“A rretu lu nfiernu” del paese più bello del Mondo si produceva olio oppure carbone?


Ieri sera a casa mia durante la visita dei mie amici Luisella e Antonio Pagano è nato il discorso del perché la zona di Via Vittorio Emanuele II che va da dietro alla Farmacia Pasca sino a Via Cavour venga conosciuta dai più come “a rretu lu nfiernu”.
Intanto comincio subito con l’osservare che questo nome, per indicare questa strada, pur non essendo presente nella toponomastica del paese più bello del Mondo, è ricordato da tutti i “sancisariani”.
Ma la domanda è: perché questo luogo viene chiamato  “a rretu lu nfiernu”?
Sino a ieri io ero convinto che fosse derivato dalla presenza di frantoi oleari ipogei.
E’ noto che nei frantoi ipogei l'olio durante la pressatura scolava dai fiscoli raccogliendosi ai piedi del torchio ed attraversando un apposita scanalatura nella base si accumulava in un pozzetto di pietra nuda, chiamato angelo, utilizzato inizialmente tal quale o calcinato o intonacato ed in ultimo uso come alloggiamento per la tina.
L'olio nei pozzetti, una volta decantato veniva cimato mediante il nappu, una paletta di forma rotonda, leggermente concava e trasportato con secchi dapprima di legno poi metallici, di circa 20 litri.
Il residuale organico rimasto sul fondo degli angeli, lo si portava nel Purgatorio per estrarne ulteriore olio usato come lampante (in uso per le lampade ad olio). Infine ciò che rimaneva sul fondo del Purgatorio veniva o convogliato nell’Inferno (pozzo a perdere nel sottosuolo) oppure riciclato dai saponari o recuperato come fertilizzante per gli uliveti.
Insomma secondo ciò che mi ero immaginato il luogo che va dall’imbocco della parte di Via Vittorio Emanuele II sino a Via Cavour era chiamato così per la presenza di un frantoio.
Invece Antonio Pagano mi ha detto che aveva raccolto delle “voci” che quel luogo era chiamato così per la presenza “te li craunari” (carbonai), che per lavoro erano presenti, giorno e notte, dinanzi a un cumulo di terra, dove un lungo processo trasformava il legname in carbone.
Quei cumuli fumanti rendevano il luogo simile a come i nostri antenati “sancisariani” si immaginavano l’inferno e da qui, secondo Antonio Pagano, la denominazione di quel luogo come “a rretu lu nfiernu”.
Ma come stiano effettivamente le cose ancora non lo so.
Io avevo fatto l’ipotesi del frantoio, Antonio Pagano mi ha restituito le voci che ha ascoltato da persone anziane che ricordano l’attività dei carbonai. Ma per stabilire con certezza perché quel luogo sia ricordato ancora oggi nel 2016 come “ a rretu lu nfiernu” ci vorrebbero delle fonti storiche.
Se qualcuno è in possesso di informazioni può scriverle come commento e io provvederò a riportarle in questo post.
Intanto nel caso fosse corretta la teoria di Antonio Pagano secondo la quale in quel luogo si produceva il carbone, riporto di seguito la mia ricerca che ne spiega il processo di produzione.

Antonio Bruno


Come si sarebbe dovuto fare il carbone “ a rretu lu nfiernu”
La prima fase del lavoro consisteva nella preparazione della legna. I carbonai usavano la legna per fare carbone che proveniva dai tagli di diradamento e dai materiali di scarto." Dopo la diramatura del legname, questo veniva portato ad una lunghezza di circa un metro e, dopo 10-15 giorni di essiccazione veniva trasportato nella piazza da carbone.
Le piazze da carbone erano piccole aie che dovevano trovarsi lontane da correnti d'aria ed essere costituite da un terreno sabbioso e permeabile.
Stabilito quale doveva essere il centro della carbonaia, la legna veniva disposta in cerchio. Per favorire la carbonizzazione, il legname più grosso doveva essere spezzato. Tre pali di legno, alti circa 2-3 metri, venivano piantati saldamente nel terreno. Questi pali erano tenuti insieme da due cerchi formati con dei rametti. È proprio da questo centro che iniziava la cottura della legna.
Solo dopo aver piantato e legato i pali, i carbonai iniziavano a costruire la carbonaia, sistemando intorno ai 3 pali prima la legna più grossa (in quanto richiedeva più cottura), poi quella più sottile, in modo da lasciare il foro centrale libero per sistemare poi le braci. La legna veniva ben stipata, per evitare interstizi aerati che potevano compromettere la riuscita della cottura. Tale sistemazione richiedeva 2 giorni di lavoro, svolto con una metodica affinata sempre più dall'esperienza e da una tradizione secolare. Una volta conclusa la posa, la carbonaia assumeva la tipica forma conica arrotondata con un raggio di base di 2-3 metri.
Seguivano altri due giorni di lavoro per la copertura. Nella parte in basso, si collocavano a mo' di cintura dei rami. La parte più in alto veniva invece ricoperta da un alto strato di foglie secche ripulite dai rametti. Questo strato di foglie doveva essere di 8–10 cm. Particolare cura si doveva avere nel ripulire più volte al giorno la zona della piazza che ospitava la carbonaia. Il rivestimento di foglie veniva a sua volta ricoperto di terriccio ripulito dai sassi, allo scopo di isolare la legna dall'aria.
Nella fase di cottura servivano due pali, uno più sottile per aprire dei fori di respiro, ed uno più grosso, usato quando si imboccava (ovvero riempire) la carbonaia. Acceso un fuoco per preparare le braci, si poteva aprire la bocca della carbonaia, che veniva imboccata con dei piccoli pezzi di legna e poi avveniva l'accensione mettendo nella bocca numerose braci.
Ai piedi della carbonaia si aprivano dei fori di respiro ad un metro di distanza l'uno dall'altro, che dovevano rimanere aperti per tutti i 13-14 giorni di cottura. Dopo qualche ora dall'accensione, quando il fumo usciva copioso, si alimentava il fuoco con nuova legna che doveva essere ben pressata con il palo più grande. Si chiudeva quindi la bocca ed il fumo a questo punto doveva uscire, dai fori in basso.
Per 4-5 giorni la carbonaia veniva alimentata in questo modo giorno e notte, finché una consistente fiammata alla sommità annunciava l'avvio definitivo del processo di carbonizzazione. La cottura iniziava nella parte in alto della carbonaia, per questo i carbonai aprivano dei fori con il bastone sottile, fori che venivano poi chiusi ed aperti via via più in basso per spostare la zona di cottura.
Dopo una decina di giorni la carbonaia assumeva un aspetto diverso: il terriccio di copertura diventava nero e le dimensioni si riducevano notevolmente; anche i fumi che uscivano dai fori assumevano un colore diverso. In questa ultima fase di cottura l'alimentazione della carbonaia avveniva ai lati dove si creavano degli affossamenti e non più dalla bocca perché oramai inesistente. Per una carbonaia di 100 quintali ci volevano 8 quintali di legna per alimentarlo.

Nel corso della carbonizzazione la legna diminuiva del suo volume del 40% e del suo peso dell'80%. Proprio per questo il carbonaio negli ultimi giorni doveva prestare molta attenzione affinché non si creassero dei vuoti d'aria all'interno che avrebbero potuto provocare l'incenerimento della carbonaia. Per evitare ciò doveva batterlo con il grosso bastone. In base al colore del fumo che fuoriusciva dai fori laterali, il carbonaio poteva vedere l'andamento della combustione: solo quando il fumo era turchino e trasparente il carbone era pronto.
A cottura ultimata si iniziava la fase della scarbonizzazione che richiedeva 1-2 giorni di lavoro. Per prima cosa si doveva raffreddare il carbone con numerose palate di terra. Si procedeva quindi all'estrazione spegnendo con l'acqua eventuali braci rimaste accese. La qualità del carbone ottenuto variava a seconda della bravura ed esperienza del carbonaio, ma anche dal legname usato. Il carbone di ottima qualità doveva cantare bene, cioè fare un bel rumore.
Infine il carbone, quando era ben raffreddato, veniva insaccato e trasportato dai carrettieri per essere venduto. Di questo carbone si faceva uso sia domestico che industriale.


Commenti

Post popolari in questo blog

REALTÀ DELL’AMORE Gabriella Tupini

MESCIU ANTONIU LETTERE MEJU CU LU TIENI COMU AMICU...

Oscar Farinetti - La fortuna di nascere in Italia.