».
Maturana: Sarebbe un errore.
Antonio: Non posso decidere arbitrariamente
che cosa accadrà.
Maturana: No. Il tuo operare è vincolato
dalla tua struttura e dalle coerenze dell’unità ecologica nella quale vivi.
Antonio: Posso inventare di poter respirare
sott’acqua senza strumenti.
Maturana: Ma le coerenze strutturali della
tua corporeità non conserveranno il tuo vivere se agisci come se
quell’immaginazione fosse una possibilità biologica.
Antonio: Quindi niente arbitrarietà.
Maturana: Esatto. Nessun «tutto vale».
INTUIZIONE, SAGGEZZA E
PRECOGNIZIONE
Antonio: E arriviamo alla domanda più
intrigante della pagina 391.
Come
possiamo talvolta vedere oltre la località della nostra circostanza?
Maturana: Che cosa intendi?
Antonio: Accade di entrare in una situazione
e sentire immediatamente che qualcosa non torna.
Oppure un
professionista molto esperto osserva pochissimi elementi e dice:
«Qui
succederà questo».
E accade.
Maturana: Sì.
Antonio: Lo chiamiamo intuizione.
Maturana: Oppure saggezza, comprensione e, in
alcune circostanze, persino precognizione.
Antonio: Ma non dobbiamo necessariamente
immaginare una facoltà soprannaturale.
Maturana: No. Prima di ricorrere al
trascendente dobbiamo guardare la storia strutturale dell’osservatore.
Antonio: Spiegami.
Maturana: Una persona che ha vissuto a lungo
in un determinato dominio si è trasformata insieme alla propria nicchia. La sua
corporeità porta una storia di correlazioni sensorio-effettrici enormemente più
ricca di ciò che riesce a formulare verbalmente.
Antonio: Quindi può distinguere
configurazioni senza sapere ancora spiegare come le abbia distinte.
Maturana: Precisamente.
Antonio: È come il medico esperto che guarda
un paziente e dice: «C’è qualcosa che non mi convince».
Maturana: Sì.
Antonio: Gli chiedi perché e inizialmente
risponde: «Non lo so, ma c’è qualcosa».
Maturana: La sua incapacità momentanea di
formulare linguisticamente le coerenze che ha distinto non implica che quelle
coerenze non partecipino al suo operare.
Antonio: La corporeità ha già distinto una
configurazione prima che il linguaggiare riesca a scomporla.
Maturana: Possiamo dirlo così.
«LO SENTO, MA NON SO DIRTI
PERCHÉ»
Antonio: Questo mi interessa moltissimo.
Quante volte
diciamo:
«Lo sento,
ma non so spiegartelo».
Maturana: Molte.
Antonio: E tendiamo a pensare che, se non
sappiamo verbalizzarlo, quel sentire sia irrazionale.
Maturana: Non necessariamente.
Antonio: Potrebbe essere invece l’emergere
di una configurazione appresa nella nostra deriva strutturale.
Maturana: Sì, purché non trasformiamo
automaticamente quel sentire in verità.
Antonio: Questa precisazione è fondamentale.
Maturana: Molto.
Antonio: Quindi l’intuizione merita
attenzione, ma non obbedienza cieca.
Maturana: Esattamente.
Antonio: Posso dire:
«Sento
questo».
Poi
osservarlo.
Maturana: Sì.
Antonio: Posso domandarmi:
«Quali
distinzioni sto compiendo?»
«Quale
storia del mio vivere potrebbe partecipare a questo sentire?»
«Quali
coerenze posso verificare?»
Maturana: E così trasformi l’intuizione in
occasione di riflessione.
QUANDO IL CORPO VEDE PRIMA
DELLE PAROLE
Antonio: Allora forse accade qualcosa di
molto semplice.
La mia
storia epigenetica mi ha trasformato.
Ho vissuto
migliaia di incontri.
Ho imparato
configurazioni senza averle necessariamente nominate.
Arriva una
situazione nuova.
Alcuni
elementi della configurazione vengono distinti.
E io sento
immediatamente qualcosa.
Maturana: Sì.
Antonio: Ma il sentire arriva come totalità.
Maturana: Precisamente.
Antonio: Solo dopo provo a scomporlo
attraverso il linguaggio.
Maturana: E talvolta riesci a farlo, talvolta
no.
Antonio: Questo potrebbe spiegare perché una
persona esperta sembra vedere «più lontano».
Maturana: Sì.
Antonio: Non necessariamente perché vede il
futuro.
Maturana: No.
Antonio: Ma perché coglie nel presente una
matrice di coerenze dalla quale può dedurre possibilità che un osservatore meno
esperto non distingue.
Maturana: Questo è il punto.
NON È IL FUTURO: È LA
PROFONDITÀ DEL PRESENTE
Antonio: Questa frase mi piace: non vede
necessariamente il futuro; vede più profondamente il presente.
Maturana: Sì.
Antonio: Un contadino guarda il cielo, sente
il vento, osserva gli animali, percepisce l’umidità e dice: «Pioverà».
Maturana: E può non essere capace di
descrivere analiticamente tutte le correlazioni che partecipano a quella
previsione.
Antonio: Ma la sua storia di convivenza con
quella nicchia ha trasformato il suo modo di sentire.
Maturana: Precisamente.
Antonio: La previsione sorge dalla sua
località presente.
Maturana: Sempre.
LA SAGGEZZA
Antonio: E la saggezza?
Maturana: Potremmo pensare qualcosa di
simile.
Antonio: Non è possedere più informazioni.
Maturana: Non necessariamente.
Antonio: È forse vedere configurazioni più
ampie senza essere catturati da un singolo elemento.
Maturana: E vedere le conseguenze possibili
del proprio fare nella matrice relazionale nella quale si vive.
Antonio: Quindi un saggio non è colui che sa
tutto.
Maturana: No.
Antonio: È qualcuno che sa guardare.
Maturana: E spesso sa guardare perché non è
prigioniero dell’urgenza di dimostrare ciò che desidera vedere.
IL DESIDERIO PUÒ RENDERCI
CIECHI
Antonio: Qui ritorna un tema che attraversa
tutto il vostro lavoro: il desiderio.
Maturana: Sì.
Antonio: Se desidero fortemente un certo
risultato, posso non vedere le coerenze del presente.
Maturana: Perché guardi cercando conferma di
ciò che vuoi.
Antonio: Quindi non abito più serenamente la
matrice relazionale.
Maturana: La tua attenzione viene orientata
dall’aspettativa.
Antonio: E posso scambiare il mio desiderio
per intuizione.
Maturana: Certamente.
Antonio: Allora per distinguere
un’intuizione da una proiezione del desiderio occorre riflettere.
Maturana: Sì.
Antonio: Non chiedermi soltanto:
«Che cosa
sento?»
Ma anche:
«Da quale
emozionare sto guardando?»
Maturana: Questa è una domanda essenziale.
ANTONIO RIFLETTE SULLA PROPRIA
ESPERIENZA
Antonio: Allora provo a portare tutto questo
nel mio vivere.
Mi accade
qualcosa.
Sento
immediatamente leggerezza, attrazione, diffidenza, oppressione, tranquillità.
La prima
tentazione è attribuire il sentire alla cosa:
«Quella
persona è meravigliosa».
«Quella
situazione è pericolosa».
«Quella
relazione è sbagliata».
Maturana: Sì.
Antonio: Ma epistemologicamente dovrei dire
prima:
«Nel mio
incontro con questa circostanza sta emergendo in me questo sentire».
Maturana: Molto bene.
Antonio: Poi posso osservarlo senza negarlo
e senza trasformarlo immediatamente in una proprietà dell’altro.
Maturana: Esattamente.
Antonio: Posso chiedermi:
«Che cosa
sto distinguendo?»
«Che cosa
accade nella nostra relazione?»
«Quale
storia del mio vivere partecipa a questo sentire?»
«Quali
aspettative ho?»
«Che cosa
desidero?»
«Che cosa
temo?»
Maturana: E così allarghi lo spazio della
riflessione.
DALLA REAZIONE ALLA
RESPONSABILITÀ
Antonio: Quindi la consapevolezza non
elimina il sentire.
Maturana: No.
Antonio: Mi permette di non esserne
automaticamente governato.
Maturana: Precisamente.
Antonio: Posso accoglierlo come parte del
presente.
Maturana: Sì.
Antonio: Osservarlo.
Maturana: Sì.
Antonio: E decidere che cosa fare.
Maturana: Ed è qui che sorge la
responsabilità.
Antonio: Allora l’epigenesi delle coerenze
strutturali non è una teoria astratta sullo sviluppo dell’organismo.
Maturana: No. Riguarda il nostro vivere
quotidiano.
Antonio: Io sono, in questo momento, anche
la storia delle trasformazioni strutturali che si sono conservate nel mio
vivere.
Maturana: Sì.
Antonio: Ma quella storia non mi determina
come destino.
Maturana: No.
Antonio: Perché ogni nuovo incontro apre una
nuova deriva possibile.
Maturana: Purché si conservi il vivere.
IL PRESENTE CONTIENE UNA
MATRICE DI POSSIBILITÀ
Antonio: Allora, quando osservo attentamente
il presente, posso cogliere qualcosa della matrice nella quale sto vivendo.
Maturana: Sì.
Antonio: E da quelle coerenze locali posso
inferire alcune possibilità.
Maturana: Precisamente.
Antonio: Non il futuro necessario.
Maturana: No.
Antonio: Ma i cammini che diventano
possibili se certe coerenze vengono conservate.
Maturana: Esattamente.
Antonio: Questo modifica completamente il
modo di pensare il futuro.
Maturana: In che senso?
Antonio: Non devo prevederlo come se
esistesse già.
Devo guardare
il presente abbastanza bene da vedere che cosa sto conservando.
Maturana: E perché è importante?
Antonio: Perché ciò che conservo orienta la
deriva.
Se conservo
una conversazione fondata sulla diffidenza, genero un certo mondo.
Se conservo
il controllo, ne genero un altro.
Se conservo
la competizione, un altro ancora.
Se conservo
rispetto, curiosità e amore, cambia la matrice del convivere.
Maturana: Sì.
CHE COSA STO CONSERVANDO?
Antonio: Allora forse la domanda conclusiva
non è:
«Che cosa mi
accadrà?»
Maturana: No.
Antonio: Nemmeno:
«A che cosa
devo adattarmi?»
Maturana: No.
Antonio: E neppure:
«Come posso
controllare il futuro?»
Maturana: No.
Antonio: La domanda diventa:
«Che cosa sto conservando, adesso, nel mio modo di
vivere?»
Maturana: Sì.
Antonio: Perché conservando certe relazioni,
certe conversazioni, certi modi di sentire e di agire, partecipo alla
trasformazione della nicchia nella quale continuerò a vivere.
Maturana: Precisamente.
Antonio: Allora provo a riassumere.
Non entro in
un mondo già fatto per imparare ad adattarmi.
Nasciamo
insieme, io e la mia nicchia, come unità ecologica.
Vivendo,
cambiamo insieme.
Questa
storia di trasformazioni costituisce la mia epigenesi.
Da essa
emergono configurazioni di sentire e di fare che mi permettono, talvolta, di
cogliere nel presente regolarità che non so ancora esprimere a parole.
Quella che
chiamo intuizione può essere il sentire di una configurazione appresa nella mia
storia di accoppiamento strutturale.
Ma non devo
trasformarla in verità.
Posso
osservarla.
Posso
riflettere.
Posso
verificare.
Posso
conversare.
E
soprattutto posso domandarmi che cosa sto conservando con il mio fare.
Maturana: Sì, Antonio.
Antonio: E allora comprendo anche una cosa
che mi sembra essenziale.
Io non sono semplicemente qualcuno che vive dentro una
nicchia. Nel vivere, partecipo continuamente al sorgere della nicchia che rende
possibile il mio stesso vivere.
Maturana: E questo che cosa comporta?
Antonio: Che non posso controllare la
deriva.
Ma posso
osservare il mio presente.
Posso vedere
ciò che faccio.
Posso
sentire come sto nel farlo.
E, quando me
ne rendo conto, posso scegliere se desidero continuare a conservarlo.
Maturana: E lì?
Antonio: Lì l’epigenesi incontra la
coscienza di sé.
E la
coscienza di sé incontra la responsabilità.
Non la
responsabilità di determinare ciò che accadrà.
La responsabilità di vedere come sto partecipando,
adesso, al mondo che sta sorgendo mentre lo vivo.

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