L’ANGELO DI TREPUZZI


 L’ANGELO DI TREPUZZI

La prima volta che ascoltai Il nostro caro angelo non sapevo ancora che certi dischi sono trappole costruite dal tempo.

Accadde nel settembre del 1973, al jukebox del bar della stazione ferroviaria di Trepuzzi. Ero arrivato in treno per andare a trovare le ragazze di quella bellissima cittadina, bellissime anche loro, naturalmente, perché a quell’età la bellezza appartiene alle ragazze, alle stazioni, ai treni e perfino ai bicchieri lasciati sul banco.

Dal primo ottobre avrei frequentato il terzo anno della scuola secondaria superiore. Mancavano pochi giorni, ma allora pochi giorni erano un continente. Il tempo non aveva ancora imparato a correre. Se ne stava disteso davanti a me come un animale enorme e addormentato: ogni giornata durava una stagione, ogni mese pretendeva di essere un’epoca, ogni attesa sembrava non finire mai.

Io, invece, volevo andare avanti.

Volevo diventare adulto in fretta, come se l’età adulta fosse una città meravigliosa raggiungibile prendendo il treno giusto. Non sapevo che, una volta arrivati, si passa buona parte del tempo a voltarsi verso il binario dal quale si è partiti.

Ma basta.

Basta con la macchina del tempo.

Non sono qui per tornare al ragazzo del 1973. Non voglio rimettere la moneta nel jukebox del bar, rivedere le ragazze di Trepuzzi o aspettare il primo ottobre. Quel ragazzo può restare dov’è, con tutta la sua impazienza, convinto che il futuro gli debba qualcosa.

Io sono qui.

Adesso.

C’è questo cantante che ascolto in questo preciso istante. Si chiama Lucio Battisti, ma mentre canta il suo nome perde importanza. Potrebbe essere un uomo nascosto dietro una porta, una voce che sale dalle radici degli alberi, qualcuno che ha attraversato cinquantatré anni soltanto per raggiungermi proprio oggi.

E poi c’è quel benedetto figlio di Giulio Rapetti, Mogol, che dispone le parole come sassolini lungo un sentiero e mi conduce fino a un angelo addormentato nei cespugli, sotto gli alberi.

Il nostro caro angelo dorme.

Forse sogna.

Ma schiavo non sarà mai.

Quella frase, che nel 1973 era soltanto una frase dentro una canzone, oggi mi entra nel corpo come una verità che ha aspettato pazientemente il momento giusto per farsi capire.

Non essere schiavo.

Non delle promesse. Non delle ricompense. Non delle lusinghe che accarezzano mentre preparano il guinzaglio. Non di chi mi offre ciò che desidero in cambio di ciò che non voglio fare. Perché ogni volta che accetto di tradire il mio sentire per ottenere qualcosa, ciò che ottengo porta già dentro di sé il sapore della prigione.

La libertà, invece, potrebbe essere proprio quell’angelo.

Dormire nei cespugli senza chiedere il permesso agli alberi. Lasciare che le emozioni attraversino il corpo senza metterle in fila, senza interrogarle, senza costringerle a mostrare i documenti. Dire sì quando nasce il sì. Dire no quando dentro di me c’è il no. Non offrire la mia vita in cambio dell’approvazione di qualcuno.

Battisti canta, Mogol semina immagini e il mondo che desidero mi appare per un istante.

È un mondo senza padroni nascosti nelle carezze. Un mondo nel quale nessuno deve fingere un desiderio per meritare amore. Le emozioni vi scorrono come un fiume in piena: non domandano dove andare, non si vergognano della propria forza, non promettono di essere ragionevoli.

Mi travolgono mentre ascolto l’album.

Adesso.

Non nel settembre del 1973. Non al bar della stazione di Trepuzzi. Non dentro la nostalgia di quel ragazzo che voleva diventare adulto.

Qui.

In questo istante che non conduce da nessuna parte perché contiene già tutto: il treno, le ragazze, il jukebox, il ragazzo impaziente, l’uomo che sono diventato e l’angelo addormentato sotto gli alberi.

La musica continua.

Io non torno indietro.

È il passato che, finalmente, ha imparato a raggiungermi nel presente senza chiedermi di abitarlo di nuovo.

E per la durata di una canzone — forse di un’intera vita — anch’io, come il nostro caro angelo, sento che schiavo non sarò mai.

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