Massimo Bray «Tutto quello che l’umanità scarta». Ezechiele Leandro, artista visionario


Questo post costituisce un’anteprima del mio contributo al catalogo della retrospettiva su Ezechiele Leandro, intitolata “Leandro unico primitivo”, che sarà inaugurata il 2 luglio 2016, diffusa tra San Cesario, Lecce e Bitonto dal 2 luglio al 30 settembre 2016.
Ognuno di noi, nel corso della vita, riconosce prima o poi che, tra tutti i paesaggi, i monumenti, i borghi e le città che ha occasione di visitare più spesso e che elegge a suoi preferiti, ve ne sono alcuni particolarmente importanti; vari possono essere i motivi che ci portano a elaborare questa predilezione: la meraviglia, il piacere, la gioia che essi ci suscitano, ma anche e soprattutto un senso di affinità, di familiarità che ci porta a considerarli, inconsciamente, come parte del nostro essere. Sono luoghi del cuore, che ci riportano indietro nel tempo, ci conducono a incontrare le nostre origini e le fondamenta della nostra cultura e dei nostri affetti, e che allo stesso tempo consideriamo come veri e propri baricentri del nostro presente.
Per me, uno di questi luoghi del cuore è il Santuario della pazienza. L’amore per l’opera di Ezechiele Leandro mi è stato trasmesso da mio padre; in essa percepisco la sensibilità verso le radici primigenie di una terra così ricca di storia come il Salento, un luogo dove il passato più remoto è capace di farsi vivo agli occhi del visitatore che per la prima volta incontra le sue tradizioni millenarie e le sue arti fatte di pietra e luce, di immagini oniriche che dalla notte dei tempi erompono nel nostro presente urbano, frenetico e consumistico per parlarci di lentezza, di parsimonia, di fantasia, di un legame intrinseco con i ritmi della terra e della natura, con la sua forza selvaggia e indomabile.
Innumerevoli sono gli artisti che, nel corso dei secoli, hanno cercato di esprimere attraverso altrettanti linguaggi diversi questo legame così forte e indissolubile, di comunicare all’esterno questa sensibilità che più volte è stata definita, assai appropriatamente, come «primitiva».
«Questa Italia, questo meridione d’Italia così inquieto, così inquietamente romantico, è il rosso del mio sangue, la luce e l’ombra dei miei occhi, la forza e il senso della mia carne»: così aveva scritto il grande poeta leccese Vittorio Pagano sulla rivista «Libera Voce» nel 1944; e io credo che queste poche parole ben rappresentino l’anima di tutti gli artisti, musicisti, scrittori e poeti che hanno cantato il Salento e lo hanno presentato al mondo.
Ezechiele Leandro è uno dei più noti e giustamente celebrati. La sua travagliata vicenda esistenziale è ormai ben nota sia ai critici sia al pubblico, e la sua fama ha ormai ampiamente travalicato i confini di San Cesario e del Salento per diffondersi sul panorama nazionale e internazionale.
Testimonianza di questo necessario – seppur tardivo – riconoscimento è certamente la ricca messe di eventi e pubblicazioni che negli ultimi anni si sono susseguite per indagare e promuovere la sua opera.
La stanza di Ezechiele, una «mostra sentimentale», come la definirono gli organizzatori, che fu allestita nel museo civico di San Cesario nel 2014, è stato un passo fondamentale per la riappropriazione della memoria di questo grande artista da parte in primo luogo dei suoi concittadini, che spesso, all’inizio, non avevano saputo cogliere pienamente il genio che presiedeva alle sue opere. Da lì in poi numerose sono state le iniziative di singoli cittadini, associazioni e istituzioni locali per salvare il Santuario della Pazienza dai furti, dalle intemperie e dai vandalismi, e per raccogliere la sua opera e proteggerla dall’oblio, dalla dispersione e dalle falsificazioni: in primo luogo la sua famiglia, che si è presa carico delle centinaia di sculture, dipinti e disegni da lui prodotti, raccolti in gran parte nella sua Casa museo; ma anche, tra gli altri, il collettivo Lu Cafausu, che ha promosso una petizione per evitare il definitivo smembramento del giardino; il regista Corrado Punzi, che ha realizzato un docufilm con l’intervento dei critici d’arte Cesare Pietroiusti e Achille Bonito Oliva; e infine, grazie alla mobilitazione dell’amministrazione e della popolazione, è stato possibile raggiungere il grande obiettivo della dichiarazione d’interesse culturale dell’opera di Leandro, avvenuta il 16 luglio 2014 con l’applicazione di tutte le disposizioni di tutela contenute nel decreto legislativo 42/04 sia ai beni mobili, sia alla Casa museo e alSantuario della Pazienza.
Nel periodo in cui ho ricoperto la carica di ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, ho potuto seguire da vicino l’avviarsi dell’iter nell’agosto del 2013 con il sopralluogo dei tecnici della Soprintendenza, che ha condotto un anno dopo a questo risultato, che ritengo importantissimo non solo per la conservazione dell’opera di Leandro, ma anche per l’intera comunità di San Cesario, che dalla promozione di uno dei più importanti giardini di arte contemporanea presenti sul panorama nazionale potrà certamente trarre numerosi benefici tanto sul piano economico quanto su quello civile e culturale.
Il valore di questi artisti «babelici» – come li ha definiti l’antropologo Gabriele Mina, che da tempo porta avanti un minuzioso lavoro di schedatura dei siti di questo tipo presenti sul territorio nazionale, visionabile sul portale online Costruttori di Babele –, sta infatti nel profondo legame che hanno saputo instaurare con i territori in cui hanno vissuto e che hanno contribuito a plasmare, dando loro nuova voce e dialogando al tempo stesso con le loro più antiche tradizioni artistiche – è evidente ad esempio, in Leandro, l’eco del mosaico di Otranto, e in generale il gusto figurativo medioevale salentino; si tratta, come scrive Mina, di «architetture fantastiche e universi irregolari, realizzati da “muratori dell’immaginario”: misconosciuti artisti autodidatti che hanno dedicato decenni della loro vita alla costruzione di un’opera totale […]. Una geografia anarchica, sempre in bilico fra accumulo e crollo, fatta di pietra, cemento, materiali di recupero»; ed è proprio questo l’aspetto a mio avviso più interessante e attuale dell’opera di Leandro, che lo ha reso un vero e proprio «visionario», nei significati che egli stesso conferiva alla sua arte prima ancora che negli stili e nelle forme in cui essa si esprime.
Ho scelto di soffermarmi su questo aggettivo, «visionario», per le molteplici accezioni che lo contraddistinguono; la prima, com’è ovvio, è quella registrata dal Vocabolario Treccani in riferimento a «opere figurative prodotte da artisti, per lo più autodidatti»; ma accanto ad essa se ne sta facendo strada un’altra, più sottile, per cui il «visionario» è sempre meno un illuso, un mistico o un allucinato, e sempre più un pioniere, un personaggio dotato di un senso quasi profetico, che è stato capace di preconizzare e anticipare fenomeni che poi avrebbero trovato, magari dopo decenni, effettiva e diffusa realizzazione – non a caso questo aggettivo lo si trova spesso accanto ai nomi di grandi precursori dell’evoluzione tecnologica che stiamo vivendo: un nome tra tutti è quello di Steve Jobs.
In che senso, allora, Ezechiele Leandro è stato un visionario? A mio avviso, lo è stato proprio per la sua capacità di raccogliere e riutilizzare «tutto quello che l’umanità scarta». Negli anni del dopoguerra e del boomeconomico, mentre si avviava anche nel nostro Paese il modello consumistico che in poco più di un cinquantennio ha messo in crisi le risorse ambientali e umane a livello planetario, mentre buttare diventava più semplice che riciclare, mentre si interrompeva la saggezza atavica che da sempre aveva indotto le famiglie italiane alla parsimonia e al riutilizzo di tutto, Leandro dichiarava il suo amore per la spazzatura («gli scarti che l’umanità butta, io li prendo, li bacio e costruisco», diceva); spazzatura che intanto cominciava ad aumentare esponenzialmente e a riempirsi di plastica, di gomma, di pezzi di elettrodomestici, tutta roba che fino a pochi decenni prima, semplicemente, non c’era, e che per lui diveniva materia a cui infondere nuova vita. Perché Leandro aveva già intuito, allora, quanto sarebbe costata alla società e al pianeta questa mania dell’usa e getta, questa compulsione a disfarsi di qualcosa per sostituirla con qualcos’altro – spesso senza un reale motivo.
E allora si percepisce ancor più chiaramente l’importanza del messaggio di questo artista che amava definirsi «primitivo» e che così esprimeva il suo legame profondo con la materialità degli oggetti, degli scarti e dei cocci, legame ereditato dal suo mestiere di rottamaio: da lì scaturiva la sua arte, fatta di infinita pazienza, di una passione certosina che lo portava a scegliere ogni singolo pezzo per assemblare un mosaico potenzialmente infinito. La poesia fragile nascosta in questo lavoro di una vita viene oggi raccontata con cura e con dovizia di approfondimenti e studi critici nella retrospettiva Leandro unico primitivo, un progetto di ampio respiro sostenuto da una rete di istituzioni con in prima linea la Soprintendenza Belle Arti e Paesaggio per la provincia di Bari e il Comune di San Cesario, che, articolandosi tra San Cesario, Lecce e Bitonto, darà modo a numerosi visitatori di venire in contatto con l’arte dello scultore salentino.
Si tratta di un ulteriore, importante passo verso una valorizzazione sempre più stabile e proficua dell’opera di Ezechiele Leandro e verso la sua definitiva percezione come un bene comune da tutelare e proteggere: anzi, come un vero e proprio tesoro che, opportunamente conservato e promosso, significherà molto per la vita culturale di San Cesario, per la sua attrattiva turistica, ma soprattutto per la sua identità sociale, civile e culturale.

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