LA CASA CHE SONO
LA CASA CHE SONO
Ti vedo, tristezza.
Non sei venuta ieri.
Ieri hai soltanto trovato
una porta rimasta aperta.
Hai attraversato la mia vita
camminando dietro di me,
mentre correvo per diventare grande,
per non costare fatica,
per liberare dal mio peso
le braccia che avrebbero dovuto stringermi.
Credevo che crescere
volesse dire andarsene,
che essere amato significasse
occupare poco spazio,
chiedere niente,
finire presto.
Così ho superato esami,
attraversato stanze,
messo al mondo giorni,
sostenuto case e persone,
senza mai domandarmi
dove abitasse il bambino
che avevo lasciato indietro.
Era seduto a un incrocio.
Non piangeva nemmeno più.
Aspettava qualcuno
che non avesse fretta di vederlo partire.
Oggi sono tornato a prenderlo.
Gli ho detto:
vieni,
non devi meritare il pane,
non devi conquistarti il letto,
non devi diventare indispensabile
per avere il diritto di restare.
Porta con te la paura,
gli esami dimenticati,
la vergogna di essere stato un peso.
Nella mia casa c’è posto
anche per ciò che non hai saputo diventare.
E tu, tristezza, resta pure.
Non ti caccerò
come fui cacciato io
dalla mia infanzia.
Siediti accanto a noi.
Raccontami lentamente
tutto quello che la corsa
non mi permise di ascoltare.
Adesso il tempo non è un padrone.
La vita non è una prova da superare.
Io non sono un debito
che deve affrettarsi a essere pagato.
Posso fermarmi.
Posso respirare.
Posso occupare il mio posto nel mondo
senza chiedere perdono.
Ho cercato per tutta la vita
una porta che non si chiudesse,
una voce che dicesse: rimani,
un luogo in cui nessuno
attendesse la mia partenza.
Ora quella voce è la mia.
La porta è aperta.
Il bambino è rientrato.
E la casa
che nessuno seppe darmi
sono diventato io.

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