Imparare ad amare, imparare a guarire


 Imparare ad amare, imparare a guarire

Una sera Antonio entrò in una biblioteca e trovò quattro persone sedute attorno a un tavolo.

La prima era Cristina Dell’Acqua. Accanto a lei c’era un uomo elegante, dallo sguardo ironico, che si presentò come Publio Ovidio Nasone. Di fronte sedeva Catullo, inquieto e assorto. In piedi, con un arco troppo grande per la sua statura, c’era Cupido.

Appena vide il libro appoggiato sul tavolo, Cupido lesse il titolo e si rabbuiò.

CUPIDO: Come guarire dalle pene d’amore. Lo sapevo. Qui mi si dichiara guerra.

OVIDIO: Non essere permaloso. Non voglio combattere l’amore. Voglio curare le ferite che qualche volta provoca.

CUPIDO: Senza ferite, però, l’amore non sarebbe amore.

ANTONIO: Ne sei proprio sicuro? Perché dovremmo considerare autentico soltanto ciò che ci tormenta?

CATULLO: Perché quando ami davvero non puoi sottrarti. Io ho amato e odiato nello stesso momento. Non sapevo come fosse possibile, eppure lo sentivo accadere dentro di me. E mi torturavo.

OVIDIO: È proprio per persone come te che ho scritto i Remedia amoris.

CATULLO: Io non volevo guarire. Volevo Lesbia.

CRISTINA: Ed è questa la differenza fondamentale. Tu hai raccontato l’amore assoluto, passionale, irrazionale. Ovidio prova invece a insegnarci come non esserne distrutti.

ANTONIO: Ma Lesbia era davvero il porto nel quale desideravi riparare oppure era soltanto la donna verso la quale provavi un’attrazione irresistibile?

Catullo rimase in silenzio.

CATULLO: Per noi Romani esiste una differenza. Amare significa essere trascinati da un desiderio che non ubbidisce alla ragione. Bene velle significa volere il bene dell’altro, riconoscere in lui un approdo. Io provavo entrambe le cose, ma non sempre Lesbia le provava per me.

ANTONIO: E allora mancava la reciprocità.

CATULLO: La reciprocità è la parola che pronuncia chi non è più accecato dalla passione.

OVIDIO: No, è la parola che dovrebbe ricordare proprio chi è innamorato. Senza reciprocità l’amore diventa un’offerta depositata davanti a una porta che nessuno apre.

CUPIDO: Eppure continuate a bussare.

ANTONIO: Forse perché non desideriamo soltanto quella persona. Desideriamo ciò che abbiamo provato con lei. La leggerezza, la pace, la sensazione che ogni cosa accadesse senza sforzo. Quando quell’esperienza finisce, rischiamo di attribuirla interamente all’altro e di pensare che soltanto lui possa restituircela.

CRISTINA: Ma ciò che abbiamo sentito appartiene anche a noi. L’altra persona lo ha fatto emergere, non lo possiede.

OVIDIO: Ecco il primo rimedio: conoscere se stessi. Sul tempio di Apollo a Delfi era scritto: gnòthi sautòn, conosci te stesso. Io insegno a conquistare l’altro, ma prima ancora bisognerebbe imparare a non perdere se stessi.

CATULLO: È facile dirlo quando il fuoco si è spento.

OVIDIO: Infatti bisogna intervenire appena compaiono i primi sintomi. Una fiamma appena accesa può essere soffocata. Quando l’incendio ha raggiunto il tetto, non basta più un secchio d’acqua.

CUPIDO: Voi parlate dell’amore come di una malattia.

CRISTINA: Per i Greci la passione incontrollata poteva esserlo. Pensiamo a Medea: si affida interamente all’amore di Giasone e perde se stessa. Quando lui l’abbandona, la sua passione si trasforma in vendetta e distruzione.

ANTONIO: Medea non ama più Giasone. È prigioniera del mondo che aveva costruito intorno a lui.

OVIDIO: E Didone riconosce in Enea i segni dell’antica fiamma. Credeva che, dopo la morte del marito, nessun uomo avrebbe più trovato spazio nella sua vita. Poi arriva Enea, la fiamma si riaccende e, quando lui parte, lei non riesce a immaginare un’esistenza diversa da quella relazione.

CATULLO: Dunque avrebbe dovuto amare meno?

ANTONIO: Avrebbe dovuto continuare a esistere anche mentre amava. Perdersi nell’altro può essere meraviglioso, se nello stesso istante l’altro si perde in noi e poi entrambi ritornano a sé. Ma se a scomparire è sempre uno solo, non è fusione: è annullamento.

CRISTINA: L’armonia non è cancellazione. La parola greca significa connessione: due realtà differenti che trovano un modo per accordarsi.

OVIDIO: E l’accordo richiede reciprocità. Un ponte ha bisogno di due rive. Se una delle due manca, non è un ponte: è una passerella sospesa sul vuoto.

CUPIDO: Mi state rendendo troppo ragionevole. Io arrivo senza chiedere permesso.

ANTONIO: Il sentimento può arrivare senza permesso. Ma ciò che facciamo quando arriva dipende anche da noi.

CATULLO: Io non ho scelto di amare Lesbia.

ANTONIO: Forse no. Ma potevi osservare come stavi vivendo quell’amore. Potevi vedere se ti allargava la vita o se la restringeva, se ti rendeva più libero o sempre più dipendente da un gesto, da una parola, da una risposta.

OVIDIO: È qui che interviene il mio medico dell’anima. Quando l’amore diventa sofferenza, prescrive distanza.

CATULLO: Distanza?

OVIDIO: Viaggiare. Cambiare luoghi. Occuparsi del proprio lavoro. Coltivare interessi. Fare attività fisica. Frequentare altre persone. Evitare di tornare continuamente nei posti carichi di ricordi.

CUPIDO: In pratica proponi la distrazione.

OVIDIO: Non soltanto. Propongo di ricostruire un mondo che non abbia la persona perduta come unico centro. Chi soffre per amore tende a restringere l’orizzonte finché non vede più altro.

CRISTINA: E suggerisci anche di ricordare i difetti della persona amata.

CATULLO: Questo è meschino.

OVIDIO: È meschino inventarli. È salutare smettere di cancellarli. Dopo una separazione, la memoria diventa spesso un’artista troppo indulgente: ritocca il ritratto, attenua le ombre, elimina le stonature. Alla fine non rimpiangiamo più una persona reale, ma la figura perfetta che abbiamo dipinto nel presente.

ANTONIO: Quindi guarire non significa denigrare ciò che è stato. Significa ricordarlo interamente: la gioia e la fatica, la leggerezza e le attese, ciò che ricevevamo e ciò che mancava.

OVIDIO: Esatto. Il passato non ritorna intatto. Siamo noi a ricostruirlo ogni volta nel presente.

CATULLO: Ma alcuni amori non finiscono mai davvero. Restano dentro. Io non potevo vivere né con lei né senza di lei.

ANTONIO: Ciò che resta dentro non deve necessariamente governare ciò che facciamo. Posso accogliere il ricordo di un amore senza trasformarlo in un progetto. Posso riconoscere la speranza senza scambiarla per una previsione. Posso attendere senza sospendere la mia vita.

CUPIDO: Parli come se fosse possibile osservare il proprio cuore da fuori.

ANTONIO: Non da fuori. Dal presente. Posso sentire il desiderio e, nello stesso tempo, osservare come nasce in me. Posso domandarmi se desidero davvero quella persona oggi oppure se sto cercando di ricreare, attraverso di lei, una condizione vissuta molti anni fa.

CRISTINA: È una distinzione decisiva. La persona di oggi non è quella di ieri, e nemmeno noi siamo rimasti gli stessi.

OVIDIO: L’antica fiamma può riaccendersi, ma trova sempre legna nuova. Non possiamo pretendere che produca la stessa luce e lo stesso calore.

CATULLO: E se scoprissimo di amare ancora?

ANTONIO: Allora bisognerebbe vedere se l’amore esiste anche nell’altro. Non soltanto nelle parole, ma nei gesti, nel desiderio, nella disponibilità a incontrarsi realmente.

CRISTINA: La reciprocità è uno scambio di attenzioni, parole, corpi, pensieri e doni. Non è una contabilità perfetta, ma non può essere nemmeno un movimento a senso unico.

OVIDIO: Un sentimento maturo non dice soltanto: “Ti voglio”. Dice anche: “Ti vedo”. E aggiunge: “Vedo me stesso mentre sono con te”.

CUPIDO: State cercando di togliermi le frecce.

ANTONIO: No. Ti chiediamo soltanto di non scoccarle contro chi è già ferito.

Cupido sorrise e posò l’arco sul tavolo.

CUPIDO: Io posso accendere il desiderio, ma non posso garantire che sia ricambiato. Questo non è mai stato in mio potere.

CATULLO: Allora tutta la nostra sofferenza nasce dal pretendere che una freccia scoccata in una direzione ne faccia partire automaticamente un’altra in senso contrario.

OVIDIO: Finalmente cominci a capire.

CATULLO: Non esagerare. Continuo a pensare che un amore senza rischio sia soltanto una relazione amministrata con prudenza.

ANTONIO: Il rischio rimane. Amare è sempre un atto di fede. Ma un atto di fede non deve diventare una rinuncia a se stessi.

CRISTINA: Rinunciare all’amore ci priverebbe di un’importante possibilità di crescita. Eppure l’età, da sola, non ci rende adulti nei sentimenti. Possiamo essere autorevoli nel lavoro e restare bambini nell’amore: capaci di dirigere un’organizzazione, ma incapaci di accettare un rifiuto o di pronunciare un no.

ANTONIO: Diventare adulti nell’amore significa anche riconoscere: “Non posso obbligarmi a provare ciò che non provo”. Il fatto che qualcuno mi desideri non fa nascere automaticamente in me il desiderio. Accettare per paura di deludere l’altro non è amore: è abbandono di sé.

OVIDIO: E anche questo rientra nel conoscere se stessi. Imparare ad amare significa imparare a dire sì quando il sì nasce spontaneamente e no quando il corpo e l’anima dicono no.

CUPIDO: Ma così qualcuno soffrirà.

ANTONIO: Qualche volta la sincerità provoca dolore. L’illusione, però, lo prolunga e lo rende più profondo.

CATULLO: Se avessi accettato prima ciò che Lesbia poteva darmi e ciò che non poteva darmi, forse avrei sofferto meno.

OVIDIO: Ma forse non avresti scritto i tuoi versi.

CATULLO: Ecco la vostra crudeltà: volete guarire il poeta e conservare la poesia nata dalla sua ferita.

CRISTINA: La poesia non giustifica la sofferenza. La trasforma in qualcosa che può parlare anche agli altri. Tu hai dato parole a chi ama e odia nello stesso momento, a chi non comprende ciò che sente e tuttavia lo sente.

ANTONIO: Ma, dopo aver trovato le parole, si può anche cominciare a guarire.

CATULLO: E che cosa resta, quando si guarisce?

OVIDIO: Resta ciò che quell’amore ci ha insegnato. Resta la parte di noi che abbiamo scoperto. Resta, se siamo capaci di scegliere una conclusione dignitosa, perfino un ricordo buono.

ANTONIO: Guarire non significa dichiarare che non abbiamo mai amato. Significa poter dire: “Ho amato, ma adesso non consegno più la mia vita a ciò che è finito”.

CUPIDO: E dopo?

ANTONIO: Dopo si torna a vivere nel presente. Se arriverà un altro amore, lo accoglieremo senza chiedergli di ripetere quello passato. Se non arriverà, la nostra vita non sarà per questo incompleta.

OVIDIO: Si deve imparare ad amare, ma anche a non amare più quando l’amore ci avvelena. È la stessa sapienza, osservata dalle due estremità.

CRISTINA: Da una parte il coraggio di aprirsi. Dall’altra quello di lasciare andare.

CATULLO: E nel mezzo?

ANTONIO: Nel mezzo ci siamo noi, intenti a cercare un’armonia tra passione e saggezza.

Cupido riprese l’arco, ma lasciò le frecce sul tavolo.

CUPIDO: Voi continuate pure a studiare l’amore. Io, intanto, continuerò a farlo accadere.

OVIDIO: E io continuerò a curare i tuoi danni.

CATULLO: Io continuerò a raccontarli.

CRISTINA: Io proverò a comprenderli.

ANTONIO: E io li osserverò mentre accadono, senza rinnegare ciò che sento e senza esserne trascinato. Perché l’amore può essere una fiamma, un porto, un ponte o una ferita. Ma, prima di tutto, è un modo attraverso il quale incontriamo noi stessi.

Cupido si avvicinò alla porta, poi si voltò.

CUPIDO: Gli altri giovani avranno pure il cuore tiepido. Io, invece, ho sempre amato. E se mi chiedete che cosa faccio ancora adesso, la risposta è la stessa: amo.

ANTONIO: Ama pure. Ma lascia che anche noi impariamo a scegliere dove restare.

E questa volta persino Cupido non ebbe nulla da obiettare.

 

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