La storia che non ricordo
La storia che non ricordo
Sabato mia
figlia andrà a Melpignano, dove migliaia di persone si riuniranno per ascoltare
cantanti e bande, per vedere ballerine e ballerini agitare fazzoletti e corpi
dentro una storia che dicono appartenga a questa terra, e dunque dovrebbe
appartenere anche a me, ma io, che in questa terra sono nato e ho vissuto per
sessantanove anni, quella storia non la conosco.
Forse ero
distratto, potrebbe dire qualcuno, forse mentre il Salento ballava io facevo
altro, studiavo, lavoravo, amavo, crescevo una figlia, attraversavo le stagioni
e le strade della provincia di Lecce senza accorgermi che sotto i miei piedi
pulsava il tamburello di un popolo intero. Eppure non ricordo nessuno che
ballasse la pizzica nelle case, nelle piazze o durante le feste della mia
giovinezza.
Il 29
giugno, a Galatina, per San Paolo, si parlava delle tarantate, di donne
ammalate e di altre donne capaci di guarirle, si raccontavano storie confuse,
sospese tra la miseria e il miracolo, tra il morso di un ragno e quello assai
più doloroso della vita. Ma erano soltanto voci. Nessuno ci disse che un giorno
quelle sofferenze sarebbero salite su un palcoscenico, illuminate dai
riflettori, amplificate dalle televisioni e offerte al mondo come l’anima
autentica del Salento.
Adesso
quella storia che non ricordo di avere mai ascoltato entusiasma l’Italia,
l’Europa e perfino il mondo, il quale, come spesso accade, sembra conoscere la
nostra identità meglio di noi. La gente arriva da lontano per ritrovare qui
qualcosa che io, standoci dentro da quasi settant’anni, non ho mai incontrato.
Forse le
tradizioni sono anche questo, racconti che cominciano dopo i fatti e che,
ripetuti abbastanza a lungo, finiscono per sembrare più antichi dei nostri
ricordi. Non dico che siano falsi. Dico soltanto che non sono i miei.
Mia figlia
sabato andrà al Concertone. Appartiene a una generazione che ha ricevuto un
altro Salento, sonoro, danzante, orgoglioso di chiamarsi lu Salentu. Io
ho conosciuto una provincia di Lecce più silenziosa, dove la gente non ballava
per celebrare le proprie radici, ma lavorava per riuscire, qualche volta, a non
restarne prigioniera.
Che cosa
potrei dirle, allora.
Potrei
spiegarle che quella non è la mia storia, che non è neppure la storia delle
persone che ho conosciuto e che hanno vissuto qui da sempre. Ma sarebbe come
rimproverare al futuro di non assomigliare al passato.
Perciò le
dirò soltanto: io non capisco, figlia mia, ma se ti piace, vai.
Forse amare
qualcuno significa anche accompagnarlo fino alla soglia di una storia nella
quale noi non sappiamo entrare, guardarlo mentre si allontana felice e non
chiedergli di tornare indietro soltanto perché la musica che lo chiama non è la
nostra.

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