Bussare sei volte
Bussare sei volte
Conversazione
tra una madre, Antonio Bruno, Humberto Maturana e Gabriella Tupini
Fuori piove.
Una madre
tiene fra le mani una tisana ancora calda. Ogni tanto guarda il corridoio: da
una parte c’è la porta della figlia, con il cartello «Prima di entrare bussare
sei volte»; dall’altra, la stanza del bambino che dorme e che, fra qualche ora,
arriverà nel lettone cercando il posto più sicuro del mondo.
Seduti
intorno al tavolo ci sono Antonio Bruno, Humberto Maturana e Gabriella Tupini.
MADRE
Quando è nata mia figlia pensavo che sarebbe bastato amarla. Mi sembrava
semplice: se l’avessi amata abbastanza, avrei saputo sempre cosa fare.
ANTONIO
E invece?
MADRE
Invece l’amore non mi diceva quando intervenire e quando aspettare. Non mi
spiegava se un limite fosse una protezione oppure una ferita. Non mi aiutava a
distinguere la cura dal controllo. Anzi, qualche volta era proprio l’amore a
farmi controllare tutto.
MATURANA
Forse non era l’amore a controllare.
MADRE
E che cosa era?
MATURANA
La paura. L’amore lascia apparire l’altro come un legittimo altro nella
convivenza. Il controllo, invece, nasce quando vogliamo che l’altro corrisponda
all’immagine che abbiamo costruito per lui.
MADRE
Ma una madre deve proteggere.
MATURANA
Certamente. Proteggere, però, non significa impedire ogni esperienza. Significa
creare uno spazio nel quale il bambino possa vivere, esplorare e trasformarsi
senza perdere la fiducia fondamentale di essere accolto.
ANTONIO
Quindi il problema non è porre un limite. È osservare da quale emozione lo
poniamo.
MATURANA
Esattamente. La stessa parola, pronunciata nella paura o nell’amore, genera mondi
differenti.
TUPINI
E prima ancora di osservare la parola, possiamo ascoltare il corpo. Quando stai
per dire “no” a tua figlia, che cosa senti?
La madre
abbassa gli occhi verso la tisana.
MADRE
A volte una stretta. Come se dovessi fermare immediatamente qualcosa,
altrimenti accadrà un disastro.
TUPINI
Quella stretta appartiene necessariamente a ciò che sta facendo tua figlia?
MADRE
No. Qualche volta appartiene a ciò che temo possa accadere.
ANTONIO
Dunque il futuro previsto nel presente prende il comando.
MADRE
Che cosa intendi?
ANTONIO
Nel presente immagini uno scenario futuro: tua figlia soffrirà, sbaglierà, si
perderà, ti rimprovererà. Quello scenario non è ancora accaduto, ma il tuo
corpo lo vive come se fosse già reale. E allora intervieni non tanto su tua
figlia, quanto sul futuro che hai costruito dentro di te.
MATURANA
Ogni azione avviene nel presente. Anche la paura del futuro accade adesso. Il
futuro non determina ciò che facciamo: siamo noi che, nel presente, agiamo
secondo il futuro che immaginiamo.
MADRE
Allora dovrei smettere di preoccuparmi?
TUPINI
No. Non devi espellere la preoccupazione. Puoi dirle: “Ti vedo, ti sento, ti
accolgo”. La preoccupazione vuole proteggerti dal dolore, ma non deve
necessariamente guidare ogni tua azione.
MADRE
È questo che mi è risultato più difficile: accogliere le parti di me di cui mi
vergognavo. La madre impaziente. La madre che alza la voce. Quella che vorrebbe
chiudersi in una stanza e non essere chiamata da nessuno.
ANTONIO
Forse perché avevi costruito una sola immagine legittima di te: la buona madre.
MADRE
Sì. E tutto ciò che non coincideva con quell’immagine diventava una colpa.
MATURANA
Quando viviamo nell’esigenza di essere ciò che pensiamo di dover essere,
smettiamo di vedere ciò che siamo nel presente. E allora nasce una continua
lotta con noi stessi.
TUPINI
Una vita stretta.
MADRE
Molto stretta. La mia idea di buona madre era diventata una gabbia. Credevo di
costruirla per proteggere mia figlia, ma dentro c’ero soprattutto io.
Dal
corridoio arriva un piccolo rumore. Tutti guardano la porta con il cartello.
ANTONIO
Sei rintocchi. Perché proprio sei?
La madre
sorride.
MADRE
Non lo so. Forse perché bussare una volta le sembrava troppo poco.
MATURANA
Quella bambina sta creando un confine.
MADRE
All’inizio quel cartello mi ha fatto un po’ male. Ho pensato: “Vuole tenermi
fuori”.
TUPINI
E adesso?
MADRE
Adesso penso che mi stia insegnando come entrare.
ANTONIO
È una distinzione bellissima. Il confine non dice necessariamente: “Non ti
voglio”. Può dire: “Voglio esserci anch’io quando decidi di entrare”.
MATURANA
Il rispetto nasce proprio qui: nel riconoscere che l’altro possiede un dominio
di esistenza che non ci appartiene. Tua figlia non ti sta rifiutando. Sta
sperimentando la propria autonomia dentro una relazione nella quale confida che
tu busserai.
MADRE
E se non mi aprisse?
MATURANA
Potresti restare sua madre anche fuori dalla porta.
TUPINI
Potresti sentire il dolore senza trasformarlo immediatamente in un’invasione.
ANTONIO
E potresti osservare il significato che attribuisci a quella porta chiusa. La
porta è chiusa. Tutto il resto — “non mi ama”, “non ha più bisogno di me”, “sto
perdendo mia figlia” — è una storia che costruisci nel presente.
MADRE
Essere genitori significa allora imparare a perdere continuamente i figli?
MATURANA
Non a perderli. A lasciarli trasformare.
MADRE
Ma trasformandosi diventano sempre meno nostri.
MATURANA
Non sono mai stati vostri. Sono nati nella relazione con voi, ma appartengono
al proprio vivere.
TUPINI
Il dolore nasce quando confondiamo la vicinanza con il possesso. Tua figlia può
allontanarsi e continuare ad amarti. Può chiudere la porta e restare nella
relazione. Può dirti di no senza cancellarti.
ANTONIO
E tu puoi dispiacerti senza concludere di avere sbagliato tutto.
La pioggia
batte più forte contro i vetri.
MADRE
Ci sono sere in cui mi sento completamente inadeguata. Ho letto libri, seguito
corsi, ascoltato esperti. Eppure, quando mia figlia grida o mio figlio piange,
tutte le teorie scompaiono.
TUPINI
Perché in quel momento non risponde soltanto la madre che sei oggi. Rispondono
anche la bambina che sei stata, le paure che hai conosciuto, le parole che hai
ricevuto e quelle che ti sono mancate.
MADRE
Allora sono destinata a ripetere ciò che ho vissuto?
TUPINI
No. Nel momento in cui lo osservi, non lo stai più semplicemente ripetendo. Si
apre uno spazio di scelta.
ANTONIO
L’osservatore che osserva se stesso modifica il proprio dominio d’azione.
MATURANA
Sì. La riflessione consiste nel lasciare andare una certezza e guardare
nuovamente ciò che facciamo. Non serve a giudicarci, ma ad ampliare il nostro
sguardo.
MADRE
Però, quando alzo la voce, il danno è fatto.
MATURANA
Non possiamo tornare indietro. Possiamo soltanto incontrare nel presente le
conseguenze delle nostre azioni.
MADRE
Chiedendo scusa?
MATURANA
Se la richiesta di perdono è autentica, sì. Ma soprattutto riconoscendo il
bambino. Dicendogli: “Ho gridato. Ti ho spaventato. Non era ciò che desideravo
fare”.
TUPINI
Senza aggiungere: “Ma tu mi hai fatto arrabbiare”.
MADRE
Quella frase la diciamo spesso.
ANTONIO
Perché ci libera dalla responsabilità. Se tu mi hai fatto arrabbiare, io non
sono più autore della mia condotta: lo sei tu.
MATURANA
L’altro può perturbarmi, ma ciò che accade in me dipende dalla mia struttura in
quel momento. Riconoscerlo non significa colpevolizzarmi. Significa recuperare
la possibilità di agire diversamente.
MADRE
Quindi essere responsabile non significa essere colpevole?
TUPINI
No. La colpa ti immobilizza nel passato. La responsabilità ti restituisce al
presente.
ANTONIO
La colpa dice: “Sono una cattiva madre”. La responsabilità dice: “Ho fatto
qualcosa che non mi piace. Posso osservarla e vedere come desidero agire
adesso”.
MADRE
Forse è questo il mio ritorno a casa. Non essere diventata perfetta, ma aver
smesso di cacciare via le parti imperfette.
TUPINI
Tornare a casa non significa trovare finalmente una versione giusta di sé.
Significa poter abitare anche le stanze che tenevamo chiuse.
MATURANA
E quando smettiamo di negare noi stessi, non abbiamo più bisogno che i figli
confermino il nostro valore.
MADRE
Allora possiamo vederli davvero.
MATURANA
Possiamo cominciare a farlo.
ANTONIO
Perché anche “vedere davvero” non è una conquista definitiva. Ogni giorno
facciamo nuove distinzioni. Ogni giorno emerge un figlio diverso e, nella
relazione con lui, emerge un genitore diverso.
MADRE
Pensavo di dover offrire ai miei figli una casa sicura.
TUPINI
E continui a offrirgliela.
MADRE
Ma ora capisco che la casa sicura non è quella in cui non accade mai nulla di
doloroso.
MATURANA
È quella in cui il dolore non distrugge la possibilità dell’incontro.
ANTONIO
Quella in cui si può chiudere una porta sapendo che dall’altra parte qualcuno
aspetterà senza sfondarla.
In quel
momento si sentono piccoli passi nel corridoio. Il bambino compare sulla
soglia, spettinato e ancora mezzo addormentato.
BAMBINO
Mamma.
La madre
posa la tisana, ormai fredda, e apre le braccia. Il bambino le si arrampica
addosso e appoggia la testa sulla sua spalla.
Dall’altra
stanza arriva la voce della figlia.
FIGLIA
Mamma, puoi venire?
La madre
guarda la porta con il cartello.
MADRE
Devo bussare sei volte?
FIGLIA
Sì. Però puoi entrare già al quinto colpo.
La madre
ride. Anche gli altri sorridono.
ANTONIO
Ecco la relazione: una regola che si trasforma mentre viene vissuta.
MATURANA
Nell’amore.
TUPINI
Senza sforzo.
La madre si
alza con il bambino tra le braccia e attraversa il corridoio. Davanti alla
porta della figlia solleva una mano e comincia a bussare.
Uno.
Due.
Tre.
Quattro.
Al quinto
colpo la porta si apre.
Fuori
continua a piovere, ma dentro quella casa nessuno pretende più di fermare la
pioggia. Hanno imparato ad ascoltarla e, quando occorre, ad aprire una porta in
modo diverso.

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